Le vostre risposte


Silvia Cazzaniga

Docente della scuola primaria primaria presso l'IC Giacomo Paccini, Sovico (MB)


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

La rivoluzione è repentina, inevitabile, forzata, irreversibile; ciò non significa che sia buona o cattiva. Non si tratta di decidere se il cambiamento sia opportuno, perchè è un dato di realtà, la rivoluzione è già avvenuta e come ogni rivoluzione vivrà e subirà degli eccessi, diventerà “di moda” o sarà considerata ”foriera di sventura”. Dipende da quale sarà l'incipit che ci guida, da quanto sapremo mantenere memoria e bussola. Mi auguro che la rivoluzione si limiterà ai mezzi, ma più un mezzo è potente, più necessita di conduttori affidabili ed esperti. Fino ad ora agli insegnanti è stata chiesta la competenza sulla materia e la competenza pedagogica. Il tempo ce ne impone altre, quella tecnologica innanzitutto. Non si tratta di accendere, digitare, entrare in una piattaforma ..., ma conoscere e gestire la facilità con cui si catturano, replicano, inviano, diffondono immagini e parole. E ancora ..la competenza giuridica, per sapere i limiti da non valicare, quella psicologica per intuire e prevedere intromissioni e reazioni. La rivoluzione sarà buona solo se si troverà modo di frequentarci anche di persona con la consapevolezza di una visione che va oltre il momento in classe, ma questo …..era già necessario.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nella relazione docente-studente-disciplina d’insegnamento?

Dopo un primo e “intimamente lunghissimo”,momento di disorientamento, durante il quale convivevano due sensazioni contrastanti: quella di porsi in attesa/apnea e quella di vivere in affanno spasmodico: recupero//taglio; riorganizzazione/dismissione; sollecitazione/decompressione; tutto è ricominciato ed è diventato palese. Tutto cosa? Tutto è il costruire una relazione biunivoca nella quale l’insegnante ha il ruolo autorevole di guida: costruire una ritualità (armonia della giornata), garantire un’autorità (regole di convivenza), pianificare un apprendimento (saperi fruibili, interessanti e utili), coinvolgere la corporeità (movimenti finalizzati e consapevoli), valorizzare la creatività (pensare autonomo e divergente) ... dopo 7 settimane, la strada è la stessa, ma un po’ più complessa perché coinvolge inevitabilmente tutta la famiglia. Non si tratta più di attivare, suscitare, coinvolgere, valorizzare, gli alunni in classe, adesso è come se si dovesse attivare, suscitare, coinvolgere, valorizzare, adottare, l'ambiente familiare stesso, senza giudicarlo/condizionarlo/forzarlo, ma …. rimodulando la relazione.



III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale dell’insegnamento: far fiorire l’io dell’alunno in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

Non so se ci riesco, ma, come predicava Don Tremolada, l'unico atteggiamento proficuo per un insegnante è quello di essere generoso fino all’ingenuità, cioè essere un “seminatore entusiasta” che gettando il seme per la prima volta, non sa dove e in che misura seminarlo, lo elargisce a profusione senza preconcetto su chi ce la farà e chi meno, “provandoci” al di là delle aspettative. I bambini sono terreni unici, nessuno può sapere a priori quali siano le loro potenzialità, si scoprirà poi. Una delle cose che possono impedire ad un alunno di trovare le proprie attitudini, dedicare tempo/fatica/creatività per farle crescere, riconoscere i propri limiti e imparare ad accettarli/superarli, è l'insegnante che gli manda un messaggio di pregiudizio. In questo periodo cerco di essere più accogliente del solito rispetto alla qualità di lavori che chiedo, perchè voglio evitare il rischio che un genitore si sostituisca a lui nell’operare, il messaggio deve rimanere: tu provaci ed io “ti aiuto a capire il valore del tuo operato”.



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Si tratta di capire come la scuola possa perpetrare un ruolo: l’alfabetizzazione culturale. É da tempo che l’accesso ai contenuti è diventato di massa, ma in questo marasma di informazioni la scuola deve tenere stretto un ruolo: l’affidabilità, la memoria sicura, il confronto leale, la sperimentazione onesta, l’accoglienza reciproca.

É diventato molto difficile alfabetizzare i bimbi, perchè arrivano carichi di informazioni “provvisorie”, raffazzonate nella mente e pronte ad essere esibite come “trofei”, prive di ogni legame con l’io, slegate dal contesto, non sottoponibili a dialettica. I contenuti e le finzioni, se non le fake, si assommano nella loro mente, senza ordine e senza certezze. Il nostro compito è senza dubbio partire dal corpo, guidarlo, metterlo in collegamento con le esperienze sensoriali emotive e virtuali. Anche a distanza, il nostro compito è l’onestà intellettuale.

Se ci illudevamo che solo “la scheda incollata con le parole da completare “ potesse produrre competenza linguistica, poi ci illuderemo che solo “il video di una traslazione” potrà produrre competenza geometrica.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

In questa nuova situazione io sto riuscendo a fare delle lezioni esclusivamente facendo perno su una relazione già vissuta, su un contatto stabilito, su un sentirsi gruppo già creato. Gli alunni rimandano esercizi e compiti con la smania di sapere se la maestra li ha ricevuti e le famiglie chiedono che le maestre esercitino un ruolo “di paletto istituzionale”. Alla fine la domanda implicita è : ”dimmi che vado bene” o anche “dimmi che vado male”, ma rispondimi, perché la crescita avviene solo in modo dialettico e ognuno esiste solo se esiste per qualcuno.

Anche senza contatto fisico, la competenza richiesta è un’umanità.