Autore: Massimiliano Mandorlo Pagina 1 di 2

Mappe #32

Il destino è un lanciatore di coltelli. Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni

«La società in cui viviamo (in cui vivono, in particolare, gli adulti) si sta rapidamente trasformando in una società autistica: facendoci smarrire il senso dell’umana solidarietà, che trascende ogni prigione individualistica e che ha bisogno soprattutto di apertura e di speranza» (E. Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano 2001, p. 32). Queste parole di Borgna – da sempre affascinato dalla poesia come strumento di conoscenza e riflessione interiore – possono tornare utili per avvicinarci ai Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni (Garzanti 2026).

Già con La natura del bastardo Rondoni opponeva a una “purezza” di matrice simbolista una poesia terragna impastata di sacro e profano, in un viaggio sbandato che attraversava autostrade, bar, discoteche, ipermercati accogliendo – come notava acutamente Morasso – le numerose sollecitazioni vitali al pari di un «sismografo febbrile dell’esistenza» (M. Morasso, Davide Rondoni, “La natura del bastardo”, e la sua “musa vibrante e inappagabile”, «L’EstroVerso», 31 marzo 2017). Si trattava di un processo di “imbastardimento” che arrivava a toccare la lingua e le sue strutture in una progressiva contaminazione di codici, registri, stili. Con Sette canti contro lo Scontento ci troviamo di fronte a un’ulteriore deflagrazione, in una poesia totale che mescola versi e prosa senza soluzione di continuità e oppone alla «fluida perfezione» un andamento irregolare, spurio: «metropolitana, metropoli / tana / emissioni soffuse di dati, una nebbia guida / i destini […] / In queste fauci meravigliose fauci / lo Scontento li mastica lentamente / e fissandoti…». Un flusso magmatico di frammenti che potrebbe ricordare i Cantos poundiani ma qui è forse qualcosa di beat ad aggirarsi nella scrittura randagia di Rondoni, tra apparizioni metropolitane e visioni apocalittiche nello Spanish Harlem di New York: «Riparami da questo frastuono / per il resto della notte riparami / ti diceva la figura sbucata da cartoni / fradici stringendoti le mani / non lasciarmi andare via / […] La Sapienza è seduta, vecchia ebrea nera fuma la pipa fuori dalla porta. / In Occidente imperano sulla rovina delle loro menti, mentono sapendo di morire, carezzano la fine come amica».

Quella descritta da Rondoni è una civiltà al collasso dove talvolta sono proprio gli artisti «i primi a diventare nihilisti ironici futili tristi»; sono in gioco allora, per tornare alle riflessioni iniziali di Borgna, i fondamenti autentici dell’umano e delle sue profonde relazioni, le uniche che permettono di scampare «al vizio malinconico / alla esistenza triste in cui il demone invita / nel privé con occhi games e inanellate / lunghe dita». Lo Scontento che «attacca» e «saetta» come un «serpente verdesquame» è il segno visibile di questa sorta di anestesia umana e spirituale di cui i più giovani subiscono le sotterranee conseguenze: «pagherete tutto con la violenza / che cresce dentro i ragazzini». Occorre allora, ci dice Rondoni, falciare «l’erba nera del lamento» per «seminare qualcosa di buono / sotto le stelle indecifrabili», mormorare la lingua francescana della lode perché «nascere è una benedizione / non solo un trauma, non solo / l’inizio della sventura». Il poeta si muove come un rabdomante alla ricerca di sorgenti e vibrazioni sotterranee, che si tratti di attraversare metropoli italiane e newyorchesi o circoli intellettuali obnubilati dal politically correct, tutto entra nella «lingua zero» di questa poesia: «treni scassati nella notte», «bar», «call center», le «Madonne di Beato Angelico» e quelle «di Armani», “Mario” nome di «barista manutentore» e nome del Mario Luzi di via Bellariva «poeta novecentesco fedele alla vita» e ancora la cronaca con il «bagagliaio della R4» dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro e il poeta Virgilio che avrebbe voluto con la sua Eneide «essere cenere, sparire». Occorre fidarsi, ci dice Rondoni in questo scorretto e ardente libro beat, degli incontri che sostengono e rimettono in moto l’autentica speranza, che si tratti del «volto appassionato di don Giussani» o degli innumerevoli amici artisti, pittori, poeti e musicisti singolarmente citati con epiteti nelle pagine di questo volume. Come il gesto fiducioso della «donna del lanciatore di coltelli» che sa ancora guardare negli occhi il destino: «niente paura / se non mi fido completamente, se / solo d’un soffio mi faccio / di lato, millimetricamente / lui mi trafigge, mi sfigura […] / ma il destino è un lanciatore di coltelli / fissalo negli occhi fidati di lui».

(Massimiliano Mandorlo)

Davide Rondoni, Sette canti contro lo Scontento, Milano, Garzanti, 2026, pp. 178, € 19.

Mappe #31

Verso l’ἀρχή della vita. Lezione di meraviglia di Daniele Ricci

«Finalmente questa notte esco dal romitorio. / Faccio ricorso al tuo φάρμακον / per varcare le porte. Vado al mare / del mio dolore amaranto» scrive Daniele Ricci nell’incipit del suo Lezione di meraviglia (Pequod 2022). A dispetto del titolo, che potrebbe far pensare ad una meraviglia intesa in senso moderno, Ricci compie con questo suo libro un nostos che risale fino alle origini dell’esperienza umana, lì dove θαῦμα è per il mondo greco antico l’angosciante stupore, la sproporzione del destino di fronte all’ignoto e all’imprevedibile: «Il mare dorato / sotto la luce bianca del cielo. / Sono solo come sempre / nella cabina 12161. / Ascolto il fragore dell’acqua / tagliata dalla nave». Un dolore ancestrale attraversa la scrittura di Ricci, chiede di essere accolto attraverso la luce intermittente della poesia che è φάρμακον quindi al tempo stesso possibilità di cura e veleno, itinerario di salvezza e distruzione: «Tutto si porta via / la scia della nave, / il caldo e i nostri futili gesti / il tuo sorriso e l’ombra della vita. / Quaeris aut quereris?». Si è come sospesi tra ricerca instancabile e dolore per la perdita, una frattura è accaduta e occorre abitarla per ritornare  ̶  come un superstite dopo il naufragio  ̶  alla terra da cui si proviene: «Vedo la notte e i citofoni muti. / Mi sono perduto / in un labirinto di metallo e fame, / la frattura mi tiene legato al mondo». Non importa se il viaggio sia pieno di insidie, ciò che conta è, luzianamente, rimanere fedeli alla vita, ascoltare la forza spirituale del proprio δαίμων perché possa guidare il destino, tenendo il timone puntato verso quell’origine da cui tutti discendiamo: «Lo schermo nero della televisione / riflette la mia immagine / il foglio di carta / l’ἀρχή della vita». Un viaggio che si compie nelle zone di confine, lì dove la forza degli elementi naturali è più viva e si manifesta nel suo principio di morte e rinascita: «Sulla torre vecchia di Fiorenzuola / il vento sferza le lancette dell’orologio, / le rupi e le falesie coperte / di cespugli secchi». Oppure fuori stagione, tra inverno e primavera, su quella linea costiera adriatica dove  ̶  lontano dai clamori dell’estate  ̶  è ancora possibile riscoprire la propria vera essenza: «Ritorno a Marotta / senza di me. / Nuoto dove l’acqua è bassa / dove nasce il dolore / e per il vento fischiano / gli alberi d’alluminio / delle barche a vela / ferme a riva».

(Massimiliano Mandorlo)

Daniele Ricci, Lezione di meraviglia, Ancona, peQuod, 2022, pp. 120, € 15.

Mappe #30

Piccole cose di questo mondo di Enzo Riboni

Di minime e familiari presenze che sostengono la vita è popolata la poesia di Enzo Riboni: «Le veglie a Capodanno / sale da ballo nel weekend / tu al centro dell’orchestra / per guadagnare un po’ di più / E poi di notte e di mattina / senza mai tregua in settimana / chino a cucire astucci / forzato a respirare / i micidiali fumi d’anilina» (p. 15). Frammenti del passato e dell’infanzia si ricompongono come tracce – umili e labili ma pur sempre segni di una «grazia ardita» – di un mondo ormai scomparso ma ancora capace di emettere segnali luminosi: «Ci trovavamo al prato / le sere d’estate / una rotonda con un po’ d’erba / tre alberi / forse / con le corse / dopo il tunnel di Greco / di noi bambini / nel profumo cieco / di un’infanzia che va in fumo» (p. 17). Sono queste le piccole cose di questo mondo che sono offerte in sorte a noi umani: una nevicata vista con gli occhi di un bambino «ai piedi di Milano / sotto le scarpe con la suola / di para» (p. 21), una Milano dimenticata e segreta con i «film del cinema ABC» (p. 22) o il naviglio della Martesana verso cui correre e bagnarsi. Lo sguardo è quello di chi è in ricerca di universi più grandi di noi, consapevole di essere solamente «un punto / ma vivo quanto vale» (p. 39) e allora occorre alzare gli occhi al cielo verso altre «frotte di stelle» (p. 40) cercando lampi di luce come nella bella poesia che porta il titolo di La spiegazione. Qui tempo, storia universale e storia individuale si fondono in una folgorante visione: «E trovai proxima Centauri / che appare con la faccia / di quattro anni avanti / e Sirio l’Alpha Canis / al tempo che Annarosa / s’iscrisse al Beccaria / e poi Procione e Altair / e Vega / lampo di luce nato / col parto del millennio / tra lo splendor di Rigel / comparsa a ricordare / la guerra al Barbarossa / così che assai lontano / brillan le luci di Deneb» (p. 40). Basta poco perché le “umane cose” possano rinascere: tornare a guardare la promessa di «un bagliore di luce di lago» (p. 86) o di «una collina verde / di fronte alla terrazza / e di notte / un presepiar di luci» a Rapallo (p. 93) perché il cuore possa riempirsi nuovamente di bellezza e riprendere finalmente il suo battito.

(Massimiliano Mandorlo)

Enzo Riboni, Piccole cose di questo mondo, Viterbo, AttraVerso, 2026, pp. 108, € 15.

Mappe #25

La materia verticale di Imperatrice Bruno

Un vortice di forze centripete si agita e si dibatte incessantemente nella poesia della giovane Imperatrice Bruno (Ariano Irpino 2001) che colpisce per la tensione che attraversa i versi della sua Materia verticale, un viaggio incandescente attraverso le regioni oscure ed enigmatiche dell’esistenza: «La tua natura è del sole che esplode / e che per sua natura esplode / per riesplodere / e così il muschio che ti circonda / si brucia, / i rami che a tua cornice vorrebbero vantarsi / si chinano invece ai tuoi piedi, / ogni essere grida di sorpresa e di paura / la tua natura è il profondo sud del mondo». Ha ragione Pontiggia, introducendo questo libro di ardenti e audaci visioni, a parlare di un daimon, di una «voce che detta, assegnando un destino, liberando forze che giungono da un tempo lungo. E che si muovono tra opposte tensioni, congiungendo ciò che è separato e discorde». Siamo condotti in universo ctonio, in una dimensione primitiva e mediterranea abitata da oscuri segnali e brucianti profezie: «Marzo sarà il ritorno della gente di mare, / si alzeranno i toni con Atlantide in bocca, / si chiederà dei poeti delle notti nei porti; / i poeti nascono nei porti, portano alle labbra / labbra di dolore, mani bagnate, / portano agli occhi tavole dure, / hanno la lingua bruciata». Chi scrive ci conduce sulla soglia dell’indicibile, lì dove tutto sembra vacillare e anche la parola trema, in un tempo visitato da misteriosi annunci: «Ormai è finito il nostro tempo, / tremano / i polsi sui fianchi; / nel sonno lieve / mi levi gli orecchini, / soffio che spegne / ceri bianchi».

(Massimiliano Mandorlo)

Imperatrice Bruno, Materia verticale, prefazione di Giancarlo Pontiggia, Piazza Armerina, Nulla die, 2024, pp. 120, € 15.

Mappe #21

Vedere l’invisibile. Le finestre di Daniele Giustolisi

In un mondo dominato dalle molteplici icone degli smartphone e dallo scorrimento rapido di immagini e video – scrolling – sullo schermo dei dispositivi touchscreen, il brillante saggio di Daniele Giustolisi (Catania 1989) dedicato alla “finestra” è di particolare valore proprio nel riuscire ad innescare una riflessione critica e un affascinante dialogo sulle immagini attraversando il mondo della pittura e del cinema, spingendosi fino alle interfacce di Microsoft Windows. Il lavoro interdisciplinare di Giustolisi si pone come un atlante “incompleto” le cui carte prendono vita da una scelta particolare e individuale dell’autore e vengono illustrate e interrogate con uno sguardo fenomenologico e “poetico”. Non di sola semiotica si tratta infatti ma, nell’approccio dell’autore, – che ha già pubblicato due raccolte poetiche e ne ha una terza in arrivo – lo sguardo offerto dalla visione poetica è di particolare importanza «per cogliere quelle turbolente ed enigmatiche forze che, allo sguardo, certe rappresentazioni dell’arte (pittorica e non solo) scatenano, oltre il visibile». La “finestra” è immagine-segno capace di scandire l’inizio di una nuova era per l’uomo come nella storia biblica di Noè che, trascorsi quaranta giorni, apre finalmente le finestre dell’arca; è soglia, metafora esistenziale e sguardo reversibile dell’Altro e verso l’Altro, delimitazione di uno spazio sacro, simbolo di una rivelazione che «oscilla teologicamente tra presenza e assenza, tra luce e oscurità». Le suggestioni che nascono dalla lettura di questo eclettico libro-finestra sono davvero molteplici e nascono da un universo di profonde letture e riflessioni filosofiche, teologiche e artistiche, in una comune tensione a «deporre la vista per ricercare uno sguardo più profondo» e ad «esporci a nuove e imprevedibili aperture». La riflessione poliedrica di Giustolisi sull’elemento della finestra ha origine da un’antica visione che l’autore porta con sé fin dalla sua fanciullezza in un paesino siciliano arroccato su una collina che domina lo Ionio: «sopra i tetti delle case e delle altre terrazze (più basse della nostra), si scorgeva, in un capovolgimento prospettico vertiginoso, un piccolo specchio lontanissimo di mare solcato da barche minuscole come puntini. Il mare, da questa angolazione strettissima, era sopra i tetti delle case sorvolate dalle navi». Finestra, in definitiva, come possibilità di “vedere l’invisibile” oltre le maglie strette della tecnica e della razionalità, per aprire nuove e inedite prospettive al nostro sguardo sul mondo. Siamo per questo grati a Giustolisi e al suo libro insolito e coraggioso che torna a ricordarcelo.

(Massimiliano Mandorlo)

Daniele Giustolisi, Alla finestra. Sguardi, soglie e fratture tra pittura e cinema, Massa, Industria & Letteratura, 2023, pp. 180, € 18.

Mappe #19

«Perché voglio omaggiare la vita». Lo spirito cuoce di Francesco Vitale

Una sorta di slancio e dinamismo di forze in movimento abita la lingua e la poesia di Francesco Vitale, giovane poeta di origini calabresi che osa per il suo libro di poesia – con una certa libertà al di fuori di certi modelli retorici e letterari – un titolo sicuramente insolito ed enigmatico, Lo spirito cuoce. Vitale cita in epigrafe un verso di Franco Loi e forse proprio Loi avrebbe apprezzato per libertà di spirito e capacità di contaminazione alcuni dei testi più riusciti – penso alla sezione Vita aperta – di questo libro: «Sono le diciannove e trentadue / e salto / perché voglio omaggiare la vita. / La cena è pronta / e il mio stomaco sorgente / richiama all’adunata / la fame. […] / Tutto è pronto / Accaduto / allo stesso modo / del dì di ieri / e il mondo è felice. / Per l’ennesima volta / non si è smentito». Vitale si interessa di musica, fotografia, cinema, letteratura giapponese e haiku e in questo libro eclettico si mette alla ricerca, spinto da un suo ritmo interiore, di quella crepa che si apre nelle cose minime ed umili e le attraversa, spalancandole alla luce: «Crepa che si apre alla luce / è bagliore è lampo / attimo di sterminata aria / fiato grande / che circonda e abbraccia / il respiro del mondo / e porta a bere la sete / di ogni particella piccola / di ogni principale nascita». Ed è appunto il mistero e la potenza della vita ad ardere e bruciare in questo libro intessuto di parole-costellazioni che celebrano senza timore una ritrovata e primordiale armonia per cui le cose possono diventare “sorelle”, in una sorta di moderno cantico francescano che aspira a cantare il «trionfo della vita / in alba grande». Omaggiare la vita, sembra che questa sia per Vitale la sorgente da cui nasce anche la poesia, quel fuoco silenzioso che fa lievitare spirito e materia: «Il mio silenzio è d’oro. / Ho ventiquattro karati di silenzio / per cento per cento per cento. / Il mio silenzio sta / sul tempo della lievitazione / è fatto di pane e farina / è grano è pagliuzze / e cuoce a fuoco lento».

(Massimiliano Mandorlo)

Francesco Vitale, Lo spirito cuoce, Roma, Edizioni Efesto, 2023, pp. 110, € 13,50.

Mappe #18

In viaggio verso Gerusalemme. Sequentia di palmiere di Sebastiano Burgaretta

In tempi così incerti e inquieti per il Medio oriente, e in particolare per tutta la Terrasanta, è utile rileggere un testo così folgorante e profondamente ispirato come il poemetto Sequentia di palmiere del siciliano Sebastiano Burgaretta (Avola 1946), poeta, saggista e studioso di tradizioni popolari siciliane con già all’attivo un’ampia bibliografia che spazia dal campo letterario a quello etnoantropologico, religioso e artistico. Con l’umiltà e la tensione conoscitiva del pellegrino – palmière nell’accezione dantesca dei pellegrini che si recano « oltre mare, là onde molte volte recano la palma» – Burgaretta si mette in viaggio verso la «luce viva» di Yerushalàim, madre di tutte le città, in una prodigiosa esplorazione di sé e del mondo in cui eternità e istante, profezia e attualità si incontrano in un flusso incandescente di lingue, citazioni, momenti e tappe diverse di un unico viaggio: «Relicario d’amore rebosante, / in volo con El Al alla matrice, / celebra il ritorno dell’amore / alla casa del portento nazareno. / Pañuelo muy sagrado de ternura / por lácrimas materne e fedeltà […]». Si tratta di un pellegrinaggio che insegue i segni vivi e presenti di un Hic le cui millenarie tracce vibrano ovunque nella terra di Palestina, come evidenzia fra’ Ugo Van Doorne nella sua prefazione al volume: «L’Hic delle iscrizioni pavimentali si iscrive ancora e sempre nella storia di tutti i giorni, di tutti i tempi, a tutte le latitudini del globo terrestre e dell’universo» (p. 21). Così il pellegrino Burgaretta, nel suo diario di viaggio impetuoso e visionario, si muove tra la nuvola d’Elia sul Carmelo e l’annuncio dell’Angelo a Màryam di Nazareth, verso il «Tabor del prodigio luminoso» e la Yerushalàim «d’oro, di bronzo e di luce», «arpa» di tutti i nostri possibili canti. Mosso dal vento dello spirito cammina verso il Cenacolo e veglia con Gesù nel buio del Getsemani, affidando all’intimità del suo siciliano la descrizione di quel momento di agonizzante solitudine: «Tremava alla prova la tua carne: «ttri-bboti façisti va e-bbeni / cchê picciotti ca t’àviutu puttatu, / ma solo sei rimasto nella notte; / non seppero vegliare qui con te».

Aveva visto bene Franco Loi quando, nelle sue storiche segnalazioni letterarie sul «Domenicale» de «Il Sole 24 Ore», parlando della poesia di Burgaretta scriveva: «All’astuzia dei potenti, degli accademici, dei ricchi, degli ideologhi, il poeta contrappone la sua attesa di una rivelazione del reale, la sua inermità, la sua complicità con gli uomini semplici, la sua attenzione all’ignoto in sé e fuori di sé» (domenica 24 ottobre 2004). Di rivelazione del reale e di ascolto del mistero profondo che abita in sé e fuori di sé è infatti tutta percorsa la poesia di Burgaretta che, dopo aver cantato la Resurrezione di Cristo con le parole della liturgia greco-ortodossa e di quella in lingua araba, scrive: «Il tempio dello Spirito siamo noi. / A te nel cuore una casa resterà / nel Sion vero e definitivo, / adorato tu in spirito e verità». Al pellegrino tornato ora a casa non rimane che ritornare nell’hic quotidiano, spogliandosi di tutto ma ricevendo come dono quello dell’obbedienza, che equivale a una forma totale di ascolto: «Ora lascia, Signore, che il tuo servo / torni alla misura quotidiana. / Vibrare più di tanto non può più. / Inutili a te l’opere sue, / prendi, se puoi, l’obbedienza sola».

(Massimiliano Mandorlo)

Sebastiano Burgaretta, Sequentia di palmiere, Comiso, Archilibri, 2010, pp. 69, € 6.

Mappe #17

«La gioia di un pensiero nascente»: Lo sguardo che si alza di Maria Grazia Maiorino

Un pensiero nascente, una sorta di letizia ritrovata nello sguardo attraversa la poesia di Maria Grazia Maiorino – bellunese ma trasferita da anni ad Ancona, con già alle spalle varie pubblicazioni di poesia, racconti e saggi di critica letteraria e collaborazioni con numerosi artisti – come la luce che torna a sfolgorare sulla città di Urbino in un giorno di festa: «segreto fra le torri come un chiostro / il giardino pensile si apre ai verdi / delle colline oltre le grandi finestre / aiuole intorno alla fontana garofanini / in fiore un profumo di rose indovinato / e altri alberelli di melograno / e tutto è lento vacillare e apprendersi / come la gioia di un pensiero nascente». Di sguardi tesi «lì dove abita la luce» è tutto percorso questo libro, nelle visioni trepidanti di un’arte che va dalla basilica di S. Eustorgio a Milano con la sua «stella / di Betlemme splendente sul campanile» al volto ligneo martoriato della Madonna di Nagasaki sopravvissuta all’atomica, alla Terra Santa con le sue annunciazioni e Magnificat fino ad arrivare ad un’incredibile e affascinante prosa dedicata ad una visita solitaria alla Pinacoteca di Ancona, dove nella visione della Pala Gozzi di Tiziano presente e infanzia si saldano miracolosamente: «Ti porta un vento nella mattina di marzo, passi veloci attenti alla strada e lo sguardo che ogni tanto si alza verso l’azzurro insolitamente terso tra le case, richiamo di un’altra luce, scende dalle montagne sulla tua città natale, detta la splendente – è quell’impronta dei ricordi più lontani, riconosciuta nell’età adulta, ora ti sembra di portare con te un lembo del mantello di Elia lasciato cadere dal cielo». Nella magia della pittura e della poesia segno artistico e parola si rincorrono, si compenetrano, e in questo mistero di bellezza a cui anche l’autrice alza lo sguardo e nuovamente si abbandona l’orizzonte può finalmente dilatarsi, in una sorta di mistico spalancamento: «L’Adriatico è un grande golfo di sponde che si amano, Venezia non è superba regina ma repubblica marinara sorella di Ancona e Ragusa, il fico si tende fra celeste e terrestre, luce e ombra di arcobaleno, la Madre con il bambino benedicente e i suoi angeli continuerà ad apparire, attirando i nostri sguardi, come quelli dei tre personaggi del quadro, verso orizzonti più grandi».

(Massimiliano Mandorlo)

MARIA GRAZIA MAIORINO, Lo sguardo che si alza, postfazione di Paolo Lagazzi, Bergamo, Moretti&Vitali, 2022, pp. 102, € 10.

Mappe #16

«La crepa che diventa una soglia». Estranei alla terra di José Tolentino Mendonça

«Coloro che pregano sono mendicanti dell’ultima ora / rovistano a fondo nel vuoto / finché il vuoto / in loro deflagra»: basterebbero questi pochi versi tratti da La strada bianca del cardinale José Tolentino Mendonça per intuire la tensione conoscitiva che percorre tutta la sua poesia, continuamente attraversata da domande radicali sul presente e sulla “terra misteriosa” che abitiamo. Mendonça, teologo e biblista con un’ampia bibliografia di opere di saggistica e spiritualità, esordisce come poeta con la raccolta Os dias contados nel 1990, anno della sua ordinazione sacerdotale, affermandosi presto come una delle voci più importanti e originali della letteratura contemporanea di lingua portoghese. Il collocarsi della sua poesia in una zona di frontiera, su una “crepa che diventa una soglia”, trova il suo più profondo compimento nella figura rivoluzionaria di Gesù, il più umano tra le creature e paradossalmente il più “estraneo” alla terra:

La figura di Gesù provoca in me uno stupore senza fine perché Egli è veramente estraneo alla terra, eppure è il più vicino all’umanità, il più umano tra le creature […] Gesù incarna nel suo stile la potenza del Verbo: sa andare oltre le frontiere, porta in sé una visione più ampia, solitaria e autentica. Controcorrente. In questo senso è davvero poeta: guarda alla realtà dislocando il suo senso in un oltre.

(Davide Brullo, La poesia è una questione di vita o di morte. Dialogo con José Tolentino, «Pangea. Rivista avventuriera di cultura & idee», 25 settembre 2023)

Estranei alla terra, pubblicato nel 2023 per Crocetti e con una prefazione di Alessandro Zaccuri, è appunto il titolo del volume che presenta al lettore italiano, con testo originale in portoghese e traduzione italiana a fronte, due dei libri più rappresentativi di José Tolentino Mendonça, La strada bianca e Teoria della frontiera. Mendonça, la cui poesia segue “le premesse della guerriglia urbana” frequentando spazi solitari e clandestini, luoghi abbandonati e in rovina o terre desolate in cui qualcosa sembra però ancora miracolosamente restare in vita, si affaccia sulla soglia della vita silenziosamente e in una posizione di radicale povertà, come leggiamo in Mani vuote: «Le mani vuote sono un soccorso nei tempi difficili / un affetto al sicuro dagli speculatori / il loro vuoto è una pietra / e a guardar bene galleggia». Così la poesia di José Tolentino Mendonça, inseguendo le tracce e i segni dell’invisibile su questa terra, si pone in una posizione di attesa e completa mendicanza, come il pellegrino che “spazza / i propri pensieri e aspetta”, guardando il vetro della sua finestra farsi improvvisamente trasparente. E, come leggiamo in Il papavero e il monaco, raccolta di haiku scaturita dall’esperienza di un viaggio in Giappone e dopo la lettura del Book of Haikus di Kerouac, con l’umile convinzione che «Adorare / è sorprendere Dio / nella più piccola briciola».

(Massimiliano Mandorlo)

José Tolentino Mendonça, Estranei alla terra, traduzione di Teresa Bartolomei; prefazione di Alessandro Zaccuri, Milano, Crocetti, 2023, pp. 181, € 17. 

Mappe #14

La Zona estrema di Francesco Filia

«La poesia si compie nell’attesa alla frontiera» scriveva il filosofo e teologo Ladislaus Boros nel suo Mysterium mortis. Al limite, in una zona estrema di confine si trova anche la poesia di Francesco Filia che con Nella fine ci conduce in un territorio solcato da cieli incendiati ed esplosioni, da inverni minacciosi e paesaggi assiderati in cui «l’annuncio mite di un nuovo inizio / qualcosa ancora preme per nascere / da un antico silenzio». Come nelle sequenze cinematografiche di Stalker del russo Tarkovskij, si attraversa la “Zona” di questo libro lucido e tagliente con la sensazione di un pericolo imminente, in un estremo silenzio in cui il poeta registra con perizia chirurgica i minimi dettagli, i gesti essenziali: i vetri che vibrano     «in controluce», le «lettere sulle pareti delle aule» che «tacciono e sbiadiscono», il gesso che  «continua a stridere sull’ardesia», la «superficie scabra di un tronco tra le dune» e ancora  «Ogni gesto, / il rigare minimo di un polpastrello nella polvere». Consapevole che ogni verso, come dichiarato nella nota in appendice al libro «deve avere in sé il proprio inizio e la propria fine» la scrittura di Filia si carica di un’essenzialità visionaria che a tratti può forse ricordare un certo De Angelis. Ecco qui la poesia di Filia, la sua “biografia sommaria”: questo saper rimanere immersi nel grande enigma della vita senza facili ideologie o illusioni, tra la «lastra del cielo» che pare incombere su di noi e un «sibilo» che nonostante tutto «attraversa le nostre vite e riapre / una ferita antica e sconosciuta»   

(Massimiliano Mandorlo)

FRANCESCO FILIA, Nella fine (2019-2022), Pasturana (AL), 2023, pp. 60, € 15.

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