Esperienze didattiche

 

I luoghi ebraici - di Elena Romito

Uno degli strumenti più importanti per suscitare l'interesse e la passione per la storia è sicuramente la visita ai luoghi dove gli avvenimenti che si studiano sono accaduti realmente. La vista ai luoghi ha il grande pregio di proiettare concretamente nella realtà del passato: il passato fino ad ora “ascoltato” si fa, in un certo senso, presente ai nostri occhi. La visita al campo di transito di Fossoli vicino a Carpi, la visita a Ferrara con le strade del ghetto e la sinagoga, la visita al Museo del Deportato di Carpi ci hanno proiettato come di colpo nel grande scenario in cui i fatti sono realmente accaduti. La scelta di Ferrara è giustificata dal forte legame storico della città con gli ebrei della nostra regione. La città è infatti ricca di luoghi tramite i quali approfondire la conoscenza della cultura ebraica. Il primo luogo da noi visitato è stato il cimitero ebraico. Esso testimonia l'importanza degli ebrei nella storia della città, ma anche il legame che seppero mantenere con le loro tradizioni, pur essendosi progressivamente integrati nel tessuto sociale cittadino.
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Numerose sono le regole e i rituali da seguire per la sepoltura del defunto.
Le tombe sono sempre disposte sull'asse est-ovest, con la testa verso ovest oppure verso l'uscita del cimitero, devono trovarsi a una distanza minima le une dalle altre; è inoltre considerato un sacrilegio camminare sopra di esse ed è vietata la pratica della riesumazione dei cadaveri di ebrei; per questo motivo, una volta che il cadavere viene messo sotto terra, viene applicato un sigillo Particolarmente suggestiva infine la pratica di seppellire le torah deteriorate, motivata dalla credenza ebraica della presenza reale di Dio nella Scrittura, per la quale non è possibile né toccare direttamente il testo sacro, né tanto meno gettarlo via.
Ferrara è l'unica città della nostra regione ad aver avuto una presenza ebraica continuativa dall'età medievale fino ad oggi. Agli inizi del ‘400, la comunità ebraica divenne sempre più rilevante, tendenza che si consolida con la protezione che offrirono gli Estensi, a partire dal 1492, i quali accolsero nella loro città gruppi ebraici provenienti da Spagna, Portogallo e Germania. In questo periodo rinascimentale gli ebrei stavano formando una comunità ampia e vasta, che viveva per lo più nell'agiatezza, e che si stava integrando molto bene nel tessuto sociale ferrarese. Essi infatti rivestivano un ruolo rilevante nei commerci e nelle libere professioni. Con la morte di Alfonso d'Este senza eredi maschi nel 1597, il controllo della città, così come stipulato precedentemente dalle due parti, ritornò in mano allo Stato Pontificio. Nel 1624 il legato pontificio, il Cardinale Cennini, promulgò un editto di costituzione di un'area in cui circoscrivere gli ebrei, e dopo tre anni, la popolazione di origine ebrea fu costretta ad andare a vivere nel ghetto, nonostante la sua forte opposizione.
I limiti del ghetto erano protetti da cinque portoni di stazza enorme che erano chiusi al tramonto e riaperti all'alba. Due di questi portoni erano situati ai limiti di Via Sabbioni (oggi Via Mazzini), altri due alle estremità di Via Vignatagliata con Via de' Contrari da una parte e Via Travaglio (oggi Via S. Romano) dall'altra; l'ultimo portone era infine situato all'incrocio tra Via Gattamarcia (oggi Via Vittoria) con Via Ragno.
Gli edifici all'interno del ghetto non potevano avere finestre che guardassero su strade esterne, inoltre per comodità e necessità quasi tutti gli edifici erano collegati fra di loro e con la sinagoga. Partendo dalla Piazza di S. Crespino, si può entrare nel ghetto e vedere ancora oggi la classica struttura delle case, dalla facciata stretta ed alta, le lapidi commemorative situate all'inizio di Via Mazzini ed in Via Vittoria, e i cardini e i segni lasciati dai portoni finalmente rimossi a metà dell'800. All'interno del ghetto si può visitare l'edificio della Comunità ebraica di Ferrara in Via Mazzini, 95. Lo stabile comprendeva tre sinagoghe appartenenti a tre Scole diverse, Fanese, Tedesca e Italiana. La sinagoga della Scola Fanese è la più piccola, ma è l'unica ancora attualmente in uso. La restante parte dell'edificio della Comunità ospita il Museo ebraico cittadino.

Campo di Transito di Fossoli
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La seconda tappa del nostro itinerario ci ha portati a contatto con uno degli scenari della tragedia della Shoah.
Istituito dapprima dagli italiani nel maggio 1942 come campo per prigionieri di guerra inglesi, venne occupato dopo l'8 settembre 1943 dai nazisti, attratti da strutture in muratura di recente costruzione e dalla posizione geografica che fece di Fossoli un punto strategico sulla via ferroviaria che porta al nord, verso i campi di concentramento tedeschi.
Il Campo venne ceduto, fino alla fine del 1943, alla neonata Repubblica Sociale che ne fece un centro di raccolta provinciale per ebrei, in accordo con la Carta di Verona.
Dal gennaio 1944 subentrò la gestione diretta da parte delle SS e si attivò il processo di deportazione: Fossoli diventò campo poliziesco e di transito per prigionieri politici e razziali destinati ai Lager del nord Europa.

Dalla stazione di Carpi partirono, in sette mesi di attività del campo, 8 convogli ferroviari, 5 dei quali destinati ad Auschwitz. Con queste partenze ebbe inizio una serie di trasferimenti più regolari. Il 2 agosto 1944, il campo venne abbandonato per ragioni di sicurezza, a causa dell'avanzata degli alleati, e trasferito a Bolzano-Gries. Dal Campo di Fossoli, in quei 7 mesi di gestione nazista, passarono circa 5.000 deportati di cui la metà ebrei: un terzo dei deportati ebrei dal nostro Paese passò da Fossoli.
Negli anni '70 si aprì il Museo del Deportato che indusse il Comune di Carpi a richiedere l'acquisto del territorio dall'intendenza di finanza che nel 1984 venne ceduto a titolo gratuito in base ad una legge speciale. Oggi, il campo è di proprietà del Comune, che l'ha reso visitabile finanziando la ricostruzione fedele di una baracca in modo che la sua storia non venga mai dimenticata.
La struttura del campo variò molto a seconda degli utilizzi. Il Campo provvisorio, che ospitò i prigionieri di guerra inglesi, era costituito da 191 tende, divise in 4 gruppi, era articolato in 2 settori, il primo dei quali era già utilizzato a partire dal 1942; il secondo, attendato alla fine di settembre per alloggiare altri prigionieri. Ogni settore era inoltre dotato di un corpo di guardia, cucina, servizi igienici. L'infermeria era collocata nell'area centrale rispetto ai due settori, mentre i due corpi di guardia si trovavano al di là del canale della Francesca.
Contemporaneamente alla costituzione del Campo attendato, si avviavano i lavori di alloggi in muratura, finiti nel novembre dello stesso anno. I prigionieri inglesi furono subito spostati nei nuovi edifici. L'ingresso a questa nuova area avveniva unicamente dalla parte della strada dei Grilli. Un ponte, posto sul fosso vicino alla strada, conduceva agli edifici destinati al comando e al corpo di guardia. Alla fine dei lavori il Campo prigionieri si trovò diviso in due settori chiamati Campo Vecchio, a Nord del canale, e Campo Nuovo, a Sud, come mostra la planimetria definitiva del campo ( slide planimetria ).
Una doppia recinzione costituita da un primo reticolato alto due metri e da un secondo alto un metro, le torrette, le garitte in legno, disposte circa a cinque metri l'una dall'altra lungo tutto il perimetro, e i riflettori, delimitavano la superficie destinata ai prigionieri, a cui si accedeva tramite un unico passaggio. (Fossoli3)
Al di là di questo ingresso si trovavano edifici adibiti a servizi per prigionieri. Da qui un percorso lungo 320 metri e trincerato da filo spinato divideva in due settori gli edifici che ospitavano i prigionieri. Il campo ospitava per lo più costruzioni lunghe 32 m e strette 6 m, che contenevano all'interno le file di letti a castello con pagliericci. (foto letti) I servizi igienici erano situati in edifici separati e comuni a tutti i prigionieri. Gli edifici erano costruiti a mattoni e dotati di una solo finestra, mentre il soffitto era alto 3m circa. (campo Fossoli)
Al loro arrivo i prigionieri venivano registrati attraverso la compilazione di una scheda individuale a cura dell'ente che per primo riceveva il prigioniero.
Le condizioni di vita all'interno del campo fino all‘8 settembre del '43 erano sostanzialmente conformi alle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra grazie anche all'interessamento della Croce Rossa. Alcuni reduci riferiscono di attività ricreative e il trattamento poteva considerarsi decente: veniva assicurata una prima assistenza sanitaria e anche religiosa, anche se esclusivamente cattolica.
Dopo l'armistizio la situazione cambiò radicalmente a causa dell'entrata dell'Italia tra i territori di applicazione della soluzione finale di Himmler. Il Campo prigionieri , occupato dai tedeschi, divenne un Campo di concentramento, infatti verso la metà del febbraio 1944 il Lager passò sotto la direzione del Comandante SS, carica ricoperta prima da Thito e poi Haage, entrambi noti per la loro crudeltà. Il trattamento dei prigionieri, in attesa della deportazione nei lager nazisti, divenne più rigido, anche se si agiva sempre con lo scopo di non far intravedere ai prigionieri il loro tragico destino. I detenuti, infatti, non venivano marchiati a fuoco, come in altri campi, e ricevevano un'alimentazione sufficiente. Essi inoltre venivano classificati attraverso targhette di diverso colore cucite sulle divise verde scuro: gialle per gli ebrei; rosa per gli omosessuali; neri per le prostitute, gli zingari e gli emarginati; viola per i testimoni di Geova; rossi per i prigionieri politici.
Museo Monumento al Deportato
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Da ultimo, ma non meno importante, ci siamo recati a Carpi, al Museo Monumento al Deportato. Inaugurato nel 1973, esso è un struttura unica nel suo genere, frutto di un impegno teso a commemorare le vittime della Deportazione che nacque, già a partire dagli anni '50, dall'idea di un comitato presieduto dal primo sindaco di Carpi, Bruno Losi, e composto dagli enti locali, dalle comunità ebraiche, dall'ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) e dalle associazioni combattentistiche. In tale modo si intendeva tradurre il ricordo, ancora vivo nelle superstiti strutture da noi visitate a Fossoli, in costante monito per il futuro. Per la progettazione del Museo fu incaricato il gruppo BBPR (Belgioioso, Banfi, Peressutti e Rogers) in collaborazione con Renato Guttuso. Banfi e Belgioioso erano stati deportati nel 1944 a Mauthausen e Gusen, da cui Banfi non era più tornato: è chiaro che per il gruppo questo concorso implicasse un coinvolgimento personale, ancor prima che professionale.
E' a questi architetti che la commissione giudicatrice riconobbe il merito di avere elaborato un progetto rigoroso e alieno da ogni retorica, in cui facilmente e banalmente si rischiava di cadere. Abbiamo voluto riportare le significative parole con le quali si accede all'entrata principale, per ricordarci che ciò che è stato può accadere nuovamente, se lo permetteremo.


E Voi, imparate che occorre vedere
E non guardare in aria; occorre agire
E non parlare. Questo mostro stava,
una volta, per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora non
Cantiamo vittoria troppo presto:
il grembo da cui nacque è ancor fecondo.

Bertold Brecht, La resistibile ascesa di Arturo Ui

Il Museo, posto in una vasta area a piano terra del Palazzo dei Priori, in pieno centro storico di Carpi, si sviluppa in 13 sale, sobrie ed essenziali, dove luci ed elementi grafici creano una atmosfera di grande impatto emotivo; la continuità degli spazi è scandita dall'incisione di frasi alle pareti: si tratta di alcuni brani, selezionati tra le Lettere dei deportati. Con suggestivi graffiti alcuni grandi pittori quali Picasso, che ha rappresentato l'angosciato volto di un deportato e Guttuso, che ha rappresentato un episodio di ritorsione delle SS, hanno commentato a loro modo l'orrore della Deportazione sulle pareti del Museo. Le teche contengono pochi, ma significativi reperti materiali e fotografici, ordinati da Lica e Albe Steiner, nel rispetto di una esposizione volutamente scarna che pone in risalto la modernità del complesso museale.
L'ultima sala, la cosiddetta Sala dei Nomi, reca incisi sulle pareti e sulle volte i 14.314 nomi di cittadini italiani, prigionieri politici e razziali, deportati nei campi di sterminio nazisti. Le liste ufficiali dei deportati parlano di oltre 60.000 italiani, perciò per ragioni di spazio i nomi incisi sono stati scelti a caso. Lodovico Belgiojoso nell'ideazione della Sala si è ispirato alla sinagoga Pinkas di Praga, alle cui pareti interne sono calligrafati i nomi di 77297 ebrei boemi, vittime del nazismo. Nel cortile esterno, parte integrante del Museo, si ritrovano le stesse linee essenziali che caratterizzano l'interno: 16 monoliti in cemento alti 6 metri portano incisi, su ambedue le facce, i nomi di alcuni campi nazisti.

Riprese di Andrea Lederi curate da Elena Romito.

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Prof. Elena Romito - Liceo Scientifico "E.Fermi" Bologna
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