Le vostre risposte


Maria Laura Sala

Docente di lettere della scuola secondaria di primo grado presso l'IC "G. Paccini", Sovico (MB)


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

Lo vedo più come un’opportunità di crescita sociale, un momento privilegiato per riflettere sul tipo di scuola che vogliamo costruire, per sperimentare e introdurre pratiche migliori nella didattica e nell’interazione con gli alunni.

Sono convinta che nessuna piattaforma possa sostituire la didattica in presenza, ma se pensassimo al rientro di “riprendere da dove eravamo rimasti”, credo che avremo sprecato una straordinaria possibilità di valorizzare e trattenere gli aspetti positivi che questa crisi ha generato. Non possiamo ritornare indietro ad un concetto di insegnamento/apprendimento ormai superato: abbiamo bisogno di personalizzare la didattica, suscitare partecipazione e coinvolgimento, apertura al globale e alla comunità perché il cammino scolastico e soprattutto umano dei nostri studenti possa continuare.

Ritengo che il curricolo scolastico vada costruito su quelle soft skills che rendono l’individuo capace di adattarsi a nuove situazioni e a nuovi contesti in maniera efficace. Solo così, forse, si potrà parlare di autentica “rivoluzione scolastica”.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nella relazione docente-studente-disciplina d’insegnamento?

Per quanto all’inizio un po’ dubbiosa, ho avuto modo di rendermi conto della portata positiva di un uso consapevole degli strumenti informatici; più che assegnare esercizi, impartire nozioni, e cercare di rincorrere i programmi, le proposte didattiche avvengono attraverso contenuti volti a far riflettere sulla realtà con uno sguardo critico, a produrre scritti condivisi in cui gli alunni possano ricostruire il clima del gruppo classe per conoscersi, attivarsi in autonomia e comunicare quanto stanno sperimentando.

Attraverso costanti feedback personali, sperimentano una “vicinanza” che non si è interrotta con la sospensione delle lezioni, la presenza costante di un adulto disponibile ad aiutarli e ad ascoltarli (e sta emergendo quanto ne abbiano bisogno!) per poter proseguire nel percorso formativo e di crescita personale.

“Entrando nelle case” dei ragazzi, con la DAD è emerso in modo ancora più evidente quanto spesso noi docenti ci dimentichiamo che in classe i nostri alunni non entrano solo con la mente, lasciando a casa il corpo, i loro vissuti, un’immagine di sé ancora così poco definita e questo è un aspetto che non può più lasciarci indifferenti.



III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale dell’insegnamento: far fiorire l’io dell’alunno in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

La scuola, se lavora bene, fornisce gli strumenti della riflessione per leggere in modo critico la realtà. I nostri alunni sono bombardati da informazioni di cui spesso non comprendono nulla.

Occorre sviluppare le competenze personali degli allievi, non per performance individuali, ma per metterle al servizio degli altri. Sono convinta che occorra seriamente progettare un percorso di educazione alla cittadinanza che allarghi gli orizzonti, che porti i ragazzi a sperimentare la necessità di intervenire anche su ciò che in apparenza e nell’immediato non ci riguarda, ad occuparsi in prima persona dei molti problemi che il mondo presenta ancora (non c’è solo la pandemia) e che non possono essere ignorati pensando che tanto noi non ne siamo coinvolti. Questo non soltanto per non farci trovare impreparati per le prossime emergenze, ma per confrontarsi con i problemi della realtà e per servirsi delle conoscenze per impegnarci in favore della comunità.

Non “andrà tutto bene” solo perché lo scriviamo sui muri: andrà bene si tutti ci prenderemo cura degli altri e del mondo. E non c’è più molto tempo. Questo virus ce lo ha insegnato.



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Questo è senza dubbio un momento di prova per noi insegnanti/educatori: siamo chiamati a mettere in pratica le nostre convinzioni, ciò in cui crediamo e per cui esercitiamo questa professione.

Irrinunciabile secondo me sarà: innescare un sapere attivo che ponga l’alunno al centro e che lo porti a sviluppare competenze per metterle al servizio della comunità; creare un ambiente di apprendimento attraverso le discipline atto allo sviluppo delle competenze e per mettere gli studenti in grado di leggere in modo critico e consapevole la realtà; predisporre lezioni interattive adeguate (a partire dalla ricerca e dall’analisi dei problemi per progettare azioni concrete per risolverli e riflettere sui risultati); tenere sempre presente l’aspetto dell’interazione emotiva che permea anche gli altri tre aspetti.

Occorre dunque una classe docente motivata, sempre aggiornata, disposta a fare squadra, pronta ad affrontare le sfide che la realtà ci pone e una reale volontà politica che, finalmente e concretamente metta la scuola tra le priorità e, infine, una presa di coscienza della necessità di condividere la responsabilità educativa delle nuove generazioni.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

La capacità che ha avuto l’istituzione scolastica di reagire con generosità, creatività e competenza dimostrandosi ancora una volta importante garanzia educativa e sociale, rispetto al vuoto intorno.

La reazione positiva dei ragazzi nell’adattarsi al nuovo modello di fare scuola che ha fatto emergere alcune competenze non di immediata evidenza in classe unita al senso di responsabilità (specie in quegli alunni che classifichiamo come poco capaci… e con scarse risorse).

Il prendere atto da parte dei ragazzi che saper usare la tecnologia è tutt’altra cosa rispetto a giocare con i videogiochi o chattare con lo smartphone: questa situazione problematica e imprevista è riuscita dove noi, con i nostri richiami, abbiamo potuto incidere veramente poco.

Una “vicinanza” più autentica a studenti e famiglie che diventa “apertura” proprio nel momento di lockdown in cui siamo finiti, che spinge a trovare il giusto equilibrio tra l’ambito dell’apprendimento e l’aspetto emotivo e sociale.

Infine, la volontà di apprendere dalle piattaforme tutto ciò che può contribuire a dare continuità alla didattica in presenza e un senso al mio lavoro a distanza.



VI domanda

C'è una riflessione o un evento significativo che vuoi condividere con gli amici/lettori di LineaTempo?

La riflessione mi è stata suggerita in un webinar che ho seguito che invitava a trasformare la narrazione dal linguaggio di guerra al linguaggio della cura: quella che ci stanno proponendo i media in questo momento è una metafora ingannevole: la guerra necessita di nemici, frontiere, propaganda ideologica, armi e disumanità. Non è questa la situazione che stiamo vivendo.

Da più voci viene proposta un’altra chiave di lettura, che è quella del “periodo di cura”. È la cura, che si nutre di empatia, sacrificio, ascolto, verità, pazienza, coraggio, ecc. unisce le persone e ogni aspetto della nostra esistenza, nonostante la distanza.

Di fronte ai problemi o si cerca di cavarsela da soli secondo il modello utilitaristico imperante che fa leva sul pressapochismo che scaturisce dagli slogan che arrivano alla pancia, o se ne esce attraverso la cooperazione, la ricerca, la solidarietà insieme prendendosi cura dell’altro, del pianeta e, di conseguenza, di se stessi.

Stiamo scrivendo una pagina della storia: le nostre decisioni saranno testimonianza e per quelle saremo ricordati da chi verrà dopo di noi.