Primo Piano



Caravaggio e Tiepolo: due modi contrapposti di essere artista

Giulia Sponza




Nel volume di Roberto Longhi Da Cimabue a Morandi, edito da Mondadori per I Meridiani, uno degli ultimi capitoli porta lo strano titolo Dialogo tra il Caravaggio e il Tiepolo.

Proprio quelle pagine mi sono tornate alla memoria durante la presentazione, in streaming, della mostra allestita presso le Gallerie d'Italia Tiepolo. Venezia, Milano, l'Europa (30 ottobre ‘20 - 21 marzo ‘21). Si tratta della prima esposizione dedicata all'artista veneziano, realizzata nel capoluogo lombardo per i 250 anni dalla morte: vi sono radunate una settantina di opere non solo del Tiepolo, ma anche di artisti noti e meno noti a lui coevi: mi riferisco al Piazzetta, al Pittoni, al Pagani e al Balestra.

I curatori della mostra, Morandotti e Mazzocca, più che una raccolta antologica di capolavori, hanno scelto di montare un racconto che facesse emergere fatti nuovi nella storia dell'arte immaginando una selezione qualificata di opere in funzione degli spazi espositivi, così da consentire un itinerario museale a tutti gli effetti.

Hanno inteso seguire il percorso di Tiepolo dagli anni della sua formazione a Venezia - città particolarmente feconda nel panorama culturale tra XVII e XVIII secolo - fino all’affermazione internazionale dell'artista, passando per Milano, considerata fulcro decisivo in questa serie di tappe obbligate che avrebbero condotto ben presto Tiepolo a cimentarsi con successo nelle più ricche ed affermate corti europee.


Ma se tale è il panorama complessivo che si va palesando nelle successive fasi di maturazione dell'artista, che cosa c'entra - vi domanderete - il dialogo tra lui e il Caravaggio citato in apertura?

Ho voluto farvi riferimento perché proprio grazie a quel dialogo, costruito dalla genialità di Roberto Longhi, emerge la figura di un Tiepolo come artista della finzione che si oppone a Caravaggio, pittore della realtà.

Tiepolo, fin dai primi anni della sua produzione, si mette infatti al servizio delle famiglie veneziane emergenti che necessitano di un «gran decoratore» per impreziosire ricche abitazioni e sontuosi palazzi chiedendo all’artista di raccontare i loro fasti gloriosi. In tal modo Venezia rappresenta, per Tiepolo, un vero e proprio trampolino di lancio che gli apre il varco, prima verso Milano e successivamente verso l'intera Europa: è ricercato persino in Svezia e in Moscovia! «Dove non andavo io, supplivano i miei dipinti», fa dire a Tiepolo, il Longhi nel succitato dialogo.

È proprio nel corso di tale dialogo, che non rinuncia, il Caravaggio, ai suoi taglienti interrogativi e, rivolgendosi a Giambattista, gli chiede se abbia creduto mai a quel che faceva e se abbia lasciato qualche traccia di verità almeno nel suo dipingere… Nessuna domanda riesce tuttavia a spiazzare quell’interlocutore che pare inossidabile, accecato com'è da fama e fortuna.

Per il realista lombardo, la tradizione pittorica veneziana - cui Tiepolo ritiene, a pieno titolo, di appartenere - è incarnata invece da artisti come Giorgione, Tiziano, Veronese… «Pretende forse l’illustre pittore di rimettersi, dopo due secoli, nei panni loro? La realtà non torna indietro, salvo che per sognare, illudersi, mentire una felicità che nel mondo non ha luogo».

Ma Tiepolo non si lascia scalfire neppure da questa nuova drammatica provocazione! Risponde piuttosto, con rassegnata lucidità, affermando di aver preferito «seguire i tempi che volevano, ad ogni prezzo, essere o sembrar felici».

Non nasconde tuttavia, con sorprendente e imprevedibile sincerità, che neppure lui credeva alle favole che gli venivano richieste, ma d'altra parte «le sue doti parevano davvero inaudite nel sapere - proprio quelle favole - ordinare, facendole muovere nell'aria più schietta e luminosa che mai abbia spirato».

Ma Caravaggio incalza sostenendo che «nell'aria e nella luce si muove la vita reale, non la finzione, non l'allegoria. Non ci sono forse i barcaioli a Venezia?»

Continua a sfuggire, Tiepolo, schivando anche questa ennesima sollecitazione.

Ne emerge così un personaggio alla totale mercé dei committenti che, nelle diverse corti europee, se lo contendono senza lesinare gli elevati tributi che le sue prestazioni esigono.


Perché, allora, si prolunga nel presente l’eco di quel successo? Perché sottolineare con tanta enfasi la personalità di questo artista di fatto così distante dalla nostra sensibilità e così estraneo al nostro gusto contemporaneo?

Forse il vero pregio di Tiepolo, fu la sua capacità di interfacciarsi con l’Europa settecentesca nel mondo di allora non ancora globalizzato.

Con i suoi affreschi magniloquenti, i suoi soggetti allegorici, le sontuose rappresentazioni legate alla mitologia classica, egli riporta alla luce figure e immagini coinvolgenti e financo persuasive.

Se gli anni a seguire conosceranno il trionfo inedito della dea ragione e l’incontestato ottimismo del secolo dei lumi sarebbe però sleale non cogliere l’animo di fondo che si nascondeva nelle pieghe della civiltà aristocratica e di Antico Regime maturo in cui Tiepolo sembra così organicamente inserito. Se uno guarda al tardo barocco svizzero-tedesco o più in generale asburgico-boemo, quello di San Gallo, di Einsiedeln, delle grandi abbazie sei-settecentesche tra Austria e Baviera; o se, andando a Vienna, a Salisburgo, uno entrasse nei palazzi e nelle ville imperiali, nelle cappelle che vi erano inserite, se ammirasse tutta questa profusione di arte principesca, nobiliare, fino a quella più maestosamente regale, potrebbe definire quella un'arte soltanto formale, un’arte da... parata, o non reperire piuttosto qualcosa che nasconde al suo interno una logica a modo suo edificante, un teatro dell'incarnazione, della gloria divina che si manifesta, del dialogo tra il cielo e la terra che lo accoglie e lo invoca dal basso?

Ma sa, Tiepolo, cogliere tutto questo profluvio di bellezza; riesce a dargli voce in un’epoca che si era lasciata ormai alle spalle l’arte pittorica di soggetto sacro riducendola per lo più a stucchevole oleografia?

Certo è che la sua tecnica insuperabile, le sue “celesti” luminescenze, i suoi monumentali personaggi, seppero brillantemente supplire alla debolezza di taluni contenuti e alla complessiva vacuità del messaggio.

Questo d’altra parte richiedeva la ricca committenza delle corti europee e a questo tanti artisti si adeguarono offrendo le loro “specialità” a quanti soprattutto sapevano intercettarne qualità e competenze. Quanto maggiore era la competenza, tanto maggiori erano riconoscimenti e successo. In questo Tiepolo fu maestro e modello non solo per i suoi contemporanei, ma anche per noi, fruitori – talvolta impreparati - di tale maestria che ci sta raggiungendo oggi, dopo oltre 250 anni, a Milano, in tempo di pandemia presso le Gallerie d’Italia. Non potendo ospitare i visitatori in presenza, gli organizzatori hanno provveduto nel giro di una settimana, ad un formidabile allestimento che consente, grazie a un’esperienza digitale immersiva di alta qualità e fascinazione di visitare la mostra sotto la guida di Giandomenico Tiepolo, figlio del grande artista. Indossa dunque la cuffia e comincia, senza indugi, il suggestivo percorso.



(Primo Piano - 13.11.2020)