Le vostre risposte


Maria Sangiorgio

Docente di ruolo di lettere della scuola secondaria di primo grado presso l'IC Paccini, Sovico (MB)


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

Forse più che una rivoluzione, la ritengo un’occasione. Occasione per tutti di rendersi conto di quale sia il valore vero dell’insegnamento e della scuola nella vita dei ragazzi. Genitori e ragazzi che in fondo in fondo pensavano quotidianamente che senza scuola sarebbero stati meglio, non possono fare a meno di mostrare nostalgia per qualcosa che avevano sempre detto di odiare. E lo ripetevano continuamente a se stessi.

Ora mi sembra che qualche ragazzo e qualche docente in più veda quello che io amavo da tempo nella scuola: la possibilità continua per docenti e discenti di imparare, di crescere, di mettersi in rapporto per camminare insieme. E questo legame che sta alla base della scuola e a cui non era dato valore prima, perché risultava invisibile e imposto, è venuto alla luce, quasi malgrado noi, come fondamentale nella vita di tutti. Se questo cambierà le cose non lo so, perché è una circostanza che mette in luce anche molte debolezze e molti errori in ciò che pensavamo prima del sistema scolastico. Ma perlomeno per i ragazzi che si stanno trovando ora in questa circostanza, rientrare in classe desiderando di guardare negli occhi i propri insegnanti sarà una rivoluzione.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nella relazione docente-studente-disciplina d’insegnamento?

Da un certo punto di vista sto camminando verso un’essenzialità che prima davo per scontata. Il fatto che ci sia la mediazione obbligata di uno strumento “altro” tra me che cerco di insegnare e i ragazzi, rende molto più complicato scegliere cosa sia meglio cercare di imparare insieme e cosa invece no per una certa disciplina. I fronzoli stanno progressivamente svanendo per lasciare spazio a ciò che conta davvero e questo è un elemento che trovo positivo, per chi osa mettersi in gioco.

Ma ciò che manca di più nella relazione con i miei alunni è tutta quella parte di linguaggio non verbale, di comunicazione non detta, ma veicolata da sguardi, gesti, posizioni prese all’interno della classe. Per me è imprescindibile la presenza di qualcuno accanto all’alunno che lo guardi, gli dica che è lì per lui e solo con la sua presenza lo spinga a essere se stesso al massimo delle sue capacità. E se anche sto sperimentando che a volte le parole di una mail o il farsi presenti con semplici commenti o messaggi sia importante, mi sembra che il rapporto tra gli alunni e la disciplina insegnata senza la presenza del docente sopra descritta diventi talvolta esangue, scarica, quasi priva di forza vitale.



III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale dell’insegnamento: far fiorire l’io dell’alunno in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

Soprattutto nelle prime settimane i ragazzi tendevano a isolarsi e a chiudersi in se stessi e in una sorta di “apnea”, aspettando che si tornasse alla normalità.

Quindi la prima cosa che ho provato a fare durante le videochiamate e attraverso il lavoro disciplinare è stata quella di invitarli a guardare in faccia quello che stavano vivendo, provando a spiegare cosa stava accadendo a loro in questa strana situazione. Forti del fatto che ai loro docenti interessava di loro, alcuni hanno provato a proiettarsi verso l’esterno, a non svolgere le attività come semplici compiti “normali” e a “fare bene le cose”, come dicono loro, per tornare a sentirsi protagonisti. Per molti, però, è arrivare a questo passaggio è dura, soprattutto per i più fragili dal punto di vista sociale e famigliare.

Per aiutarli, quindi, a volte punto tutto sul suscitare nei ragazzi domande aperte su un argomento, che li portino verso l’interesse per una disciplina, più che sul fornire eventuali contenuti che siano una risposta.



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

L’acquisizione irrinunciabile che vedo a seguito di questa didattica a distanza è la coscienza che se i ragazzi non fanno il passo di voler imparare, noi non possiamo insegnare nulla. Il dramma della libertà dei ragazzi che non rispondono alle mail, non partecipano alle attività non è più sostenuto e ammortizzato dal fatto che vedano i compagni attorno che li invitano e i docenti che non si stancano di proporre. Spesso nel gruppo classe fatichiamo a rendercene conto e diamo per scontata questa “mossa iniziale”, che dovremmo sempre cercare, ma di cui la distanza amplifica la necessità.

Per quanto riguarda la scuola “tradizionale” una delle cose che sto faticando a introdurre a distanza, perché i mezzi in qualche modo la rendono macchinosa, è il lavoro collaborativo: per molti il poter creare una piccola “compagnia” guidata dall’insegnante verso un obiettivo comune, in cui i talenti di uno aiutino le carenze dell’altro è fondamentale. Non solo per l’apprendimento dei contenuti, ma per crescere nella consapevolezza di sé e degli altri. Credo che puntare anche su questo quando torneremo in classe sia una vera occasione per la scuola “tradizionale”: riporre i rapporti con i docenti e con i compagni al centro è fondamentale nella scuola in presenza.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

Mi ha sorpreso in questa circostanza vedere i ragazzi e i miei colleghi riscoprire il gusto del lavoro ben fatto e la ricerca di cose belle su cui posare gli occhi. Questa circostanza che stringe gli orizzonti a livello pratico spinge tutti noi, ragazzi e adulti, a desiderare e a cercare orizzonti più ampi verso cui lanciarci. Riscoprirsi desiderosi e ingegnosi nel cercare un libro da leggere, un film da vedere, un museo visitabile in digitale che non sia scontato, ma che ci aiuti a respirare, a godere di una bellezza che consideravamo sempre a portata di mano, fa la differenza. Anche ragazzi che prima buttavano lì il proprio lavoro, pensando che ci sarebbe stato sempre tempo per farlo, adesso scoprono che avere così tanto tempo libero a disposizione, dà loro l’impressione di perderlo. E quindi stanno scoprendo che solo gustando le cose belle che si fanno e dedicandosi con passione e con impegno ad un’attività, si riesce a dare valore ad un istante o ad un’ora della nostra giornata.



VI domanda

C'è una riflessione o un evento significativo che vuoi condividere con gli amici/lettori di LineaTempo?

Un ragazzo ripetente della mia classe terza media è stato tra i primi a coinvolgersi con costanza e con impegno nella didattica a distanza. Quando eravamo in classe appariva sempre apatico, svogliato, come se nulla potesse interessarlo. Raramente svolgeva o consegnava i compiti, non facendo segreto del fatto che non gli interessasse niente. In queste settimane, invece, non perde una scadenza, si autocorregge dopo aver ricevuto le indicazioni degli insegnanti via mail, consegna anche qualche compito facoltativo.

Per me e per i miei colleghi riuscire a capire il perché è un mistero. Come è un mistero invece il fatto che ragazzi con più capacità restino invece apatici e quasi indifferenti. Lasciare aperta questa domanda e insegnare con questa distanza in mezzo è un’occasione di riscoprire che non sempre il successo di ciò che progettiamo o facciamo dipende da un’abilità tecnica: che sia in un’aula o attraverso il computer è sempre l’incontro tra due persone. E quando c’è di mezzo questo, spesso sono gli imprevisti a permetterci di costruire.