Le vostre risposte


Roberto Fraccia

Dirigente scolastico dell'I.C. “Ada Negri”, Motta Visconti (MI)


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

Per dire se si tratti di una rivoluzione o meno occorrerà attendere il lascito di questo periodo e la sedimentazione di tutto questo diverso modo di fare che ha investito la scuola che mi è stata affidata.

Dal mio punto di vista emerge sicuramente come particolarmente significativo l’impegno, lo sforzo e in taluni casi la “inversione ad U” di taluni docenti nel riconsiderare la possibilità di utilizzare appieno le tecnologie per attivare il loro intervento a distanza.

Quindi per certi versi una “rivoluzione” avvenuta non sulla spinta di massicce iniezioni di formazione (peraltro effettuate, ma rimaste inefficaci fino ai primi di marzo), ma per la più classica delle sollecitazioni: la sana e contagiosa “invidia” nel vedere possibile e ristabilito il “contatto diretto” con i propri alunni che fino a quel momento veniva ritenuto depauperato dall’utilizzo delle piattaforme.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nel “clima di scuola” e nella relazione con i docenti, gli studenti e i genitori?

Immediatamente mi viene da registrare una mancanza, quella degli studenti che nel mio caso sono bambini, ragazzi e preadolescenti. I primi giorni di sospensione quando ancora il lockdown non era così ferreo (tanto per intenderci quando vigeva l’hashtag “milanononsiferma”) e la scuola secondaria, con le dovute cautele, era popolata da distanziati insegnanti che si sostenevano nell’uso della GSuite e di Meet, mi affacciavo agli schermi per salutare gli alunni soprattutto quelli più grandi con cui la conoscenza reciproca aveva avuto modo di crescere negli anni. Al momento c’è un po’ di solitudine sotto questo profilo. In compenso è cresciuta la famigliarità con i docenti. Si percepisce reciprocamente la possibilità di comunicarsi qualcosa di più, di andare maggiormente al nodo centrale delle questioni, lavorandoci insieme. Paradossalmente la possibilità di vedersi in collegamento, e il confinamento nella propria abitazione, rendono più facile il “vedersi”, confrontarsi, più rapido il decidere e l’operare di conseguenza. Mi sembra che sia una straordinaria occasione, accettandone la sfida, di crescita umana ancor prima che professionale. La responsabilità del dirigere, più condivida, in realtà assume uno spessore ancora maggiore. Come nei rapporti con i genitori che sino infittiti nel loro complesso. Ho ritenuto infatti di dover dedicare maggiore attenzione e spazio di comunicazione in questo periodo per evidenziare una vicinanza. Infine, c’è una sorta di inversione delle comunicazioni: mi sono assunto infatti il compito di intercettare telefonicamente le famiglie degli alunni “scomparsi” dalle lezioni, per un sollecito, a partire sempre dalla domanda “come va?”. Banale sicuramente, ma capace di tenere aperto il dialogo e sostenere il credito di cui la scuola ha bisogno ora.



III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale della scuola: far fiorire l’io dei docenti e degli alunni in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

Nel mio modo di dirigere, ordinario, ho sempre cercato di fare spazio alla mia necessità di muovermi negli spazi della scuola (sarebbe meglio dire delle scuole visto che sono sette con una distanza da coprire che va dalle poche centinaia di metri, ai 3 e ai 10 km). Un po’ come il Maigret di Simenon che ha bisogno di “respirare” il contesto per trovare il bandolo della matassa. Fuori di metafora per tastare il polso, capire e in qualche modo “dire” più con l’esserci che con le parole. Ora per via di quella famigliarità che si è aperta una breccia, mi permetto qualche suggerimento di lettura in più accompagnato da due parole, discrete per sollecitare la libertà anzi per rimarcare la libertà del soggetto (mia e di ciascun docente) e superare “l’effetto circolare” che deve essere letta e applicata. Risultati: nessuna forzata risposta, e questo è positivo; all’occasione emerge un cenno di gradimento il che significa che è vero e talvolta si innesca uno scambio di testi o di considerazioni ….



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Mi ha sempre colpito la definizione di Scuola come “comunità di apprendimento” che risuona, con sfumature diverse, nei testi di studiosi come Dario Nicoli o Angelo Paletta. L’ho sempre presa in prestito e rilanciata perché la ritengo fondamentale. La Scuola deve produrre apprendimento e compie egregiamente il proprio compito se il suo livello adulto è seriamente impegnato ad apprendere. L’affermazione è rimasta a livello teorico nella gran parte dei docenti, fino a questa fase dove la gran parte ha dovuto misurarsi con la novità di strumenti e metodi. La comunità di apprendimento è divenuta esperienza condivisa, docenti tra loro e con gli alunni. L’ho messo in evidenza ringraziandoli, per il lavoro che stavano facendo, proprio perché ritengo sia un valore acquisito da conservare e coltivare.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

In parte ho già risposto. Aggiungerei soltanto che nella stragrande maggioranza dei docenti all’opera, anche quando ci si deve dire di qualcosa che non sta funzionando, di un alunno che “si mimetizza” o “scompare”, dell’incertezza delle prospettive, prevale uno sguardo più lieto. Dipenderà forse dal fatto che finalmente si ha modo di “incontrarsi”, di rompere un po’ l’isolamento e la routine delle giornate, oppure, preferisco pensare, che si percepisca che non si può sprecare l’occasione e perciò venga distillato quanto nei più è evidente: una passione per il proprio lavoro e ultimamente uno sguardo contemporaneamente più realista ed empatico. Questa è sicuramente un’altra di quelle eredità che dovrò aver cura di custodire.