Le vostre risposte


Simonetta Bini

Dirigente scolastico del Liceo Classico e delle Scienze Umane "Vincenzo Monti", Cesena


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

La DaD è stata messa in atto non per un desiderio di sperimentazione condiviso, programmato e ben strutturato, ma per necessità accompagnata da paura di un pericolo sottilmente insidioso e in gran parte ignoto. Queste condizioni di contesto sono imprescindibili per una riflessione onesta sulla portata autenticamente rivoluzionaria della DaD. Uno studente ha bisogno di riferimenti adulti che sappiano su che strada incamminarsi e che forniscano strumenti adeguati al viaggio: gli insegnanti. Anche i docenti, in questo frangente, hanno però quasi dovuto riscoprire che tutto il sapere di cui si sono nutriti e con cui hanno nutrito negli anni generazioni di alunni, messo alla prova di fronte all’imprevisto, non solo “regge” l’urto, ma è realmente utile per leggere questa realtà che si mostra disorientante, ma che può essere indagata.

Ecco, se vogliamo, la vera rivoluzione determinata dalla DaD è meta-didattica: io, insegnante, vengo virtualmente a casa tua, studente, per confermarti che non solo la nostra relazione educativa “tiene” di fronte all’impensabile, ma che contenuti di conoscenza, che davo per scontati, anche per me si riscoprono nuovi e adeguati, portatori di speranza.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nel “clima di scuola” e nella relazione con i docenti, gli studenti e i genitori?

Docenti, studenti e genitori sono portatori delle medesime istanze e degli stessi desideri del periodo pre-virus. Tutti, come prima, chiedono di essere ascoltati e valorizzati, anelano alla giustizia e la vorrebbero immediatamente realizzata, tengono al bene comune, desiderano essere felici, temono la morte… e potrei andare avanti lungamente.

Solo, ora è cambiata la prospettiva e non la sostanza, ma la “forma” delle domande (anche se, a ben vedere, il nesso forma-sostanza è fondamentalmente inscindibile). Di conseguenza, le medesime domande assumono un’altra veste. Scrive Sara, una studentessa della terza classe: “… il sentimento che mi logora maggiormente è la nostalgia. Ripenso continuamente alla libertà che avevo in precedenza e che in queste settimane si sta dissolvendo, ripenso a quegli attimi di leggerezza e risate che condividevo con i miei amici, mentre ora tutto ciò che condivido con loro è il credito del cellulare durante le chiamate vocali. Ma se tutti mettessimo da parte il nostro egoismo, in breve tempo potrei riascoltare quelle risate”.

Occorre raccogliere e incanalare al bene questa “nostalgia”


III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale della scuola: far fiorire l’io dei docenti e degli alunni in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

Mi ricollego al tema della “nostalgia” della risposta precedente, quel desiderio del bello sperimentato e ora assente, ma cui si continua ad aspirare. Nelle forme virtuali che ci sono concesse e che continuamente sperimentiamo, sono impegnata a comunicare che la realtà non ci è nemica e non ci è data per essere un ostacolo alla realizzazione, personale e collettiva: la realtà è una grande sfida e ci chiede di ripensare alla modalità con cui affrontarla. Non possono essere gli adulti a smarrirsi perché, tolti dai riti quotidiani, non sanno come orientarsi. Per cui, ci impegniamo tutti, senza avvilirsi e senza irrigidirsi, a trovare forme costanti di comunicazione: telefono, mail, videoriunioni, videolezioni… I docenti e gli studenti sanno che la comunità scolastica, anche se “virtuale”, c’è, opera ed è riconoscibile, perché, consultata, risponde; si sta creando anche una sorta di solidarietà digitale nel senso che si cerca di adoperarsi per permettere la partecipazione di tutti alle videoriunioni e tutti sono prodighi di consigli se una persona ha problemi di connessione, o con il microfono o con altro: mai vista una solidarietà così quando si deve partecipare al Collegio docenti o alla riunione di dipartimento. Solitamente, in presenza, chi si preoccupa di chi è assente?



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Ciò che è essenziale è la relazione educativa ed è indispensabile tenerla viva nei vari frangenti che la società attraversa. La modalità può essere in continuazione ripensata, ma non vi è dubbio che nella situazione in cui studenti e docenti non possono ritrovarsi né nelle aule scolastiche né altrove, se non avessimo avuto il supporto delle aule virtuali e delle piattaforme didattiche questo periodo sarebbe stato vissuto da molti ragazzi in una grande e desolante solitudine, senza compagnia adulta ed “esperta”. Quindi, occorre pensare alla scuola come ad un luogo che accoglie la sfida della novità, anche delle modalità di trasmissione del sapere, che non demonizza nulla di ciò che l’uomo produce attraverso l’informatica e le tecnologie, che vaglia tutto e sa trattenere ciò che è buono: in questo caso, sapere che le piattaforme, una volta finita l’emergenza, sono “luoghi” di sperimentazione, archivio e condivisione di materiali che possono essere alimentati dialogando con le lezioni in aula non può che essere una grande ricchezza, che può persino cementare il senso di appartenenza ad un istituto, come il diario, la felpa, la borraccia…



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

Rispondo tramite un esempio. Indico una videoriunione con i collaboratori e i coordinatori dei dipartimenti: dodici docenti che non si vedevano da un po’. Partecipano tutti, ed una insegnante, molto scrupolosa ma discretissima, ha problemi con la telecamera, per cui risulta a video oscurato: nonostante i consigli elargiti dai colleghi, il problema non si sblocca. Cominciamo la riunione senza un volto, solo con la voce della docente. La riunione si snoda per quasi un’ora e mezzo e, dieci minuti prima della conclusione, la professoressa si collega anche tramite l’immagine: si alza un coro di voci entusiaste di benvenuto, e la docente, alla fine, saluta e dice: “E’ stato bello rivedersi”. Esistenzialmente mi ha colpito il fatto che noi tutti viviamo nell’attesa di cose buone, solo che le diamo per scontate, e ci appaiono preziose una volta che ne sperimentiamo la mancanza e si riattiva il desiderio. Forse ricorderemo questo periodo anche come un grande “motore” di desideri.