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I Giusti tra le nazioni per una nuova memoria della Shoah di Silvia Beghelli e Chiara Imbriaco
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Non ho mai vissuto e capito pienamente come quest’anno la Giornata della Memoria.
Ogni anno ho ascoltato testimonianze di esperienze diverse, ma unite da un dolore opprimente e sconvolgente, talmente crudeli che ho pensato sempre in fondo al cuore che non fosse possibile che siano esistite, e magari esistano ancora, persone capaci di confondere in un modo così assurdo il male con la ricerca del loro bene.
E da qui la domanda spontanea: come è possibile che questo odio abbia potuto contagiare il mondo intero e sterminare indisturbato un popolo senza che nessuno lo impedisse? Nonostante sapessi perfettamente che ciò che mi veniva raccontato era realmente accaduto e faccia parte del passato dell’umanità, non riuscivo a pensare alla Shoah che con distacco, come se riguardasse in verità un altro mondo e non quello in cui io stessa vivo.
Questa forte e stordente memoria del male per me non è del tutto concepibile e afferrabile, è lontana dalla piccola realtà dei miei 18 anni di vita, da un ambiente di pace e comodità. Mi sono resa conto che questa distanza così pericolosa, poiché è una minaccia alla memoria di eventi da non dimenticare, è diminuita partendo da un punto di vista diverso, ossia scoprendo le tracce di bene che, in un mondo inumano e completamente degenerato, seppur poche e nascoste, esistevano!
Nel periodo in cui Hitler aveva il potere e dettava le sue leggi antisemite, delle persone comuni hanno avuto il coraggio, nel loro piccolo, di ribellarsi e aiutare chi andava incontro alla morte con l’accusa di infangare la stirpe umana ed essere così considerato al pari delle bestie.
È un messaggio di speranza quello lanciato quest’anno alla conferenza del 27 gennaio all’Aula Prodi, in Piazza San Giovanni in Monte a Bologna, che riprende il lavoro intrapreso quest’anno dalla nostra classe insieme ad altre quinte alla scoperta dei giusti.
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Il filosofo Sante Maletta ha chiaramente distinto i due punti di vista che si possono adottare per giudicare quel particolare periodo oscuro dell’umanità,rappresentati da due figure, quella del cittadino che, chiamato ad un giudizio morale, svolge quasi la funzione dello storico, e quella del testimone, il superstite che, attraverso la sua esperienza,permette di confrontarsi con quel passato.
Due delle tre testimonianze che sono seguite erano in relazione al giusto Odoardo Focherini, un Giusto modenese. Si tratta di Franco Varini, arrestato e trasferito in vari campi di concentramento dall’8 luglio ’44 fino alla fine della guerra e della nipote di Focherini, Maria Peri.
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Grazia Fiorentino ha raccontato invece la sua storia di bambina ebrea imolese costretta a raggiungere la Svizzera con i suoi genitori aiutata da Amedeo Ruggi, senza il quale probabilmente la sua avventura non avrebbe avuto lo stesso esito felice. Filo conduttore di questi interventi è la figura del Giusto che abbiamo conosciuto grazie alle parole di Nissim, sia lette nel suo libro “Il tribunale del bene”, sia ascoltate.
Dopo tutte le riflessioni fatte su questo tema mi viene da pensare al Giusto come una cordicella di un vecchio pozzo: senza di essa l’acqua non potrebbe essere bevuta, senza di essa si vedrebbe solo un buco nero, profondo e sempre più piccolo, da non riuscire più a percepire neppure la presenza di quel liquido vitale. Il buco nero, questo pozzo profondo costruito dall’uomo è tutto ciò che c’è stato, c’è e ci sarà del male, mentre il Giusto è colui che ci fa scoprire la vita, la speranza nel momento in cui la maggior parte del mondo l’ha dimenticata. Tutti erano attorno a questo pozzo ma solo pochi si sono buttati come una cordicella alla ricerca dell’acqua.
I Giusti, infatti rompono una visione deterministica della Storia: non è vero che il corso degli eventi deve necessariamente seguire un percorso, ma sempre si può fare qualcosa nel proprio piccolo, sempre c’è la possibilità di scegliere da che parte stare. Però la cordicella che trova l’acqua non illumina il pozzo, non gli toglie la sua oscurità: questa memoria felice del Bene non elimina o mette in secondo piano quella del Male, ma permette di rielaborare in modo sano questo passato doloroso creando un ponte per la riconciliazione, perché la memoria delle vittime non continui ad essere generatrice di odio ma, rappresentando insieme bene e male, possa aprirsi ad una nuovo inizio, e ridando fiducia all’umanitàapra le porte dell’avvenire.
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Nissim ha fatto il paragone tra Primo Levi e Moshè Bejski, entrambi superstiti e con l’angoscia sempre presente di essere in debito (verso coloro che sono morti), colpevoli (di essere sopravvissuti) e responsabili nei confronti delle generazioni future. Levi continuava a raccontare la sua storia, perché il mondo non ripetesse gli stessi errori, e cadeva in un profondo pessimismo ogni volta che sentiva notizie di guerre e stermini in qualche parte del mondo, capendo che la memoria di un lutto passato non è sufficiente per cambiare le cose.
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Bejski ha affrontato il suo passato diversamente, consapevole che il male si ripete sempre, ma che non bisogna arrendersi: una resistenza è sempre possibile e la garanzia contro questo male è solo la responsabilità individuale dell’uomo.
L’intervento di Nissim è quello che mi ha coinvolto di più: è straordinario come le piccole azioni che questi uomini hanno compiuto (io al loro posto non so se avrei avuto il coraggio di farle!) abbiano avuto conseguenze così vaste e in tutti gli ambiti. Il loro modello è utile anche nella vita di tutti i giorni e per questioni di minor importanza: si può sempre smettere di stare solo a guardare e iniziare a tuffarsi.
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