Primo Piano



Il gialleggiare dei licheni. Tre Croci di Federico Tozzi

Franco Palmieri



La prima volta che lessi Tre croci di Federigo Tozzi, ebbi come l’impressione di trovarmi di fronte a una lingua, l’italiano, per la prima volta. Rimasi incantato, rapito e disorientato da una scrittura dotata di tratti di umiltà e di guglie poetiche che si comunicavano attraverso tinte profonde e, allo stesso tempo, leggere, come un acquerello. Il primo istinto che si prova di fronte a una lettura come questa è quello di fermare le pagine, di non voltarle e di restare in silenzio ad ascoltare. Tozzi è un compositore di musica che, attraverso parole fresche e fragranti, crea immagini, frasi, descrizioni e personaggi di una sinfonia difficile da dimenticare. E la brillante sonorità del suo tratto, che accompagna il lettore anche quando il libro è chiuso, non smette di produrre armonia. Tre croci è un libro che, con autorevolezza, afferma l’assoluto potere evocativo della parola in un’epoca, la nostra, in cui primeggiano l’invasione delle immagini e la trascuratezza delle informazioni, mentre il vuoto delle parole diventa un rumorio indistinto.

Federigo Tozzi nasce a Siena il 1° giorno del mese di gennaio del 1883 e muore a 37 anni a Roma, il 21 marzo del 1920, colpito dall'influenza spagnola che gli causa una violenta polmonite. Data la giovane età lascia molte sue opere inedite, incompiute o disperse. Sarà il figlio Glauco a riordinare molto materiale del padre e a pubblicarlo postumo.

Mentre l'Italia entra in guerra, si trasferisce a Roma, dove conosce Marino Moretti, lavora insieme a Pier Maria Rosso di San Secondo, frequenta Alfredo Panzini, Giuseppe Antonio Borgese e Luigi Pirandello che lo riconoscono come uno dei maggiori narratori del Novecento. In questi anni romani, il suo talento già vigoroso e prolifico, si nutre nell’humus di amicizie sincere e di relazioni fondamentali per la sua scrittura. Infatti è condividendo rapporti amicali e stimolanti, che l’esperienza artistica può crescere e fecondare, perché la creatività non è mai un gesto solitario e l’artista non è un eroe destinato al successo come oggi si crede, ma un individuo che si arricchisce in una comunità.

Nel 1919 infatti pubblica Tre croci, che Borgese definisce il capolavoro del realismo. Non vogliamo qui anticipare nulla della trama di questo breve romanzo dove i personaggi, tutti, restano impressi come persone conosciute da sempre e allo stesso tempo come figure di un mondo mitologico inaccessibile. Ma, dalla trama fitta del racconto, emerge e si impone il personaggio principale, che è Siena, città natale e palcoscenico di tutto il suo dramma esistenziale. La bellezza della città si colora, si muove, palpita e vive sia dentro che fuori di chi la abita, nella realtà della finzione.

Seguitando la china, sentivano i loro passi risonare; perché la strada si fa più stretta tra i suoi muri sempre più alti. La poggiaia fuori di Porta Romana s’appiana, aprendosi con le sue campagne sparse da per tutto. Più in là, ma come della stessa altezza, i poggi azzurri, dopo una striscia violacea; con le file nere dei cipressi. Giunsero, quasi senza più parlare, ad una villa con la facciata scolorita dall’umidità; con una finestra finta e le persiane verdi; con rappezzature fatte a calce, come patacche bianche… …Poi, giunsero ad un’altra casa, tenuta su, perché non franasse, con certi rinforzi di mattoni, a pendìo, che arrivavano al tetto. Aveva la facciata gialleggiante di licheni. La forza unica di questo gialleggiante, non richiede nessun altro aggettivo, anticipa la visione di Montale e riconsegna una indimenticabile sensazione fisica del colore giallo.

Tozzi prende per mano il lettore e lo conduce soavemente ad avvicinarsi con struggente passione ad ogni più piccolo anfratto di ciò che esiste e ad ogni più profonda oscurità del vivere umano, fino a vedere squarci di paesaggi mai visti prima. Racconta accuratamente il microcosmo della città di Siena, abitato da singolari storie umane che appartengono alla sua esperienza personale, ma ciò che scrive non è mai autobiografico. Pur immedesimandosi nella sorte dei suoi personaggi non è vinto dal nichilismo ma, con un realismo carico di passione e di speranza fa vedere a tutti ogni particolare che lui ammira. La poesia di questo romanzo è un occhio di ammirazione sulla verità delle cose che permette di vederle con sorprendente novità.

L’autore è sempre presente e allo stesso tempo è distante, accompagna i personaggi, ma li guarda vivere da lontano. Loro sono nascosti e lui si nasconde, loro soffrono e lui soffre. Si piega su ognuno con un sentimento di pietà sempre vivo e struggente. Gli uomini e le donne del suo romanzo agiscono sempre in un clima di incessante tristezza, soffrono per vicende umane prive di felicità, di pienezza e di soddisfazione, hanno patologie, angoscia, dolori e difficoltà del vivere, come tutti. E Federigo Tozzi in ogni pagina, per tutti loro, sembra gridare in silenzio: “Liberaci dal male”.



(Primo Piano - 31.01.2021)