Festa della storia - 12 ottobre

 

Ribelli per amore di Lauriana Sapienza - Centro culturale Manfredini
Il Centro Culturale Enrico Manfredini e Linea Tempo presentano il libro di Emilio Bonicelli Il sangue e l'amore (Jaca Book)
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L'incontro intitolato Testimoni della carità nell'Italia in guerra ha visto la partecipazione dell'autore, di Alessandro Albertazzi (docente di storia contemporanea presso l'Università di Bologna) e di don Giovanni Barbareschi, cappellano delle Fiamme Verdi (i partigiani cattolici) riconosciuto da Israele Giusto tra le Nazioni per aver salvato, durante la Resistenza, circa 2000 ebrei, aiutandoli a fuggire in Svizzera. L'incontro ha lanciato una sfida: si può raccontare un periodo storico così celebrato quanto controverso – la Resistenza – a partire dalla storia di uomini che hanno amato la libertà al punto da dare la vita per essa?
“Sappiamo tutto sui carnefici e nulla sui martiri”, ha esordito il prof. Albertazzi all'inizio del suo intervento. E' come dire che la storia della Resistenza è una storia da riscrivere. C'è stata una guerra civile, in cui a soccombere non sono stati solo i “vinti”, come ha ricordato Giampaolo Pansa, ma che ha avuto come bersaglio anche i cattolici, il cui apporto alla lotta di liberazione si voleva ridurre e misconoscere. “La forma della ballata”, ha proposto sempre Albertazzi, è forse l'unica adeguata per recuperare e tramandare il significato di questi testimoni della carità.

La verità vi farà liberi

Don Giovanni Barbareschi è nato nel 1922. La sua vita è tutta una avventura alla ricerca della verità e della libertà, a partire dalle prime domande, sorte quando frequentava l'università: ”che cos'è la verità scientifica? Nella ricerca scientifica posso parlare di verità o devo accontentarmi di rigorosità di metodo? Ma tu uomo vuoi arrivare alla verità o vuoi arrivare all'evidenza?” Fino alla scoperta della verità nel valore della libertà di ogni essere umano, nella possibilità, che ogni essere umano ha, di diventare persona libera. “Affermare di diventare persona libera vuol dire che ogni giorno io divento sempre più libero o sempre più schiavo”, ha affermato don Barbareschi, ”diventare libero vuol dire essere capace di amare, perché il contenuto storico della libertà comincia dove comincia un atto d'amore. La libertà comincia laddove il tuo rapporto con quella persona, con quella realtà, con quel fatto, con quella notizia, diventa un rapporto d'amore” .
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Quando a don Barbareschi è capitato di trovarsi in una situazione storica dove la libertà veniva negata, dove gli esseri umani venivano imprigionati e perseguitati per la loro appartenenza ad una razza, allora è stato “logico” mettersi dalla parte di coloro che amavano la libertà. E con un gruppo di amici ha salvato molti ebrei. Tanti, più di duemila, ma il numero non conta, dice don Barbareschi,”avremmo affrontato tutti i rischi che abbiamo affrontato e rischiato la vita tutte le volte che l'abbiamo rischiata anche per salvarne uno solo”. Divenuto prete il 15 agosto – al mattino aveva detto la sua prima messa – il 15 agosto sera viene arrestato, picchiato e torturato. Le sue prime confessioni avvengono in carcere, a rischio della sua stessa vita – otto giovani condannati a morte, fucilati l'indomani della confessione.
“Siate ribelli”, il messaggio finale di don Barbareschi, ”non accettate il modo comune di pensare, non accettate il sistema. E cercate di amare perché solo l'amore nutre la libertà e fa crescere l'uomo: amate e sarete persone libere”.

Il martirio di Rolando Rivi
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Emilio Bonicelli ha raccontato la storia di Rolando Rivi, narrata nel suo libro Il sangue e l'amore. “Io sono di Gesù”. Queste parole Rolando ripeteva a 14 anni. “Ognuno di noi appartiene, noi apparteniamo perché la vita ci è stata donata, noi apparteniamo a chi ci ha donato la vita”. Chi era Rolando? Era un bambino entusiasta. La sua biografia è semplicissima. Nasce nel 1931 in una famiglia di mezzadri, davanti a lui una grande figura di maestro, don Olinto Marzocchini. A 11 anni si iscrive in seminario, non per studiare, ma per vera vocazione religiosa. Nel 1944 il seminario viene occupato dai tedeschi che ne fanno una propria base, i sacerdoti e i seminaristi vengono mandati a casa. Rolando ha 14 anni. Torna a casa con una convinzione: non vuole lasciare la veste talare, l'abito che esprime il suo appartenere a Gesù. In un momento storico in cui nell'Appennino tosco-emiliano, una zona dalle antichissime radici cristiane, era diventato pericoloso, pericoloso fino al rischio della propria vita, manifestare la propria identità cristiana.

Mentre leggeva solitario in una radura del bosco, il giovane Rolando Rivi fu rapito e ucciso da partigiani comunisti. La sua colpa era quella di indossare l'abito talare.”Ci sono soltanto due modi in cui l'uomo può stare di fronte alla realtà”, ha commentato Emilio Bonicelli,”l'appartenenza o l'ideologia. L'appartenenza riconosce che noi siamo fatti da qualcuno, che noi apparteniamo a qualcuno, e questa appartenenza dà valore alla nostra persona, alla mia persona. L'ideologia è la negazione dell'appartenenza, perché ciò che conta è il progetto che ho sulla realtà. In questo progetto l'altro non ha valore assoluto, ma è uno strumento da usare e, al limite, da censurare, epurare , come si disse alla fine della seconda guerra mondiale”.
Ma Rolando con il suo sacrificio di giovane martire ci racconta la storia di una vittoria, della vittoria più grande: la vittoria dell'amore. Non le minacce, non le percosse, non la paura della morte gli fecero rinnegare quello in cui credeva. Nell'ultimo momento, quando, davanti alla fossa che era stata scavata per lui, capì che non c'era più nulla da fare, chiese ai suoi carnefici una sola cosa: di poter pregare. Nell'istante definitivo della vita è lui che vince. Mentre i suoi carnefici uccidono la propria umanità, Rolando vince perché rimane attaccato all'ideale dal quale sgorga la vita, la vita vera. E dal suo sacrificio nasce un percorso di grazia, di gloria, di amore, di vita: perché il Mistero, che è amore, ha scritto attraverso di lui una storia di grazia e di gratitudine.

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