Le vostre risposte


Emanuela Camatini

Docente di Lettere, secondaria di primo grado


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?


Le rivoluzioni, si sa, cambiano in modo irreversibile l’assetto delle cose e quindi di sicuro la Didattica digitale per noi, scuola italiana, costituisce una vera rivoluzione; non si potrà più prescindere da quanto sta capitando e da come tutti stiamo prendendo coscienza di cosa significhi veramente la relazione pedagogica; di come la tecnologia - che sembra dominare il mondo industrializzato - non sia affatto padroneggiata dai nostri scolari; di quali disuguaglianze faccia emergere una piattaforma digitale, rispetto alle quattro mura di un’aula un po' scrostata e magari con un vetro rotto!


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nella relazione docente-studente-disciplina d’insegnamento?


Se mi avessero posto questa domanda chessò a gennaio, avrei detto che nessuno poteva fare scuola se non la scuola: quell’insieme cioè incredibilmente complesso che, dopo le nostre famiglie, ha accolto ciascuno di noi dai sei ai diciotto anni. Ma non siamo a gennaio! Si è verificato nel mondo un evento di portata straordinaria e non è facile stabilirne ora gli effetti, sociali, relazionali, economici. Mi è difficile pertanto stabilire cosa si sia modificato nella mia relazione con gli studenti; questo lo capirò ad emergenza finita, quando ci ritroveremo in classe ( e non in Classroom) quando dovrò nuovamente invocare il silenzio (quanto mi manca il rumore delle voci dei ragazzi, quelle voci che adesso dobbiamo sempre “zittire” perché l’audio non interferisca nella videochiamata con Meet), quando gli alunni torneranno alla cattedra per chiedere spiegazioni con quell’aria un po’ svagata e speranzosa per tornare al proprio posto talora di corsa perché “hanno capito!” talora lentamente perché sono “al punto di prima”.

Detto questo però delle cose interessanti mi stanno capitando e a ben guardare non sono del tutto negative!

La forzata mancanza di relazione emotiva (si chiamerà così quell’infinità di segni, sguardi, tocchi, sorrisi, risate e occhiatacce?) con le classi ha messo in luce giorno dopo giorno un’altra relazione, più intima, personale e forse anche più diretta con i ragazzi che non più intimiditi dal gruppo e dalla “presenza” del docente, si sono a poco poco lasciati andare instaurando una comunicazione talora un po' formale o sgrammaticata ma sicuramente ricca, vera e importante.

Ed è proprio da questo legame sotto traccia che sta emergendo un assiduo bisogno di essere uniti, di rimanere in contatto (si può dire “connessi”?) tra tutte quelle componenti della scuola, famiglie comprese, che in queste settimane stanno vivendo di più l'esperienza dei loro figli, e forse capendo più di prima che scuola non è solo voto, saperi, pagelle, ma anche e soprattutto luogo di crescita per tutti coloro che la vivono.




III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale dell’insegnamento: far fiorire l’io dell’alunno in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?


Da quando è iniziato questo forzato isolamento, mi sono trovata nella necessità di ripensare cosa davvero sia lo studio, “studium”, e come si possa trasmettere passione e impegno personali utilizzando la potenza della tecnica.

E con la mente sono tornata indietro di qualche secolo, a quando cioè uomini e donne hanno sviluppato il proprio pensiero in modo grandioso, interpretando la realtà intorno a loro e segnando in modo eterno la cultura e la vita di intere generazioni attraverso la parola scritta, attraverso un rigoroso ed approfondito “viaggio interiore” che ha permesso loro di porsi in modo nuovo di fronte al mondo e di spalancare nuovi, inesplorati orizzonti.

Dunque è da lì che sono partita: dall’uso della parola scritta che prima di essere strumento di comunicazione - magari rapidissima e sincopata come quella degli odierni messaggini telematici - è strumento di indagine, analisi, aiuto e approfondimento.

Lo scrivere è diventato segno tangibile di presenza, di possibilità di esserci, di valorizzare e di valorizzarsi.


IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Mi immagino a settembre (lo spero tanto) di nuovo nelle mie classi, nelle nostre classi, elementi essenziali della scuola “tradizionale”; nel giardino dove si condividono gli intervalli; lungo i corridoi che percorriamo in massa la mattina; nella sala professori zeppa di colleghi, borse e cartelle, felice di ritrovata normalità e di consuete certezze, ma anche rinnovata nel mio valutare i ragazzi, che mi appariranno in una nuova prospettiva, mediata da quella “distanza” che in questi mesi si è creata tra noi.

Prospettiva che va assolutamente trattenuta e riproposta perché ci ha permesso di vivere un’esperienza incredibile di conoscenza, responsabilità e rimodulazione del tempo.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

Forse non dirò nulla di nuovo ma la cosa che più mi ha sorpreso è come la scuola abbia saputo fare fronte comune in un momento così difficile e si sia in tempi rapidi ri-proposta come interlocutore significativo (non sempre ha saputo esserlo!), capace di sostenere, accompagnare e, perché no, emozionare i ragazzi.