Primo Piano



Oro fuso

Mario Lo Pinto




In fondo è passata una mezza generazione tra la mia e quella di Daniele Mencarelli, eppure il suo romanzo Tutto chiede salvezza - 2020 Mondadori Libri, Milano - l’avrei scritto nello stesso modo, se fossi stato capace di scriverlo. Perché siamo fatti di immagini indelebili, appena scontornate dagli anni (pag. 34). L’assonanza deriva forse da una comune percezione di quanto accaduto prima di noi, unita al fatto che io ho vissuto la costruzione del presente che è stato un presupposto del suo vivere. Certo le prove della sua giovinezza non sono state le mie, ma anch’io ho avuto le mie. Sono nato dopo un fatto imponente, la guerra mondiale, che ha determinato conseguenze nella vita familiare e sociale che non ho potuto fare a meno di subire, senza rendermene conto. Il presupposto con cui credo Daniele abbia dovuto confrontarsi è stata quella rivoluzione antropologica del ‘68 che io ho visto passare, ho vissuto e in qualche modo generato insieme ai miei coetanei.

Nel mio tempo la fine della guerra generò il vorticoso progresso economico che traeva speranza dalla coscienza del disastro subito; il cambiamento del ‘68 ha creato un uomo tanto apparentemente libero quanto sradicato da se stesso. Sono state due rivoluzioni senz’anima in gran parte naufragate; l’una nel declino economico di oggi, lento e irreversibile; l’altra nella resa al nulla che viviamo e che strappa l’io dalla realtà gettandolo in un incubo inutile. (pag.149).

Vorrei dare conto di questo confrontandomi con alcuni brani del libro.

Per tanto tempo ho pensato che i miei occhi fossero malati, come se avessero, per una strana degenerazione, una specie di lente d’ingrandimento capace di rendere ogni visione qualcosa di unico, enorme. Dove altri vedevano solo normalità io ammiravo prodigi, eventi irripetibili. (pag. 124).

La dilatazione dell’animo fino a cercar di comprendere tutto è nata precocemente in me, costatando che c’era stato qualcosa prima che potevo guardare con un certo distacco: tanto era già cominciato e stava continuando a prescindere da me. Però volevo appropriarmene, volevo comprenderne il senso. Mi sembra che la vita mi pesi più che agli altri. Ma non solo in senso negativo, anche sulle cose belle, mi sembra tutto gigantesco, però gli altri non la vedono così. (pag. 36).

Fin da bambino mi capitava di sentire il peso del senso, insieme a quello del tempo; mi disperavo perché il tempo passava e il momento appena trascorso era altrettanto irraggiungibile quanto il giorno prima, l’anno prima o l’era dei dinosauri. Ricordo che dicevo a Dio di non volere il premio di una vita diversa nell'aldilà perché quella che avevo - genitori, amici, città, giochi, scuola – mi andava benissimo; bastava che Lui la rendesse eterna, stabile, non soggetta alla malizia della durata (Mons. Angelo Scola). Come dice Daniele: Ma non sono proprio io a desiderare un significato per tutto? ….. vivo l’incapacità di accettare il tempo che passa, di sentirlo posticcio rispetto a tutto quello che nel mio cuore vuole vivere per sempre. (pag. 77).

Per questa malattia misteriosa, le gesta degli altri esseri umani assumevano un alone di eroismo, come mio padre e le notti di turno all’Atac, o l’amore inesauribile dentro le mani di mia madre. (pag. 124).

Quel qualcosa prima di me era circondato da un alone di mistero. Nessuno ricordava il passato appena trascorso, quello della guerra e della guerra civile: la società intera l’aveva completamente rimosso, senza farci i conti. In casa percepivo il lavoro di mio padre e l’amore di mia madre venati da un’ombra dolente e inespressa che consegnava a me, nuovo nato, ogni speranza per il futuro. Da qui è cresciuto quel sentimento di debito morale che mi ha segnato, insieme credo a tanti della mia generazione, almeno fin quando non è stato violentemente conculcato dalla rivoluzione successiva. I miei avevano fatto il loro tempo e mi avevano messo in grado di fare il mio, possibilmente meglio, senza dar noia e senza troppe chiacchiere.

La natura m’appariva regina di bellezza, uno scrigno pieno di tesori. Tutto immenso, incredibile. (pag. 124).

Dopo la dilatazione del tempo è venuta anche per me quella dello spazio della natura. La mia prima giovinezza tuttavia è stata molto influenzata dal clima più fiducioso nelle magnifiche sorti e progressive che abbia mai conosciuto: il boom economico, lo sbarco sulla luna, l’energia atomica - buona e cattiva -, la signoria del sapere scientifico, l’edificazione dell’Unione Europea. Così ho pensato che il modo di provare a saldare quel debito consistesse nell’accumulare conoscenze, immagazzinare nozioni, a scuola e fuori di scuola, per far della mia vita qualcosa non di più grande, ma almeno di diverso da quella di mio padre.

Fino ai quindici anni. Quando ha soffiato impetuoso il vento della contestazione al quale non mi sono opposto, non avrei potuto. Ma quel vento non mi cambiava del tutto perché percepivo che l’enigma della vita come mi si era proposto era qualcosa da proteggere e allo stesso tempo qualcosa da cui venivo protetto. Molti altri della mia età, e anche più vecchi, han creduto diversamente. Gli uomini quando non possono proteggere iniziano a distruggere, lo fanno anche gli animali. (pag. 52). Il tempo della violenza e del sangue si è consumato in fretta, senza costruire nulla. Quello della estraniazione da sé dura e si evolve ancora adesso; è l’eredità più pesante che abbiamo lasciato, insieme alla ricerca falsa di ogni soddisfazione, come ha capito fin troppo bene chi è venuto dopo. Tutto quello che ho vissuto, tanto o poco che sia, non è la preda che cerco. (pag. 71).

Tutto questo insieme alla droga, il regalo più velenoso.

A diciassette ho dichiarato guerra alla vita. È cominciato tutto con un viaggio, un ritorno a casa, da Misano Adriatico a piedi per mezza Italia, solo e senza un soldo. All’insoddisfazione ho avvicinato mille soluzioni possibili. Non ho chiuso la porta a nessuna esperienza, per quanto stravagante. Mi sono cercato dappertutto, dentro sedi di partito, chiese, luoghi destinati a ogni sorta di depravazione. Ho provato ad aprire porte invisibili e per farlo mi sono fatto aiutare da ogni droga, lecita e illecita. (pag. 70).

Della droga non ho mai avuto esperienza diretta, perché allora era un fenomeno ancora limitato fra i giovani; però ci fu una ragazza della mia scuola, tanto entusiasta e positiva, che rividi poco dopo la maturità con lo sguardo fisso negli occhi perduti: irriconoscibile. Era diventata un’altra preda; chissà che fine ha fatto? Drogarsi con qualsiasi cosa non toglie il dolore del vivere.

A farmi soffrire è l’idea che la vita vissuta finisca nel nulla, che non ci sarà modo di riviverla, di rivedere tutti. (pag. 85).

A ciascuno è dato di vivere secondo il suo punto di vista e ciò che lo personalizza è la riflessione che ne facciamo attraverso la memoria, a partire da un attimo dopo che il presente è trascorso. Non possiamo aver coscienza del vivere se non in modo riflesso, ricordando una parte delle sensazioni avute a partire dalle nostre percezioni parziali. Sembra che l’esperienza sia condannata a frantumarsi nella memoria in particolari che ciascuno ritiene per sé, inevitabilmente diversi da quelli di ogni altra persona, anche se si sono vissute le stesse cose. E allora, se non abbiamo niente in comune, cosa possiamo comunicare?

E poi c’è il dolore degli altri.

Quale compito devo svolgere per non sentire più il dolore degli altri? Sarà la maturità, il diventare adulto, a dare durezza alla mia pelle? (pag. 70).

Non avevo mai voluto aver nulla a che fare con la sofferenza; cercavo di fuggirla in tutti i modi e non sopportavo nemmeno di vederla negli altri; tanto meno provocarla agli altri. Ma la realtà si è incaricata del processo doloroso e inevitabile di maturazione. Ricordo di una volta che, insieme ad altri, stavo ad aspettare un coetaneo che non conoscevo e che si vedeva raramente perché era costretto su una sedia a rotelle; tutti ne parlavano come di una persona eccezionale, uno autorevole, senza badare al suo handicap, e la cosa che dicevano che mi è rimasta più impressa era: «É uno che appartiene». Per appartenere bisogna dire di sì nella maniera più semplice e totale possibile. Per questo le prime persone pienamente realizzate che ho conosciuto sono stati i tanti bambini e ragazzi menomati in maniera grave nel corpo o nello spirito che hanno accettato quella condizione che il Mistero ha scelto per loro; a questi aggiungo anche tutti gli innocenti che soffrono e i bambini non nati. Non riesco a stare davanti a questo sofferenza accettata; scappo via subito; è troppo radicale per me.

E anch’io cerco la salvezza di tutto; perché ho fatto il liceo classico e mi hanno insegnato che salvo deriva dal greco ólos che vuol dire tutto intero. Questa è la radice della ricerca iniziata tanti anni fa: qualcosa che custodisca tutta la vita che ho vissuto e vivo. Esattamente quello che scrive Daniele. Eccola la mia ossessione, il mio desiderio patologico.

Salvezza.

Dalla morte. Dal dolore.

Salvezza per tutti i miei amori.

Salvezza per il mondo. (pag. 54).

Trovare qualcosa che ti permetta di abbracciare tutto (pag. 100): i miei genitori, la moglie, i figli, gli amici, i parenti, i compagni e gli estranei e tutto il mondo che ho conosciuto; gli insetti, le erbe della campagna e le piante dei boschi; il mare grande e le montagne silenziose. Ho abbracciato come ho potuto il sapere classico e quello scientifico, gli autori e i poeti che mi sono stati proposti da quelli che mi hanno educato; ho gioito e pianto, corso e perso tempo, ho sbagliato e fatto giusto, seguendo l’eco di un ricordo lontanissimo avvenuto prima di tutte le storie.

Io credo che gli artisti, come certi matti, abbiano dentro di sé il seme di un ricordo lontanissimo, qualcosa avvenuto prima di tutte le storie. È la bellezza la scintilla di tutto. (pag. 76).


La mia vita, da qui dentro, mi è apparsa in questi giorni come una colata d’oro fuso, dal valore inestimabile. (pag. 87).

La vita dal valore inestimabile, ovvero la felicità, è tanto reale quanto sfuggente ed è difficile descriverla perché si tratta di qualcosa di completamente eccedente ogni nostra previsione, e non è detto che sia sempre leggiadra e divertente. Daniele Mencarelli in questo libro ci è riuscito; a me invece capita che quel che volevo pensare o dire o di cui dovevo accorgermi quando per esempio mi è successa la felicità mi viene in mente dopo, mentre scendo le scale per andar via dal posto dove è successa, e quello che volevo dire o pensare o essere arriva sempre un poco troppo tardi. La felicità infatti accade nei momenti più impensati come testimoniato, fino ad estremi per me assolutamente incomprensibili, da Imre Kertèsz, un ebreo ungherese deportato ad Auschwitz e Buchenwald.

Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin da ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché perfino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli "orrori": sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno. [Imre Kertèsz, Essere senza destino, Fetrinelli 2002.]




(Primo Piano - 15.12.2020)