Le vostre risposte


Paolo Fumagalli

Docente di tecnologia della scuola secondaria di primo grado presso l'IC G. Paccini, Sovico (MB)


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

Penso che il temine “avvento forzato”, che bene descrive quanto sta accadendo, stia ad indicare come la scuola, oggi, si trovi obbligata ad adeguare metodi e linguaggi con una velocità ed una capacità di adattamento mai sperimentata prima. Ciò accade suo malgrado, o finalmente, a seconda di come la vogliamo vedere, ma non per questo parlerei di autentica rivoluzione.

Sicuramente nuovo è il messaggio che essa dà ai suoi allievi ed alla società, visto che il medium È il messaggio: dice “io ci sono, ti raggiungo, non vengo chiusa nemmeno in un’emergenza come questa…”, e questo è comunque un sussulto di grandezza e di bellezza. Ma il rischio è che tutto si fermi lì, ad una consolante ed autocompiacente modernizzazione dei sussidi, che probabilmente conoscerà un’obsolescenza più veloce di libri e quaderni…

Un’autentica rivoluzione potrebbe derivare da un rinnovato riconoscimento sociale del ruolo della scuola, così come forse sta accadendo per l’assistenza sanitaria, ma il mio realismo mi fa dubitare della reale portata culturale di opinioni indotte mediaticamente in un pubblico poco riflessivo.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nella relazione docente-studente-disciplina d’insegnamento?

Mi mancano i ragazzi! … e potrei finirla qui. Ma questa consapevolezza, che è stato bello ritrovare, unita alla disponibilità di un maggior tempo da dedicare alla riflessione meta-didattica, mi ha condotto a ricercare una nuova essenzialità nel rapporto con gli alunni, fatta di piccoli gesti concreti rivolti sia al gruppo che ai singoli.

Voglio essere sincero: prima di questa emergenza incontravo ogni classe per due ore alla settimana e, per quanto mi sforzassi di programmare attività operative e stimolanti, molto di questo tempo lo occupavo io, direttamente o indirettamente. Ora, in questo spazio virtuale, rarefatto, intangibile, cerco di essere meno “ingombrante”, di offrire una disponibilità diversa, forse più fragile ma, proprio per questo, più percepibile da tutti. Ne sortisce una consuetudine nuova, spesso impacciata e a volte balbettante, ma oso chiamarla “relazione”, perché comunque in essa tutti abbiamo modo di esprimere rispetto per l’altro e per il suo lavoro, e poi sentimenti, fatica, e soprattutto desiderio di essere accolti.

Quindi cosa è cambiato principalmente nella relazione docente-studente-disciplina? Credo io, il docente, e reputo la cosa positiva.



III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale dell’insegnamento: far fiorire l’io dell’alunno in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

Il contesto storico attuale presenta una complessità che dobbiamo accogliere e rendere accessibile ai nostri alunni senza ridurla e semplificarla. Per riuscire in questo intento dobbiamo innanzi tutto viverla al loro fianco e, se possibile, sforzarci di vederla con i loro occhi, di farci le loro stesse domande, di cercare insieme a loro le risposte. E devono essere risposte concrete, attinenti alla vita ed al loro futuro.

Mai come in questi anni ho percepito negli adolescenti la fatica che accompagna la doverosa decostruzione dei pregiudizi ancorati a modelli socio-economici ormai superati. Spesso i ragazzi sono tentati di mollare, di rifugiarsi in sogni illusori forniti a piene mani da media compiacenti. Cerco allora di interpretare la disciplina che insegno (Tecnologia) come un campo da esplorare con gli alunni, alla ricerca di soluzioni. Mi sembra onesto evidenziare gli errori fatti dalla mia generazione, e chiedere scusa.

Chiedo loro solo una cosa: di desiderare in modo nuovo, condiviso, orientato al bene comune. Solo così la scuola produce cultura. E vita.



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Ciò che è essenziale nella scuola “tradizionale” è non essere tradizionale… Deve produrre (e non riprodurre) cultura, deve cercare risposte nuove a problemi nuovi, perché la storia non si ripete, non fosse altro che per una questione di numeri…

Ho sempre avuto questa convinzione profonda, ma spesso mi sono lasciato tentare dalla relativa comodità di linee educative “facili” perché rodate, socialmente ben accette, o addirittura conformiste.

L’irrompere della “distanza” nella didattica ha risvegliato bruscamente in me la coscienza della pregnanza sociale della scuola. La nuova prossemica, mediata dal mezzo tecnologico, e priva della ricchezza e della complessità della relazione fisica ed emotiva, denuncia implacabilmente l’inscindibilità dei metodi dai contenuti, in funzione delle competenze attese. Quindi, quando torneremo in aula, sarà per me irrinunciabile chiedermi ogni giorno “come” insegnare, ma ancor di più “cosa” e “perché”.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

In queste settimane ho avuto modo di sorprendermi di fronte a tre aspetti del mio vivere in cui ho riscoperto novità: la libertà, il tempo, le persone.

L’impedimento oggettivo ad uscire, a vivere giornate piene scandite da orari ed impegni precisi, ha di fatto creato nuovi spazi di libertà, di fantasia, che è stimolante riempire con attività intrecciate al lavoro scolastico, senza soluzione di continuità tra formazione, confronto e didattica.

Il tempo, vissuto in questa nuova e solitaria dimensione, mostra le sue diverse velocità la sua preziosità, la sua inclinazione a porre domande ricche di senso e povere di risposte.

Le persone, alunni, colleghi, amici, ad ogni mio richiamo restituiscono un’eco inaspettata, fatta di impegno, intelligenza, sensibilità e calore che mi riempie di riconoscenza, e che spero duri a lungo.



VI domanda

C'è una riflessione o un evento significativo che vuoi condividere con gli amici/lettori di LineaTempo?

Vorrei concentrarmi brevemente sul ruolo fondamentale della scuola nella formazione di donne e uomini liberi e desiderosi di bene.

La cultura dominante sembra ancora seguire l’antico detto latino “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra. In campo economico, sociale, politico, persino artistico e sportivo, assistiamo alla diffusione sistematica di semplificazioni interpretative, funzionali al successo ed al potere dei diffusori di odio e paura.

L’educazione invece prepara la pace: difende le parole, costruisce nuovi significati, osserva i fatti, ricerca la verità, mette la libertà dei singoli in relazione con la giustizia, orienta i desideri e pone le condizioni per la loro realizzazione, mostra nell’arte i traguardi più alti dei sogni.

La DAD offre l’occasione di sperimentare i mezzi di comunicazione come territorio dell’alleanza educativa, in alternativa netta ed evidente con l’uso che ne fa la cultura dominante. È importante sfruttare a fondo questa occasione che ci è data. È un compito di realtà che può mettere in gioco alcune tra le competenze cruciali per l’esercizio della libertà futura dei nostri alunni.