Le vostre risposte


Nicola Terenzi

Dirigente scolastico Liceo scientifico paritario - Istituto Europeo Marcello Candia, Seregno (MB)


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

Direi proprio di sì: l’avvento del Covid-19 ha sostanzialmente rovesciato buona parte dei paradigmi scolastici a cui fin ora ci siamo aggrappati; ci ha costretti a un cambio radicale dei nostri ordinari metodi didattici, ci ha obbligato (fortunatamente) a riverificare e approfondire i criteri con cui facciamo scuola. Questa è, nel vero senso della parola, “un’autentica rivoluzione” ma dubito fortemente che possa dare avvio a un’evoluzione, a mio avviso, assai più necessaria.

Un cambio degli strumenti didattici non comporta una rivoluzione, un cambiamento nelle modalità didattiche sì, ma affinché possa crescere e perdurare occorre andare in profondità, fino a toccare la mentalità che sottende l’istruzione e la valutazione, allora sì che una rivoluzione come questa potrebbe dare i suoi frutti nel tempo.

Il rischio che questa rivoluzione abbia una data di scadenza è molto forte, come forte è la tentazione di vivere questa contingenza come una parentesi nell’attesa che si possa tornare alla normalità.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nel “clima di scuola” e nella relazione con i docenti, gli studenti e i genitori?

Il clima a scuola è molto migliorato in tutte le direzioni: fra i dirigenti, con il CdA, con gli studenti e i genitori. Di certo la situazione che stiamo vivendo ci rende solidali l’uno con l’altro, i bisogni delle famiglie e degli studenti emergono spontanei, senza sovrastrutture e con grande naturalezza. Questa libertà sta dando al nostro istituto l’impulso di poter continuare ad essere in rapporto con chi popola la scuola.

Il punto, in effetti, è che il bisogno da solo o la coscienza del bisogno non sono sufficienti a che si possa affrontare questa fatica positivamente. C’è ancora (più di prima) la necessità di farsi compagnia, con intelligenza. Le scuole come la nostra, che per vocazione hanno messo al centro della propria offerta educativa il rapporto con le famiglie e gli studenti, stanno vedendo una fioritura impensata a tutti i livelli.



III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale della scuola: far fiorire l’io dei docenti e degli alunni in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

La domanda è decisiva, perché è come chiedersi: in questa circostanza, siamo ancora una scuola? Siamo ancora in grado di educare?

In questo siamo fortunati. Il metodo con cui trasmettiamo e viviamo la cultura e con cui cerchiamo il significato della vita è sempre lo stesso, cioè essere in rapporto con la realtà. È esclusivamente da questo rapporto che scaturisce tutto il resto. Un adulto che viva con intensità la condizione in cui si trova (qualunque essa sia) è in costante ricerca del senso e dunque fa cultura e arricchisce costantemente la vita del suo significato originale.

Quindi è, come sempre, un impegno di ciascuno con la serietà del proprio “io”, pertanto il rapporto con i docenti e con i ragazzi ha intensificato il suo passo naturale, perché occorre farsi compagnia, ascoltare tanto, porre molte domande affinché quella serietà di impegno non sfiorisca o non venga sommersa dalle cose da fare.



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Abbiamo reimparato una certa delicatezza nei rapporti fra di noi, con i genitori e con gli studenti. La delicatezza in un rapporto lascia sempre spazio alla curiosità per l’altro, aiuta a mettersi in relazione senza presupporre di aver già capito; abbiamo anche recuperato una categoria poco considerata nei Licei, cioè il concetto di “essenziale”, sia nei contenuti che negli obiettivi, questo ci ha costretti a riflettere di nuovo su cosa ci interessa che emerga dai nostri contenuti, come coscienza, come sapere, come posizione umana.

L’ultimo aspetto riguarda il valore dell’incontro. Infatti, le cose che studiamo diventano seriamente nostre nell’esperienza, cioè nell’incontro, nel dialogo e nel confronto, nel chiamare in causa il pensiero dei ragazzi nel verificare assieme un’ipotesi o un’intuizione. Il fatto stesso che tutti noi abbiamo nostalgia di questo aspetto è segno che siamo di fronte a un fattore irrinunciabile del fare scuola.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

Mi ha profondamente sorpreso la ricchezza delle scoperte che sono avvenute in questo periodo. Mai avrei pensato che una condizione così avversa e imprevista potesse servire da detonatore per l’umanità di tante persone. In particolare, sono rimasto colpito dai miei colleghi e dai miei collaboratori, cioè dalla serietà con cui hanno risposto alla contingenza, dalla rapidità e dalla cura con cui hanno sovvertito il loro normale metodo d’insegnamento. Credo che quella cura sia specchio dell’affetto che i professori hanno per i nostri studenti, per la nostra scuola e per il lavoro che stanno facendo. Vedere in modo così concreto che le persone con cui lavoro sono adulti presenti, orientati al gusto e al bene dei ragazzi, mi riempie di gratitudine.