Primo Piano



Nel paradosso … la legge dell’esistenza

Giulia Sponza



Ci sono pagine della letteratura universale che mai esauriscono il loro dirompente fascino! Si avverte pertanto l’esigenza di andare, di tanto in tanto, a rivisitarle per scoprirne nuove sollecitazioni e sorprendere imprevisti suggerimenti che la densità del contenuto sa celare dietro e dentro la misteriosa trasparenza delle parole.

È il caso del romanzo di Melville, Moby Dick che al capitolo XXIII, ci offre, al riguardo, un gioiello davvero inimitabile.

Già il titolo, La costa a sottovento, prelude ad una situazione “tempestosa” dove il protagonista, certo Bulkingnton, incontra una morte tanto prevedibile quanto esaltante.

È proprio il paradosso infatti a tramare ogni riga di questo breve capitoletto del romanzo.

Una costante inquietudine caratterizza il personaggio che “appena tornato da un viaggio di quattro anni molto pericoloso”, sceglie, “senza pace di rimettersi in mare per un altro ciclo di tempeste. La terra - chiosa l’autore - pareva bruciargli sotto i piedi”.

Ecco: Melville introduce qui una perfetta analogia tra fenomeno naturale e condizione esistenziale dimostrando come un lacerante travaglio interiore, debba accettare di misurarsi “con lo sforzo coraggioso dell’anima per tenersi la libertà aperta del suo mare”.

Troppo frequentemente in noi ad avere la meglio è invece il fascino accidioso della comfort zone, considerata riparo sicuro da quei marosi della vita che, a differenza dì Bulkingnton, mai nessuno vorrebbe impattare.

A una nave - ci suggerisce Melville - “il porto darebbe riparo” perché “il porto è misericordioso, nel porto c’è salvezza, comodità, un focolare, una cena, delle coperte calde, degli amici, tutto ciò che è gradito a noi, poveri mortali”. Ma va detto altresì che “in una tempesta il porto, la terra, rappresenta il pericolo più terribile”. “Con tutte le sue forze, la nave spiega ogni vela per scostarsi” per fuggire l’ospitalità della terra. “E nel farlo combatte proprio contro quei venti che la vorrebbero spingere verso casa”. “Si getta nel pericolo disperatamente, per amore di un riparo. E il suo unico amico, è il suo nemico più feroce”.

Ciascuno può rivedere sé stesso, almeno per un segmento della propria vita, dibattersi nella vertigine di questa lotta: trovare riparo in un porto sicuro o accettare la sfida di una libertà non negoziabile.

Solo Il coraggio di dire io, (titolo del prossimo Meeting), ci consentirà di verificare come la strutturale attesa, di cui siamo impastati, può spalancarci finalmente alla speranza: una speranza che poggia tutta su di un presente carico di promessa dove nessuna tempesta, neppure quella che ingoiò tra i suoi flutti il coraggioso Bulkingnton, “potrà mai sradicare dal cuore l’attesa di qualcosa corrispondente alla nostra sete di vita”.



(Primo Piano - 20.05.2021)