Primo Piano



Enea, un eroe per il nostro tempo?

Maria Grazia Fornaroli




Lo scorso agosto la senatrice Liliana Segre sollecitò i giovani, alla riapertura delle scuole, ad essere novelli Enea, capaci di portare sulle spalle i padri.

Ma … quanti dei nostri ragazzi conoscono Enea? Persino il capolavoro di Bernini, che dell’Eneide è diventato l’icona, con quell’Anchise così deturpato dalla vecchiaia e quell’Enea così “statuario”, può realmente intercettare il gusto dei nostri ragazzi?

Ho dei seri dubbi, eppure il messaggio della Segre era chiaro: in un momento di spaventosa pandemia, in cui i più anziani, per di più vissuti in anni di pace e quindi poco temprati alle emergenza, sono preoccupati innanzi tutto per i rischi relativi alla salute e si sentono traditi nei progetti di quieto vivere ai quali anelavano, è ai giovani che il Paese dovrebbe guardare per sollecitarli a prendere in mano con responsabilità e speranza il Paese. E la scuola può essere il luogo di questo richiamo .

Probabilmente nella memoria della Segre, c’è anche la straordinaria esperienza di alleanza generazionale vissuta nel Dopoguerra.

Purtroppo i giorni presenti sono oltremodo tristi e i nostri ragazzi, a rischio di nuovi lockdown, temo non abbiano come priorità quella di rileggere l’Eneide.

Eppure, ne varrebbe la pena.

Intere generazioni di studenti sono state più o meno costrette a “prendere in mano” l’Eneide, dopo essersi appassionati a Iliade ed Odissea. Si è trattato in molti casi di un’operazione affrontata per dovere, che raramente ha generato l’entusiasmo suggerito dai poemi omerici.

L’Eneide appare oggi nella scuola uno scotto da pagare alla tradizione epica, senza che il testo possa essere davvero quello che Liliana Segre chiede, un’eredità da consegnare ai giovani perché se ne innamorino.

L’opera sicuramente non ha incontrato il gusto moderno, nel ‘900 nessuna traduzione ha convinto fino in fondo il mondo della scuola; come invece è successo per la traduzione della Calzecchi Onesti dei poemi omerici; la scuola si è “commossa” (in senso etimologico) per Ettore e Andromaca, Achille e Patroclo, e non parliamo, della fortuna, più popolare, di Polifemo, di Nausicaa o Circe.

Il pio Enea, profugo da Troia, approdato sulle rive del Lazio, non ha commosso; la riduzione ideologica operata da Mussolini, gli ha ulteriormente nociuto.

L’essere stato guida a Dante, scolasticamente intesa come profezia dell’idea di Impero e del Dio bambino della IV Ecloga, non ha generato, nella divulgazione, un interesse specifico per il poema.

La riduzione di Virgilio a intellettuale organico della cerchia di Mecenate ha oltremodo spento gli entusiasmi di chi interpreta l’agire intellettuale sempre e solo come rottura e opposizione.

Solo di recente c’è stata una ripresa dell’interesse per Enea, anche in una logica interculturale: un’Italia arcaica e semibarbara che viene civilizzata da un condottiero straniero può essere facilmente letta in una prospettiva di apertura e inclusione.

L’ultimo libro (La lezione di Enea, Laterza) della giovane studiosa Andrea Marcolongo, che poco più che trentenne ha già alle spalle un curriculum culturale molto interessante, può aiutare a risuscitare il desiderio di rileggere il più antico testo della tradizione epica latina e quindi italica.

Con una freschezza e un eclettismo davvero rari la giovane classicista, impegnata per qualche anno a scrivere i discorsi ai politici (ad uno in particolare), viaggiatrice nell’area balcanica, ora saggista a Parigi, è riuscita a recuperare l’originale eroismo di Enea, chiamato a vivere, suo malgrado, lo spazio che il Fato (e l’invenzione narrativa) gli offre, in un’epica della resilienza davvero straordinaria.

Un Enea quindi che può ridestare in tutti i lettori, nell’attuale doloroso contesto di pandemia, il desiderio di approfondire il tema della magnanimità, non secondo l’abusato paradigma romantico, ma piuttosto come icona della resistenza faticosa, “l’Eneide come la storia dell’essere umano con tutta la fatica che è richiesta per vivere”.

In controluce, appare qui la splendida interpretazione di Giorgio Caproni per il quale Enea diventa simbolo unico di tutta l’umanità moderna, “con sulle spalle il peso di una tradizione che egli tenta di sostenere mentre questa non lo sostiene più”.

Un Enea, cioè, eroe del nostro tempo, o meglio, un eroe per il nostro tempo.

Grazie signora Segre per averci suggerito di riprendere in mano un capolavoro, che, ricordiamo, l’autore stesso avrebbe voluto distruggere, non essendo, nemmeno lui, più convinto del valore dell’opera, un figlio ripudiato che fortunatamente la tradizione ci ha consegnato perché ancora ci si paragoni.

Qualcuno nella scuola, accetterà la sfida della Segre?




(Primo Piano - 06.11.2020)