Una riflessione intorno al film L’insulto, di Ziad Doueiri (Libano, 2017)
Il Libano che ormai da decenni ospita sul proprio territorio profughi palestinesi (oltre 1,5 milioni su 4 milioni di abitanti) e ora anche siriani, vive una situazione drammatica, aggravata dalla presenza ancor più ingombrante nel sud del paese di Hezbollah, le milizie armate agli ordini di un paese straniero. Il film L’insulto, uscito quasi dieci anni fa, è un aiuto a farci comprendere, come forse nessun’altra produzione, quello che sta accadendo in quel martoriato paese.
Il film L’insulto, prodotto nel 2017 in Libano, Francia, USA, Belgio e Cipro, dura circa 110 minuti e porta la firma del libanese Ziad Doueiri, regista e sceneggiatore. Due gli attori protagonisti: il palestinese Kamel El Basha e il libanese Adel Karam. La storia è ambientata nella Beirut ormai pacificata a quasi trent’anni dalla guerra civile (1975-1990) e mette a tema la futile lite tra un cristiano maronita con un ingegnere palestinese, che degenera al punto da finire in tribunale e diventare un caso mediatico. Un insulto, che si poteva risolvere con delle semplici scuse, si trasforma però in un caso nazionale.
I protagonisti Tony Hanna, un meccanico, e Yasser Abdallah Salameh, un capo cantiere, a un certo punto non si riconoscono più nella situazione che si è venuta a creare, perché essa è andata al di là delle proprie intenzioni. Si assiste poi all’entrata in scena di personaggi minori ma importanti, come le mogli, e a un vivace dibattimento processuale, che porta alla luce diversi retroscena dei due protagonisti.
Si viene così catapultati nel ricordo dei massacri compiuti dalle milizie delle Forze Libanesi di Bachir Gemayel e dall’OLP di Yasser Arafat. Tutto questo per dire – nella visione del regista – che il Libano è una polveriera sempre sul punto di esplodere. Ma, più ancora, forse per dire che la resistenza di Tony e Yasser a voltare pagina ha radici così profonde che per loro non è così facile riuscirvi. Essi rifiuteranno perfino l’appello del Presidente della Repubblica libanese, che vorrebbe che fossero di esempio ad una pacificazione nazionale. Ma fra i due non ci può essere pace, perché nessuno dei due ha fatto pace con la propria storia! Tony con la strage di cristiani a Damour (1976) per mano dei fedayn palestinesi, e Yasser con Sabra e Chatila (1982), strage avvenuta per mano delle milizie cristiane. Ci può essere pace “giusta e duratura”, se non si rimuovono le cause del contendere? Possibile che in tutto il Medio Oriente il solo Libano debba farsi carico dei profughi palestinesi (e oggi anche di quelli siriani)? Possibile che i palestinesi non debbano avere una patria? E Israele poi deve vivere sempre sotto l’incubo del terrorismo? Questioni colossali.
Il film non lancia messaggi, ma vuole solo segnalare che il Libano è un dramma irrisolto del Medio Oriente. Un capolavoro è la scena della sentenza del Tribunale: salomonica, esemplare, inimmaginabile! Da manuale è il colpo di scena finale: Tony e Yasser si lasciano senza odio, ma con uno sguardo che dice tutta la distanza incolmabile tra di loro, ma che di più dice della distanza irriducibile di una pace senza giustizia. La giustizia fatta a un popolo è giustizia fatta alle persone, perché il popolo è una dimensione della persona. La pace senza giustizia è solo brace che cova sotto la cenere. A distanza di un decennio dalla sua uscita, il film mantiene un valore attualissimo: ogni rivendicazione identitaria soffoca nelle persone sia il cuore che il buon senso. La percezione dell’altro è destinata a svanire quando lo si incapsula in una definizione di religione, di razza, di nazionalità o di partito: così nascono le guerre così, per annientare un’idea dell’altro, si annienta… l’altro!
Pippo Emmolo
Salvatore Modica
Ho visto il film alla sua uscita. Era già molto significativo allora e direi che oggi è dí grandissima attualità e aiuta a comprendere la situazione attuale meglio di qualunque articolo o dibattito. Ne consiglio la visione assolutamente
Giacomo Buonopane
Ci può essere pace “giusta e duratura”, se non si rimuovono le cause del contendere? concordo pienamente.
Sergio Paglialunga
L’acuta riflessione fatta da Pippo Emmolo, mi ha portato a ricordare una vecchia canzone di Claudio Chieffo, che oggi si sente poco, “la ballata del potere” che mi è rimasta nel cuore. In particolare questi versi: “Ora tu dimmi come può sperare un uomo che ha in mano tutto, ma non ha il perdono!
Come può sperare un uomo quando il sangue è già versato,
quando l’odio in tutto il mondo nuovamente ha trionfato:
c’è bisogno di Qualcuno che ci liberi dal male
perché il mondo tutto intero è rimasto tale e quale…”.
Infatti sembra che nella situazione libanese, come in quella di altri contrasti troppo spesso confluiti in conflitti veri e propri, manca “Qualcuno che ci liberi dal male”, e c’è spazio solo per la “giustizia”, la “propria giustizia” che anima i contendenti senza lasciare spazio all’umanità nel suo gesto più sacro e profondo che è il Perdono. E’ un forte richiamo a porre al centro Cristo vera salvezza dell’uomo, unica speranza in situazioni come quella del Libano ed in generale del Medio Oriente (ma non solo) in cui i tentativi di pace sono sempre più fragili e senza vere fondamenta.
Daniele Held
Beh, caro Pippo: con la tua ultima frase centri perfettamente il punto . E così le appartenenze ci avvingono … gran fatica uscirne; per tutti . Certamente non esprimere un’opinione , non prendere posizione è da vili . Farlo è il primo passo per finire nelle “appartenenze”.Difficile è non fare il secondo passo, che ti porta a non ascoltare più l’altro. Ogni tanto qualcuno che ci riporti indietro è necessario
Anna Civeriati
Condividiamo le riflessioni sul film “L’ insulto” che partendo da una lite personale tra un palestinese e un libanese, degenera in conseguenze nazionali imprevedibili. Ci fa pensare a fatti della storia e della vita quotidiana non risolti alla radice e poi sfociati in dramma. L’ insulto è violenza verbale che avvelena il dialogo e fa dilagare la violenza. Se si rinuncia a un barlume di razionalità e di buon senso che faccia riflettere sulle conseguenze parole-fatti, si precipita in reazioni a catena inarrestabili. La distanza che si è creata, nel film, tra i due protagonisti evidenzia la necessità di una giustizia vera ma difficile perché richiede che ciascuno faccia pace con la propria “storia” e accolga quella dell’ altro. Le differenze di razza, religione, cultura dovrebbero essere una ricchezza, invece sono spesso fonte di pregiudizi e divisioni. Il film e il commento siano l’ occasione per l’ impegno a non cadere nell’ insulto e nella prepotenza, siano un aiuto a trovare, nel dialogo e nel rispetto delle diversità e nel perdono, un’ occasione di pace, un segno di civiltà.
Giuliano Ruzza
Le parole del prof.Emmolo, mi hanno incuriosito e certamente vedrò il film.
Il Medio Oriente, visto con occhi di un regista locale, ha sfumature differenti.
E’ importante, secondo me, risolvere i conflitti e e mitigare gli ideali , che in profondità, fanno parte degli abitanti di questi territori ed aiutarli, se possibile, a prendere le distanze da chi fa del conflitto il proprio ideale di vita….
Guerre fatte nel nome di una causa che in realtà non c’è e persone morte per motivi che non le riguardano.
Tema idealizzato e che crea confronti accesi spesso privi di soluzioni ma ricchi di accuse, con molte persone che credono di sapere tutto ma non sanno niente
Rosanna La Mattina
Non ho visto il film ma sembra molto interessante:invita a riflettere sulla vita in quelle terre martoriate dove il futuro sembra non esistere, ma c è solo il presente, terribile e carico di sofferenza . Presente che porta ,inciso nella pelle e nell’ anima, il brutale passato . Il commento sul film stimola vederlo e soprattutto a riflettere .
Emilio
Bellissimo film, che tralascia un dettaglio che dettaglio non è, e che è alla base del problema irrisolto del Libano, come si dice nell’articolo: senza un vero perdono non si può ripartire, anche se ci fosse una giustizia, la giustizia senza perdono non fa ripartire la persona, e quindi nemmeno un popolo. Ma il destino di questo paese e del suo popolo non è purtroppo nelle sue mani, e anche i tentativi di questi ultimi anni di perdono reciproco, di convivenza “de facto” naufragano sotto il peso di decisioni di altri, che usano il Libano tradendo la sua storia. E il film in qualche modo racconta anche questo, nell’incapacità ultima dei due personaggi di guardarsi si scorge una non libertà di potersi abbracciare che viene continuamente usata e strumentalizzata da altri, sono alla fine ostaggi del clima creato da altri, quando potrebbero ripartire da loro stessi, ma non ce la fanno da soli. E chi ci riuscirebbe da solo? Da qui uno spunto interessante,: forse non e sempre colpa degli altri….
Daniela Rosati
Il film “Libano”, pur affrontando una tematica di natura prettamente politica come la tragedia libanese, colpisce anche per la scena in cui vi è il tentativo del tribunale di dare una sentenza perfetta nonché per il finale, con i protagonisti dallo sguardo impassibile. Il film offre cioè spunti per riflettere, ancora una volta, sul rapporto tra giustizia e legalità, tra coscienza e potere.
Quale tribunale umano può dare davvero all’uomo la pace? Può bastare che un giudice “salomonico” sancisca che i contendenti pervengano a scuse formali scambiate reciprocamente? La ragione potrebbe accontentarsi, il cuore no. Tanto che Tony e Yasser sedano gli istinti più violenti, ma non “fanno la pace”. Rimangono estranei l’uno all’altro.
La pace, almeno quella apparente, è garantita dalle leggi, ma la giustizia non si concilia con la pur eccezionale capacità dell’uomo di emettere sentenze eque, ma che non tengano conto di tutti i fattori dell’”alterità” del singolo e del popolo.
Nell’”Antigone” di Sofocle, Creonte è il re di Tebe, re giusto, che si gloria, con un solenne proclama politico, di fondare il suo potere sulla tutela e sulla bontà delle leggi dello Stato, per lasciare insepolto Polinice, fratello di Antigone e nemico di Tebe. Subito dopo, in un famoso canto corale, si afferma l’eccezionalità delle competenze umane, probabilmente riferendosi alla capacità di Creonte di mantenere la giustizia presso il popolo tebano e contro i nemici: “Molte sono le cose straordinarie, ma nessuna cosa è più straordinaria dell’uomo” (vv. 332-333).
In questo Coro, tuttavia (a differenza dei canti corali tragici), stranamente, si nota l’assenza di ogni assistenza divina all’uomo. Il potere può fare tutto ciò che ritiene giusto, in quanto sancito dalle leggi: infatti Creonte, in nome della “giustizia”, condanna a morte Antigone che ha violato le leggi della città andando a seppellire il fratello, come le impongono le leggi “non scritte” del cuore.
Due idee di giustizia opposte si fronteggiano.
La conclusione è: l’annientamento dell’altro, cioè la morte di Antigone; ma anche la “catastrofe” personale di Creonte: suo figlio e sua moglie si suicidano; la sua perdita di autorevolezza presso il popolo di Tebe. Solo ora Creonte comprende (come ammonisce il Coro) che “la saggezza è la prima condizione della felicità. Non si deve mai commettere empietà verso gli dèi (vv. 1348-1350)”.
E allora, quale “saggezza” potrebbe vincere la limitatezza e la miopia dei “tribunali” e la “catastrofe” in atto qui ed ora? E’ un dilemma incolmabile per l’uomo?