Primo Piano



Quando la pandemia ci raggiunge da vicino

Danilo Zardin

In memoria di don Antonio Anastasio (31 gennaio 1962-9 marzo 2021)



In tantissimi gli siamo stati vicini. Lo abbiamo accompagnato discretamente, ostinatamente, nella lunga battaglia tra la vita e la morte degli ultimi due mesi e mezzo. Giunti al termine, viene spontaneo paragonarla a una dolorosa via crucis, una delle migliaia che abbiamo visto ripetersi nella morsa della pandemia che ci ha strappato tante persone care. Più che di una salita, si è trattato in questi casi di inesorabili discese verso la perdita di ogni energia residua, sugli aspri tornanti di un cammino di spoliazione implacabile, fino al passo definitivo della consegna estrema.

Così ci siamo ritrovati ancora più esposti e indifesi, aggrappati a schermi di protezione che non sempre hanno avuto la forza di reggere. E lo scandalo del male misterioso che minacciava di rubarci un altro pezzo di umanità ci ha spinto a desiderare un cambio radicale di rotta, a invocare la grazia del miracolo.

Il miracolo straordinario, quello che sconvolge i ritmi della natura e risana le ferite capovolgendo i drammi della fragilità umana, non è stato concesso. Non c’è stata nessuna guarigione prodigiosa. Nessuna irruzione visibile del divino capace di respingere l’assalto del male e di prolungare in avanti il dono dell’esistenza nella sua forma normale.

Ma se non c’è stato nessuno stravolgimento di un destino marchiato a fuoco, se il declino verso la cessazione dell’ultimo battito del cuore non è stato interrotto, forse possiamo dire che c’è stata una deflagrazione di tanti piccoli miracoli esplosi al margine del viaggio forzato verso l’essenziale a cui la sofferenza di don Anas ci ha costretti. Se ogni martirio, quando è reale, si rivela sempre paradossalmente fecondo, così è stato anche per la silenziosa testimonianza che l’amico sacerdote ha reso di fronte a chi ne ha seguito i passi decisamente fuori dal comune. Passi segnati semplicemente dal rimanere prigioniero bloccato nel suo letto di terapia intensiva, dentro la trincea della sua immobile postazione di lotta contro l’assedio del virus. Come “pecora muta di fronte ai suoi tosatori”, come ennesimo agnello indifeso “condotto al suo macello”: senza bisogno di nuove parole, senza nessuna enfasi fuori posto, senza aggiunta di gesti clamorosi dopo le tante parole e le innumerevoli azioni buone disseminate a piene mani in tutto il corso precedente della sua vita, tra Roma, Grosseto e i sobborghi di Madrid, da qui poi in una parrocchia di periferia, ma aperta al mondo, e tra i giovani universitari della città di Milano.

Il prodigio che non è mancato è la pioggia di infiniti contraccolpi che la piaga del male patito senza colpa ha riversato su quanti hanno potuto condividere da vicino il dilatarsi del sacrificio totale della vita. La pietà per il dolore inflitto ha risvegliato il senso delle gigantesche proporzioni del dramma che ci affligge ormai da tanto tempo. Ha spaccato tanti muri di indifferenza e di estraneità, tanta superficiale supponenza nutrita dai fortunati che fin qui non avevano dovuto fare i conti in modo diretto con la devastazione del contagio globale. La più stupida presunzione si è incrinata, e ha fatto riemergere tutta l’imponenza della nostra precaria fragilità. Siamo povera cosa. Abbandonati a noi stessi saremmo solo un’anfora vuota che attende di essere riempita a una fonte che non si sa bene dove sia finita. Si riaccende acuto il senso della dipendenza: non ci facciamo da soli, non siamo noi i padroni esclusivi della vita dell’universo.

I contorni che si ridefiniscono aiutano a riconoscere il profilo autentico della nostra condizione. Attaccati al nostro io, ma davanti al tutto che ci sovrasta. Da una parte la potenza del nostro desiderio, dall’altra il mistero che lo riassorbe da ogni lato. Il dolore per tutto ciò che viene meno e ci è sottratto per sempre diventa una provocazione di riscatto. Il bruciore della mancanza accende l’intensità della domanda. Costringe a mendicare, a cercare una pienezza fuori di noi, che riempia il nostro vuoto. Dal cuore nauseato, magari solo stridendo, balbettante e confuso, si libera il grido di un bisogno che torna ad aprirsi varchi di verità dentro le gabbie dell’ovvio quotidiano.

Il miracolo di una rinascita è sempre in agguato dietro l’angolo dell’imprevisto. Lo sguardo a cui conduce ci porta a percepire il brivido della compassione come fondo ultimo dell’essere che ci costituisce. Esistiamo, decadiamo, cessiamo alla fine di vivere: ma dentro un abbraccio che non ci può lasciare mai soli. Questo abbraccio di carità che ci precede genera il senso invincibile, superiore a ogni obiezione e a ogni contestazione, della gratitudine. Fiorisce in una capacità di apertura che diventa baldanza desiderosa di spartire tutto il positivo di cui si può fare esperienza, in forza di una condivisione spinta a ridonare ciò che ha risanato e dato sostegno al nostro esistere.

La logica indistruttibile della carità come flusso potente di restituzione è forse il miracolo ultimo e definitivo che la vita di don Anas, a partire da come si è chiusa, lascia in consegna agli amici che hanno potuto incrociare la sua figura. Fino all’ultimo ci ha mostrato che tutto può diventare dono, offerta e consegna, per il bene proprio e il bene del mondo intero. Si può diventare germe di una vita risorta anche stando dentro le strettoie della più soffocante, della più severa e umiliante contraddizione. E il contagio di una speranza lieta e operosa di resurrezione passa in primo luogo attraverso la via maestra della testimonianza. Si manifesta nel calore attraente di una presenza che accoglie e si fa paterna, radiosa come energia di bene, nella luce di una misericordia che risplende oltre il buio di ogni limite e di ogni chiusura di tomba.



(Primo Piano - 12.03.2021)