Cari ragazzi, davanti a me la realtà delle cose: resti e rovine in una immensa distesa di neve. Il nostro vagare, isolati e a gruppi, come di chi cerca, senza avere la piena consapevolezza del che cosa e del come.
Se con noi avevamo qualcosa, ora non resta più niente: la nostra solita vita, il pensiero della scuola, gli affetti, le nostre stesse conoscenze.
Tutto è scomparso davanti a questa realtà che si impone: tutto è realmente accaduto. E’ accaduta quella tremenda possibilità iscritta nella storia.
Se è accaduto, vuol dire che può accadere.
Ma cosa ha conservato per noi il passato? Cammino sulla lunga strada che conduce ai forni crematori.
Alla mia destra solo i camini in mattone di quelle che un tempo erano le baracche di legno. Sulla sinistra le baracche in muratura, rimaste intatte, con porte spalancate e finestre. Fango e neve bianca tutto intorno. Non c’è quasi nessuno, solo qualcuno che cammina nel silenzio.
Entro in quelle baracche. Mi impongo di non fuggire, di percorrerle in tutta la loro estensione e di guardare con attenzione ogni particolare.
Toccare con le proprie mani quelle luride tavole, calpestare coi propri piedi quel pavimento di terra, vedere coi propri occhi i lavatoi rovinati dal tempo e sentire quell’odore! Una realtà presente. Riprendo la strada e, dopo non poco, arrivo alla fine del viale. Sul sentiero, che a fatica si intravede, raggiungo uno dei forni crematori semidistrutto. Una rovina quasi sepolta nella neve su cui ardono tanti lumini dalla fiamma rossa accanto a fiori recisi ed abbandonati.
E poi ancora campi coperti di neve prima di arrivare al filo spinato e alle torrette di controllo sul limitare del bosco. Il silenzio avvolge tutto come la neve.
Esiste una memoria che ci può salvare da questa tremenda possibilità? Il sole appare a tratti e c’è freddo. Decido di fare ritorno camminando sulle traversine di legno di quel binario morto che attraversa tutto il campo, in fondo al quale si arrestava il treno, per scaricare senza pietà, su quelle banchine, il suo bagaglio umano. Piccola appare ancora alla vista la torre d’ingresso del campo.
No, non riesco a trovare una spiegazione soddisfacente. Questa realtà non si lascia interpretare, c’è sempre qualcosa che sfugge ad una piena comprensione.
Ma noi non possiamo rinunciare al tentativo di comprendere!
La storia vive di questa volontà di comprendere.
Dalle rovine di quest’orrore emerge anche l’altra possibilità presente nella storia.
Il pensiero corre alla cella 21 del blocco 11, al crocefisso graffiato sul muro, insieme ad altri disegni, da Stefan Jasie’nski, membro della resistenza polacca.
Stefan Jasie’nski era ufficiale della armata clandestina polacca. Si fece paracadutare nella Polonia occupata nel 1943 per tenere i contatti con l’organizzazione clandestina dei prigionieri e cercare di organizzare una insurrezione dentro il campo.
Venne arrestato nel settembre 1944, rinchiuso in questa cella nel novembre/dicembre 1944 e ucciso dai tedeschi agli inizi di gennaio 1945.
L’altra possibilità: lottare per salvare la vita, tante vite e insieme “offrire” la propria vita. Questo Cristo graffiato sul muro è perché sia perfetta l’identificazione con Lui.
Cella n.18 dello stesso blocco, luogo di un altro martirio, quello di Padre Massimiliano Kolbe, che scelse di morire al posto di un altro, “offrendo” così la propria vita.
La macchina dell’annientamento hitleriana non ha potuto eliminare questa possibilità.
Raggiungo la torretta sul cancello d’ingresso di Birckenau. Dall’alto posso vedere il campo in tutta la sua estensione. La sera, che sta sopraggiungendo, lo coprirebbe interamente con la sua oscurità, se non fosse per il biancore della neve.
Tutta la storia è qui, in questi 175 ettari di terra circondati dal filo spinato. Questo passato apre una breccia sul mistero della storia umana.
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