Le vostre risposte


Adele Mirabelli

Coordinatore culturale presso l'Istituto don Bosco Village, Milano


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

Non la considero una rivoluzione, ma una circostanza che finalmente - oggi - costringe a mettere in atto ciò che viene proclamato da anni, e cioè utilizzare anche, e non solo, il digitale per fare didattica.

In molte scuole paritarie e statali sono già in uso da tempo: tablet, laboratori di informatica, lavagne Lim. Il problema è che non tutte le scuole, pensando a tutta l’Italia, si trovano nelle condizioni di poter utilizzare il digitale perché non hanno risorse economiche e non sono supportate tecnicamente. Non dimentichiamo che l’Italia non è solo Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli, Bari etc. ma è uno Stato costituito anche e soprattutto da piccoli paesi spesso arroccati in montagna o piccole cittadine. In questi luoghi è più difficile pensare a una didattica digitale fin tanto che non vengano create le adeguate condizioni strutturali.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nel “clima di scuola” e nella relazione con i docenti, gli studenti e i genitori?

La scuola per sua natura deve svolgersi all’interno di una relazione. Il processo insegnamento-apprendimento non è a tutto tondo se non vi è la relazione tra ragazzi, tra ragazzi e docenti. La relazione o la concepiamo come il veicolo primario per comunicare esperienza conoscitiva e metodologica oppure è un aspetto secondario se pensiamo che l’apprendimento venga al di fuori di un approccio affettivo: dove per affettivo non intendo sentimentale o mieloso, bensì la capacità di seguire perché si è attratti e affascinati dalla proposta.

Il clima di scuola si costruisce attraverso relazioni che si esprimono esplicitamente e implicitamente: caffè alla macchinetta, il saluto ai ragazzi e ai genitori all’entrata di scuola, richiesta del gesso alla bidella, la ripresa dei ragazzi che all’intervallo usano il bagno come il loro “ufficio” per cui non vogliono mai uscirne, la fotocopia alla segreteria, il ricevimento parenti dove guardandoti in faccia riesci a cogliere la fatica di un genitore etc… Questo crea clima!

Certamente in forza del clima che fino al 22 febbraio del 2020 – ultimo giorno di scuola –si è creato nella singola scuola, nel tempo, si può continuare positivamente, ma allo stesso momento si scopre quanto sia fondamentale il quotidiano incontrarsi.



III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale della scuola: far fiorire l’io dei docenti e degli alunni in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

Quando capita una situazione drammatica e complessa viene fuori chi sei e a cosa tieni. Ebbene questa opportunità è veramente una eccezionale occasione perché mette tutti a nudo: noi docenti e dirigenti, studenti e genitori. Si tratta di non perdere questa possibilità e fare in modo che ci si soffermi per guardare cosa sta accadendo fuori di noi e in noi; come noi siamo in azione, a cosa guardiamo e cosa ci preme. Io oltre a collaborare alla guida dell’Istituto dove lavoro ho il privilegio di insegnare e mai come in questa occasione mi sembra che la letteratura ci parli e descriva la situazione umana odierna. Quello che colpisce me diventa ciò che colpisce i ragazzi e viceversa…questa esperienza di reciproca scoperta di sé e del mondo non è venuta meno; certamente rimane ancora di più nella libertà del singolo il coltivarla e ponderarla, molto più complesso risulta il poterla riprendere.



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Il guadagno più grande e prezioso è scoprire l’essenziale di ciò che si insegna. Essenziale significa puntare a ciò che costituisce l’oggetto, a ciò che è al cuore delle discipline. Sono nella scuola da più di trentacinque anni e ciò che ho visto è stato nel tempo un puntare sempre più all’incremento del sapere, tendendo ad una sorta di “gara di anticipo”: alla materna saper scrivere e leggere, alle elementari anticipare le diverse discipline perdendo a volte di vista l’antica ma fondamentale espressione: imparare a saper leggere, scrivere e far di conto, e via così fino all’università dove i docenti quindi si lamentano perché i ragazzi non sanno scrivere, parlare, argomentare…

Detto ciò credo che questo tempo sia prezioso per fare una seria verifica e valutazione delle conoscenze che vengono proposte. I docenti stessi si accorgono che il buon insegnamento non è legato alla quantità, ma alla qualità e per questo occorre riappropriarsi dell’aspetto epistemologico della propria disciplina: NON MULTA, SED MULTUM.

Quando si parla di tradizione dobbiamo pensare non a una sorta di museo statico delle conoscenze, ma un divenire conoscitivo critico e vivo che viene trasmesso da maestro a maestro.

Ricordo alcune righe tratte dal saggio di F.X. Bellamy I diseredati (pag. 184-185): “Nessuno di noi si è fatto da solo; attraverso la nostra lingua, la nostra storia, i saperi che abbiamo ricevuto, siamo stati condotti fino a noi stessi, fino al nostro pensiero e alla libertà che abbiamo conquistato".



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

Ciò che mi ha sorpreso è vedere tutti i docenti, dai più aggiornati dal punto di vista digitale a quelli meno esperti, non risparmiarsi e pronti a reimparare a fare scuola. Una grande e sollecita collaborazione affinché i ragazzi siano sia dal punto di vista umano che didattico accompagnati e sostenuti in questa novità. Mi ha colpito vedere quanto muovesse il singolo docente o il gruppo di dipartimento l’aspetto più educativo che non anzitutto del “programma”. Una attenzione che non darei per scontata.

I ragazzi hanno risposto con serietà e devo dire che i più timidi sono venuti fuori con risorse e capacità inimmaginabili: insomma non c’è occasione, anche se faticosa, che non porti a delle novità e a delle scoperte.