Le vostre risposte


Valentina Elena Vonica

Docente di tedesco del Liceo scientifico e linguistico Giordano Bruno, Torino


I domanda

Pensi che l’avvento forzato dell’insegnamento a distanza di questo periodo costituisca un’autentica rivoluzione scolastica?

L’avvento forzato dell’insegnamento distanza ci ha posti tutti, senza più scuse, di fronte alla seguente domanda: cosa vuol dire fare scuola? Quale scuola vogliamo? Può esistere una scuola digitale e basta? Io credo che sia doveroso partire proprio da qui adesso, oggi, nel tempo dell’emergenza. Le risposte, però, vanno costruite. Con il tempo, nel tempo fuori dall’emergenza e non come diretta conseguenza di quest’ultima. Ecco come riaffiora inevitabile e augurabile la riappropriazione di un tempo non distorto, di uno spazio pubblico di costruzione di cultura e condivisione, di uno spazio in cui si tessono insieme significati e ci si scontra con la complessità del reale. L’educazione non può fare a meno dell’incontro, dell’incontro vero, del tempo vero. L’educazione ha bisogno di tempi per l’educazione, di spazi condivisi. Di spazi veri. È qui che mi riporta l’insegnamento a distanza. Per me non c’è pedagogia filtrata da schermi, non c’è pedagogia oltre gli spazi di condivisione democratica. La rivoluzione scolastica auspicabile sarebbe, a mio avviso, la ri-valorizzazione di quegli spazi, il rispetto effettivo dei tempi di apprendimento e dei soggetti in campo, una scuola che dialoga, che dialoga davvero, un tempo della scuola che si estende nel tempo della vita, non il tempo distorto delle videocall attraverso le quali ora riusciamo a mantenere un contatto con le nostre ragazze e i nostri ragazzi. Mi auguro, dunque, che questo tempo ci permetta allora di riportare significati nelle nostre aule, a noi insegnanti e ai ragazzi, di riappropriarcene davvero.


II domanda


Cosa è cambiato ora per te nella relazione docente-studente-disciplina d’insegnamento?

Ci sono giorni in cui la scuola, tramite l’uso di classroom, mi appare come un social network. Non ci sono post e like, ma compiti caricati, contenuti digitali e le eventuali attività di gruppo proposte. La cooperazione ora si realizza tramite file condivisi, la sottoscritta gestisce l’aula virtuale e ogni tanto fa la youtuber spiegando l’uso del dativo e dell’accusativo nella lingua tedesca. In quei momenti mi chiedo semplicemente che cosa stia accadendo dall’altra parte e se poi trovo qualche bella riflessione tra i compiti caricati mi rassicuro. Per alcune/i è stato più facile aprirsi attraverso la scrittura oppure trovare il coraggio di leggere Thomas Mann.

A me piace scrivere le valutazioni, mi piace pensarle: non sono più numeri, ma vere e proprie riflessioni e occasioni di dialogo con l’alunna/o. Un modo per mettere in evidenza punti di forza e debolezza, senza creare gerarchie numeriche. Apprezzo molto questa modalità e voglio portarmela anche in aula. E poi ci sono le videocall che sembrano essere la forma più apprezzata ed efficace di questa nuova scuola a distanza. Ogni tanto viene il dubbio che le presenze celino delle assenze, ma questo d’altronde succede anche nelle aule vere. Io non riesco a percepire il tempo che vivo con loro attraverso lo schermo come tempo d’apprendimento, sento che quello che succede ci sfugge, mi sfugge.



III domanda


Come riesci in questo contesto a realizzare l’obiettivo fondamentale dell’insegnamento: far fiorire l’io dell’alunno in rapporto alla realtà, alla cultura e al significato della vita?

Lo faccio attraverso i punti interrogativi e a nuove modalità di valutazione. La prima settimana ho assegnato un’attività su un video in cui si trattava la crescita di interesse per la lingua tedesca nel mondo. Si parlava di parole composte che sono diventate di moda per la loro natura intraducibile e anche delle attrattive di Berlino per i giovani. L’attività era introdotta da semplici quesiti: perché hai scelto di studiare la lingua tedesca? Quali parole associ al tedesco a all’apprendimento di questa lingua? La settimana successiva i ragazzi hanno avuto la possibilità di nominare i propri sogni in lingua straniera dopo aver ascoltato un brano di una band rock che invitava a vivere i propri sogni. Se valuto, valuto attraverso il dialogo virtuale. Se qualcuno ha copiato e me ne rendo conto, invito a scrivere sul foglio se si è svolto il compito con qualcuno, preciso che cooperare non è vietato se l’attività si presta al lavoro di gruppo. Se poi la risposta è una giustificazione, invito a non giustificarsi ma a essere trasparenti e a dialogare, perché solo così possiamo costruire insieme significati e cultura.



IV domanda

In questa nuova situazione cosa hai maturato come autocoscienza rispetto a ciò che è essenziale della scuola “tradizionale” e a quel che diventa acquisizione irrinunciabile in seguito all’esperienza della didattica a distanza?

Sicuramente una ri-significazione della dimensione della relazione come sede insostituibile e imprescindibile del fare scuola e, dunque, cultura. Relazione che equivale a presenze effettive, a pensieri vivi, a incontri e problematicità. La problematicità del reale senza filtri è irrinunciabile per noi educatrici ed educatori e per i nostri ragazzi. Problematicità in cui ci immergiamo davvero nello spazio pubblico della scuola, dove tutti ci incontriamo, ci vediamo e ci sentiamo, a cui tutti abbiamo accesso. Inoltre, penso che la didattica a distanza stia mettendo in discussione l’idea, ancora viva nelle nostre scuole, del portare a termine a tutti i costi i programmi, e, con questa, la valutazione. Le modalità di valutazione vanno a mio avviso ripensate e l’esperienza dell’emergenza sta aprendo nuovi fronti a riguardo.



V domanda

Cosa ti ha sorpreso esistenzialmente di questa esperienza?

In primis come il tempo delle nostre esistenze sia mutato e, di conseguenza, il tempo della scuola. Come lo spazio, con il tempo, abbia con facilità assunto nuove sembianze e come ci siamo abituati senza troppi problemi alla novità. In secondo luogo, e questo punto si lega necessariamente al primo, come lo stravolgimento di tutto un sistema sia stato percepito come qualcosa di ovviamente praticabile e come nel giro di un lasso ridotto di tempo, proprio come muri, siano stati eretti schermi di protezione della dimensione smarrita ma, in questo caso, per abbattere distanze. È forse un paradosso quello che stiamo vivendo, il sistema che abbiamo costruito senza neanche aver avuto il tempo di accorgercene? Sento ogni giorno il peso di questa domanda ma quel che mi sorprende e che, sinceramente, mi sorprendeva anche prima, è come ogni esperienza non sia mai conclusa ma lasci spazio di respiro a un’altra esperienza, a un nuovo incontro, apra quindi al dialogo che nutre il nostro amore per il sapere.