Le vostre risposte


Luciano Grigoletto

Docente di storia e filosofia del Liceo artistico de Nicola, Sesto San Giovanni (MI)


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

Mi sembra che il cambiamento che sta investendo tutto il mondo della scuola sia così denso di significati e di conseguenze, non solo contingenti, da essere ancora difficile da decifrare. Questi appunti sono un tentativo di leggerne la complessità, naturalmente inadeguato e parziale, ma da qualche parte bisogna pur cominciare!

Una prima riflessione; alcuni aspetti della scuola più tradizionale mi sembrano il cuore di questa rivoluzione. La lezione frontale viene affermata come il modo privilegiato di trasmettere conoscenze che lo studente è chiamato a recepire e restituire. Certo, l’aspetto della valutazione è un po’ più problematico: gli studenti copiano, si passano soluzioni e appunti per via telematica, ma anche questa, che ho sempre ritenuto una forma di sabotaggio a modi di trasmissione della cultura inadeguati, non mi pare propriamente una novità.

Gli aspetti nuovi che mi pare possano considerarsi positivi sono principalmente due.

a) Ho registrato un incremento importante della comunicazione tra gli studenti: ovunque si sono costituiti su wa gruppi classe, le informazioni, relative alla scuola ma non solo, circolano in modo più fluido, più inclusivo.

b) L’organizzazione degli orari e delle attività è diventata più flessibile, le lezioni possono essere concordate e spalmate in uno spazio temporale più vasto, alle interrogazioni partecipa chi vuole, le verifiche scritte possono essere svolte anche alle tre del mattino, se uno studente si sente così più a suo agio.

c) Le videolezioni possono essere registrate e ascoltate in momenti che non coincidono necessariamente con l’ora di lezione. L’insegnante, impiegando tecniche in realtà assai semplici, può inserirvi immagini, contributi altri e quant’altro. Una lezione frontale più variegata è meglio del solito, noioso monologo? Parliamone.

d) I problemi legati al mantenimento della disciplina scolastica, mi spiegano tanti colleghi, sono molto ridimensionati. Probabilmente, succede perché gli studenti più refrattari alla suddetta disciplina si collegano alla videolezione e poi semplicemente se ne disinteressano. Come succede anche in classe, naturalmente, ma in questo smettono di essere un elemento di disturbo e privano l’insegnante di un’informazione di ritorno (feed back?) decisiva. Mi interessa sapere se quanto dico è compreso dagli studenti? Ma qui entriamo in uno spazio diverso.


II domanda e III domanda

Cosa è cambiato ora per te nella relazione docente-studente-disciplina d’insegnamento?


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale dell’insegnamento: far fiorire l’io dell’alunno in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

Una premessa magari banale ma necessaria: studiare Dante o Pirandello ha senso se comprendi cosa questi artisti significano per te, studente o insegnante che tu sia, in che modo le cose che portano nel mondo hanno a che fare con la tua esperienza. Tutti sappiamo che è più facile scivolare nella tiritera del “Dante nacque…” ma non è fare scuola, non ti aiuta a comprendere quello che tu sei.

Per ottenere che quanto si insegna diventi vivo e presente devi fare magari la domanda giusta, allo studente che può risponderti, al momento giusto: cioè, devi conoscere i tuoi studenti.

Nella videoconferenza, questa conoscenza diventa più difficile perché molto, a mio parere troppo, della comunicazione non verbale, che è più del 90% di quanto comunichiamo, viene cancellato.

Il corpo scompare se non, a volte, come immagine, il feed back che ti arriva dagli studenti è difficile da decifrare. Molti di loro, poi, preferiscono non usare la telecamera perché si sentirebbero troppo esposti, in piena vista: sono quelli che nell’aula reale stanno negli ultimi banchi, che giocano più di altri la dinamica del mostrarsi/nascondersi. Così, ti arriva soltanto la voce: troppo poco.

Per un insegnante, un video con venticinque quadratini, ognuno dei quali rappresenta uno studente, è ingestibile: ti concentri soltanto su due/tre immagini, gli altri sono uno schermo nero. Personalmente, vivo di rendita: nei mesi e negli anni precedenti, un poco ho conosciuto i miei studenti. Tremo all’idea di dover insegnare a una classe nuova: come farò a spiegargli che c’è amore, nell’insegnamento? Amore per la poesia, certo, che però passa anche per il corpo dell’insegnante, amore che tu, Claudia, Francesco, proprio tu, puoi prendere con te, comprendere.



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Quest'esperienza mi ha insegnato a non rifiutare nulla a priori, come inizialmente tendevo a fare, In tutto quello che succede ci può essere qualcosa di affascinante.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

La cosa più importante me l’ha spiegata una mia studentessa, di quelle non tanto brave: “professore, mi manchi!” mi ha detto. Mi mancano i miei studenti: a volte, travolti dalla routine e dalla burocrazia, ci dimentichiamo di quale gioia possa essere insegnare. Poi, mi pare che un’acquisizione irrinunciabile sia la possibilità di una scuola più flessibile, meno autoreferenziale, più aperta ai tempi e ai bisogni di studenti e insegnanti, magari meno legata allo spauracchio del voto che, in questo tempo così particolare, siamo costretti a depotenziare. Non possiamo bocciare nessuno: si può insegnare lo stesso?

Magari, non è assurdo pensare che, quando questa pandemia finirà, riusciremo a conservare alcuni spazi che l’occasione della didattica a distanza sta offrendo, immaginando una scuola meno attenta alle sue regole e più vicina ai bisogni di chi, nella scuola, un po’ ci vive.