Primo Piano



Guerra e compassione in Rigoni Stern

Silvana Rapposelli



Uno dei libri più significativi del dopoguerra, Il sergente nella neve, opera di esordio di Mario Rigoni Stern, è un resoconto fedele e autobiografico della ritirata di Russia.

L’autore (Asiago 1921-2008) si trova a combattere come sottufficiale alpino sul fronte russo, quando l’esercito dell’Unione Sovietica sferra il suo attacco destinato a cambiare le sorti non solo degli italiani, ma dell’intero conflitto.

Uscito vivo dalla terribile esperienza, egli verrà fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e portato in un lager in Prussia Orientale. Qui comincia a scrivere il suo diario.

La narrazione del giovane soldato-scrittore procede con un realismo integrale, fatto di concrete e nitide immagini, senza nessuna enfasi retorica.

La prima parte del libro termina col ripiegamento dei soldati italiani per evitare di essere circondati dal nemico.

Nella seconda i soldati dell’Armir cominciano la ritirata, una lunga fatale marcia nel gelo, costretti a fare i conti non solo con i russi che li incalzano, ma anche col freddo, con la fame e ben presto con una stanchezza indicibile in un contesto in cui il caos degli ordini e delle indicazioni mostra l’impossibilità delle regole di rinserrare l’orizzonte del reale.

Ad un certo punto però ci troviamo di fronte ad un episodio inatteso, difficile da dimenticare.

“Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.

Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. - Mniè khocetsia iestj, [Ho fame]- dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. - Spaziba [grazie]- dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. - Pasausta,- mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro.”

Una pagina come questa, giustamente famosa, testimonia in modo eloquente l’esistenza di una innata, istintiva benevolenza tra gli uomini, capace di emergere anche nelle condizioni più difficili, al di là degli schieramenti e delle divise.

E ci fa scoprire che esiste la com-passione, la capacità di immedesimarsi col dolore altrui, dunque, non come un comando estrinseco ma come parte della nostra umanità!

E questo mi fa pensare: in questa guerra contro il covid non è forse giunto il momento di smettere di cercare i limiti dei diversi attori sociopolitici in campo o di individuare un capro espiatorio da offrire al pubblico, per affrontare insieme il vero attuale nemico del nostro popolo a partire da quella capacità di compassione che caratterizza la natura umana ?




(Primo Piano - 14.01.2021)