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Tutte le novità interessanti di LineaTempo

Mappe #29

La poesia terrestre di Iolanda Cuscunà

Al di là delle etichette, oggi diremmo dei tag, che frazionano la realtà in contenitori senza contenuti, un filone poco battuto dalla poesia contemporanea, troppo ripiegata forse su ombelichi che quasi mai coincidono con il centro del mondo, mette in primo piano la questione del “bene comune”. Una poesia dunque da intendere come azione pubblica che nasce nella e per la polis e che vorrebbe rivolgersi a una comunità più ampia del pubblico dei lettori di versi. Con Il sogno di Esaù, Iolanda Cuscunà ci mostra ad esempio la possibilità di una poesia ecologica senza ecologismi, centrata sulla matericità degli elementi, terrestre, localizzata a partire dalla lingua (il siciliano di Catania) in una geografia che non è «terra promessa» ma spazio familiare minacciato dalla ‘bestialità’ antropica: «Sulu di omini po’ moriri un ciumi» (“Solo a causa degli uomini può morire un fiume”), scrive la poetessa nel solco di Danilo Dolci, maestro ideale di questa poesia. Così quello di Cuscunà non è il grido di allarme di una Cassandra catastrofista, bensì l’atto di amore di una creatura che pure sotto un sole feroce («U suli m’abbrucia»), «st’occh’i suli / ca non s’astuta» (“quest’occhio di sole / che non si spegne”), contrappone la veemenza sorgiva della parola alla desertificazione del rapporto uomo-ambiente. Se da una parte allora la carnalità disperata del sogno di Esaù ci riporta a un’Apocalisse imminente  («Tutta l’acqua / r’i ciumi / r’i laghi / r’i funtani, / addispirata, / si jttau ndo mari», “Tutta l’acqua dei fiumi dei laghi delle fontane, disperata, si è buttata in mare”), dall’altro la vena della salvezza continua a scorrere, anche carsica, in una umanità che si risveglia in tempo, un attimo prima di collassare: «Si sveglia Esaù / nell’aria ancora il profumo delle zagare / nelle orecchie la voce dell’acqua».

(Pietro Russo)

(Iolanda Cuscunà, Il sogno di Esaù, Nous editrice, S. G. La Punta (Ct), 2025)

Dorme Esaù
di ritorno dalla campagna
la zuppa ancora calda
nello stomaco

sogna
palummi niuri
niuri cunigghi
volare e correre nel campo
beccare, mangiare
semi di lenticchie
buoni per la zuppa

(colombe nere / neri conigli)

sogna
campi arsi
latrare una macchia
grigia e scarna
ca non avi paci e mancu abbentu

(che non ha pace nè riposo)

quattru ossa
cu na lingua longa
ca va circannu l’acqua
ma acqua non ci nn’è

(quattro ossa con una lingua lunga / che va cercando l’acqua / ma acqua non ce n’è)

Il Libano, punto di partenza per la pace in Medio Oriente

Una riflessione intorno al film L’insulto, di Ziad Doueiri (Libano, 2017)

Il Libano che ormai da decenni ospita sul proprio territorio profughi palestinesi (oltre 1,5 milioni su 4 milioni di abitanti) e ora anche siriani, vive una situazione drammatica, aggravata dalla presenza ancor più ingombrante nel sud del paese di Hezbollah, le milizie armate agli ordini di un paese straniero. Il film L’insulto, uscito quasi dieci anni fa, è un aiuto a farci comprendere, come forse nessun’altra produzione, quello che sta accadendo in quel martoriato paese.

Il film L’insulto, prodotto nel 2017 in Libano, Francia, USA, Belgio e Cipro, dura circa 110 minuti e porta la firma del libanese Ziad Doueiri, regista e sceneggiatore. Due gli attori protagonisti: il palestinese Kamel El Basha e il libanese Adel Karam. La storia è ambientata nella Beirut ormai pacificata a quasi trent’anni dalla guerra civile (1975-1990) e mette a tema la futile lite tra un cristiano maronita con un ingegnere palestinese, che degenera al punto da finire in tribunale e diventare un caso mediatico. Un insulto, che si poteva risolvere con delle semplici scuse, si trasforma però in un caso nazionale.

I protagonisti Tony Hanna, un meccanico, e Yasser Abdallah Salameh, un capo cantiere, a un certo punto non si riconoscono più nella situazione che si è venuta a creare, perché essa è andata al di là delle proprie intenzioni. Si assiste poi all’entrata in scena di personaggi minori ma importanti, come le mogli, e a un vivace dibattimento processuale, che porta alla luce diversi retroscena dei due protagonisti.

Si viene così catapultati nel ricordo dei massacri compiuti dalle milizie delle Forze Libanesi di Bachir Gemayel e dall’OLP di Yasser Arafat. Tutto questo per dire – nella visione del regista – che il Libano è una polveriera sempre sul punto di esplodere. Ma, più ancora, forse per dire che la resistenza di Tony e Yasser a voltare pagina ha radici così profonde che per loro non è così facile riuscirvi. Essi rifiuteranno perfino l’appello del Presidente della Repubblica libanese, che vorrebbe che fossero di esempio ad una pacificazione nazionale. Ma fra i due non ci può essere pace, perché nessuno dei due ha fatto pace con la propria storia! Tony con la strage di cristiani a Damour (1976) per mano dei fedayn palestinesi, e Yasser con Sabra e Chatila (1982), strage avvenuta per mano delle milizie cristiane. Ci può essere pace “giusta e duratura”, se non si rimuovono le cause del contendere? Possibile che in tutto il Medio Oriente il solo Libano debba farsi carico dei profughi palestinesi (e oggi anche di quelli siriani)?  Possibile che i palestinesi non debbano avere una patria? E Israele poi deve vivere sempre sotto l’incubo del terrorismo? Questioni colossali.

Il film non lancia messaggi, ma vuole solo segnalare che il Libano è un dramma irrisolto del Medio Oriente. Un capolavoro è la scena della sentenza del Tribunale: salomonica, esemplare, inimmaginabile! Da manuale è il colpo di scena finale: Tony e Yasser si lasciano senza odio, ma con uno sguardo che dice tutta la distanza incolmabile tra di loro, ma che di più dice della distanza irriducibile di una pace senza giustizia. La giustizia fatta a un popolo è giustizia fatta alle persone, perché il popolo è una dimensione della persona. La pace senza giustizia è solo brace che cova sotto la cenere. A distanza di un decennio dalla sua uscita, il film mantiene un valore attualissimo: ogni rivendicazione identitaria soffoca nelle persone sia il cuore che il buon senso. La percezione dell’altro è destinata a svanire quando lo si incapsula in una definizione di religione, di razza, di nazionalità o di partito: così nascono le guerre così, per annientare un’idea dell’altro, si annienta… l’altro

Pippo Emmolo

Corso: Nuove prospettive per comprendere e insegnare l’Età Moderna

Gentile Amica/o della Storia,

ti segnaliamo il prossimo corso di Storia di DIESSE a partire dall’interesse che hai confermato nel sondaggio lo scorso anno.

NUOVE PROSPETTIVE PER COMPRENDERE E INSEGNARE L’ETÀ MODERNA

«La storia della nostra civiltà non può consistere in un’unica linea di sviluppo, che porta fino a un culmine moderno a cui possiamo guardare con ammirazione, ma che poi si rivela inevitabilmente limitato nei suoi effetti e temporaneo come esito.
Ciò con cui dobbiamo ora confrontarci presenta una molto più grande varietà e ben più pronunciate sfumature».
Paul Oskar Kristeller

Destinatari: docenti di scuola secondaria di I e di II grado.
Il corso è pensato per approfondire la conoscenza della complessità della storia moderna europea ed occidentale e per favorire l’innovazione didattica sul tema. Per comprendere meglio le novità storiografiche, specialmente sul periodo della prima età moderna, e per sviluppare percorsi didattici possibili sul periodo, il corso di formazione integra l’apporto di studiosi accademici con il sapere esperto di docenti impegnati sul campo nella didattica. Questa prospettiva viene adottata per rispondere meglio alle esigenze dei corsisti, docenti in attività nella scuola secondaria di primo e di secondo grado, che attendono indicazioni per un approfondimento culturale su alcuni nodi fondamentali della storia moderna e spunti di metodologia didattica e di programmazione.

Qui tutte le informazioni:
https://www.diesse.org/corsi

Iscrizioni dal 11 al 26 febbraio 2026
sul sito www.diesse.org, all’indirizzo
http://bit.ly/diesse-iscrizioni

70 € per docenti non soci di Diesse
50 € per docenti soci di Diesse 2026

Mappe #28

Cercare la polvere, cercare l’umano: il poeta Angelo Santangelo

In un certo senso si potrebbe dire che la polvere è l’unità di misura dell’umanità. Forte del magistero di Qohelet, il rito cristiano delle Ceneri ce lo ricorda annualmente in preparazione a quel tempo forte che è l’attesa dell’Evento cristologico. La Storia umana come fatto di polvere: narrazione che vede la polvere come suo soggetto e oggetto, dunque. L’indagine di Angelo Santangelo in Geografie della polvere muove da questo presupposto e sembra mirare proprio a una mappatura immane del passaggio terrestre, transitorio per antonomasia, dalla prima apparizione di carne al disfacimento molecolare («tutte / tutti e non ritorneranno più»), senza però perdere il senso generale di un orizzonte la cui profondità è dettata dalla fede, «come se oltre / ci fosse ancora una speranza: un uomo / che cammini folle immemore sull’acqua». La poesia di Santangelo, che procede per agglutinazioni di immagini e senso secondo lo stilema barocco dell’amato maestro Angelo Scandurra, si presenta nel segno del «richiamo bestiale / del corpo che vuole sobbalzare dalla sedia / ma non può», ovvero di una impossibilità a rispondere alle ragioni vitali se non per mezzo di un «sonno della ragione che non genera cerberi / draghi, ma astri e ancora astri su cui poggiare / teste dinoccolanti». La «frattura» e la conseguente fatica della ricomposizione dentro un ordine esente da conflitti emergono – e non a caso – come la cifra di Geografie della polvere; è uno «iato di poeta» che separa il dire dalla realtà. «Raccogliere e misurare la polvere / che lascia lo sparo radiale / nell’innocenza calibrata di un volto» è quanto resta da fare a Santangelo, cesellatore di tensioni trattenute: fustigatore delle miserie umane («È suddito l’uomo») e al tempo stesso cantore di improvvisi “sortilegi”, come «un sorriso a davanzale / su cui si poggia un mare / sconfinato di donna»; il tutto senza che la parola ceda di un granello alla polvere.

(Pietro Russo)

Angelo Santangelo, Geografie della polvere, prefazione di Raffaele Gueli, Milano, La Vita Felice, 2025, pp. 88, € 12,35.

Mappe #27

Due poesie di Giammarco di Biase, da Solo le bestie

Alla fine, una tessitura. Sembra un’unica poesia, la misura è la stessa, si fanno strada immagini ricorrenti. Davvero il libro è intessuto degli stessi fili, uno stesso sguardo allucinato e chiuso lega le parole. Scarti improvvisi, qualcosa che manca, la fine della frase si sposta spesso più in là. Come sempre, in un libro di poesia, occorre trovare da dove la voce sta chiamando e chi e cosa sta guardando. Con grazia sono nominati i parafernali dell’abuso e i medicinali della dipendenza. Ma nessun cedimento al dannatismo, a pose da rock star. Un profondo senso di tradimento è distillato in ognuna delle poesie, poesie gemelle, più che simili, dalla stessa controllatissima misura: quasi un unico testo, un unico latrato, lanciato oltre la voce, a pieni polmoni. Contro le assurdità crudeli che ci mangiano, ci inghiottono vivi, e ci sprofondano. Con voce filiale, ossia di chi legittimamente chiede, attende che gli sia dato, reclama il dono dell’esistenza, di una introduzione gioiosa, lieta, alla realtà, e invece si trova a maneggiare una distruzione, di più, una corrosione della promessa con cui veniamo comunque al mondo. Non si arrende al disastro, scopre la possibilità di rifare il mondo che si è mostrato così ostile. La voce prova le sue possibilità, come stendendo il collo e le braccia al risveglio: in tutta la Prima parte accosta immagini e si misura con la tradizione (in un sintagma come «nella stella lapidata»), cerca il proprio spazio. Poi, senza più nascondimenti, si distende e accetta il peso e il compito di dire le cose come stanno:

Ci sono colombe che sento attraversare
ed è il mio più vecchio ricordo. Tu, papà, chiuso
nella notte sul divano, adesso che sembrano
a ritmo le imposte, la luce a ghermire
il calco della colomba a ricordare che si esiste
solo premendo più fronti. Un cucchiaio sul parquet
sporco di emicranie segna l’ora dove non sono ammessi
figli ma solo medioevi fino ad arrivare al cesso
e vomitare è così splendido.

Il poeta aruspice degli uccelli, legge il volo delle colombe e la cadenza delle imposte come un invito: le stesse colombe, quelle presenti e quelle del ricordo lontano, portano in dono una scena difficile, sprofondata nella memoria eppure fondativa. Lo sguardo si posa sulle cose e ne resta a distanza, come sulla soglia. Traccia le coordinate di una stanza: il divano, le imposte, il parquet, il bagno lì vicino a qualche passo. Questa misura in fondo piccola e breve resta impossibile da attraversare: tutto è nominato da una separazione, da un’immobilità di bimbo. Nulla si deve chiedere a un bimbo, se non guardare, segnare dentro di sé una scena, dolorosa o no, adesso preziosa. La poesia trabocca di verbi infiniti, cinque, che aprono il respiro, in più occasioni preceduti dalla preposizione: nel tentativo di dare loro una direzione, uno scopo. La luce esterna prova a toccare chi era dentro, ghermisce l’abbandono di un padre «chiuso» due volte «nella notte» e «sul divano». Quel «tu, papà» non sfonda il silenzio, non è parola detta ma mentale, riporta una visione. Simbolo di una vita che inaridisce, incombe l’enigmatico «calco della colomba», il cui significato, altrettanto oscuro, è «ricordare che si esiste / solo premendo più fronti». Gli occhi inquadrano un altro oggetto inerte e tremendo per la sua incongrua collocazione: «un cucchiaio sul parquet / sporco di emicranie». È un segnale, questa volta, eloquente, decifrato: «non sono ammessi / figli». Un divieto che è obliterazione creaturale: in questa forma plurale si intravede un rifiuto troppo più grande del rifiutato, che lo supera e, in modo eccessivo, lo ignora due volte, lo calpesta. Il tragitto dal divano al cesso dà l’idea di un compimento: e resta da chiarire cos’è «splendido», se quell’ultima liberazione, pure ributtante, o il ricordo stesso.

Alla fine del libro, una tessitura insperata:  

La parola mi ha salvato. Ritorna al pane
mi ha detto, dimentica di tessere la croce

ai piedi di un figlio scanzonato. Orfano
tu che mi hai amato, tu che hai amato

tuo padre più di un tarlo respira un cielo
di cedro, una costellazione di zattere.

Ritorna al pane, alla pergamena, al filo

che piega, odora lieto lo sfogliare dei tetti

perché hai salvato il mondo con le dita.

È un nuovo invito, il mondo riacquista colore e profumo. La pergamena è un nuovo simbolo, di tessuto ancora vivo, possibile palinsesto. Si descrivono arcate, movimenti, gesti compiuti e da compiere: il «filo / che piega» è il movimento ora non più sottratto. Ma occorre dismettere una tessitura infeconda, «tessere la croce / ai piedi di un figlio scanzonato», e dare spazio a quel legno che non si inchioda al lutto: un legno che è «cielo / di cedro» e «costellazione di zattere», orizzonte e strumento. Bisogna trovare la parola che dica il nome più vero: prima di padre, prima di papà, dire figlio e orfano, riconoscere il mistero di un’alterità insuperabile, la tenerezza di un destino in fondo estraneo. Perché ci sono esistenze che restano ancorate alla loro origine, non si protendono avanti. Restano creature. E così devono essere giudicate, secondo questa loro natura. Solo le bestie scopre l’identità filiale di suo padre, e lo perdona.

(Pietro Cagni)

Giammarco di Biase, Solo le bestie, Milano, Marco Saya, pp. 68, € 12.

Mappe #26

Lo “sguardo straniero” del poeta: Questa notte non posso aprire gli occhi di Leda Erente

Come guarda un poeta? La domanda, solo apparentemente oziosa, si ripropone dagli albori delle comunità umane e va al cuore di una questione cruciale. Anche quando il poeta chiude gli occhi per affidarsi a una visione “altra”, per esempio impastata di sogno e di speranza nell’avvenire, giunge a un grado di comprensione che tocca il fondamento misterioso della realtà. Questa notte non posso aprire gli occhi di Leda Erente è quasi un manifesto della “cecità” profetica della poesia che vede ben al di là del visibile. Tiresia o Omero, il poeta qui «richiama gli uccelli a disperdere i suoi versi» (p. 28), ovvero innalza un canto di lode e d’amore a emulazione dei volatili: «mi farò ciotola per raccogliere il tuo verso / e risuonare nel vento» (p. 20). Anche con gli occhi non aperti il poeta «ha la vista del gheppio», come scrive Erente in uno dei testi più belli del libro: «Il tuo amore mette radici. / Ha la vista del gheppio che porta ad afferrare le cime / a contemplare una stella coperta di neve» (p. 37). Come un mendicante affamato di senso e verità, Leda Erente compone dunque un Cantico randagio che bussa con insistenza alle porte del cielo («tutta la notte ho bussato», p. 46) per far coincidere la più radicale delle domande con l’afflato da cui scaturisce la poesia: «Dove sei amore?» (p. 40). Se è vero che lo sguardo del poeta è  «straniero» poiché «diverge dal mondo» (p. 55), la scrittura di Erente procede per interrogativi che sono, in ultimo, la cifra di uno stupore bambino, vala a dire di chi si accosta con semplicità a una realtà che non è mai un possesso personale («non del tutto nostro il respiro / non del tutto nostro il battito del cuore», p. 29), bensì un dono per cui ringraziare aprendo «la porta al canto / alla sorgente di luce» (p. 96). E laddove Erente non riesce ad aprire gli occhi, è qualcun altro a farlo per lei. Essere guardati, infatti, è la speranza che infonde ali e canto alla poesia: «Senza il tuo sguardo non possiamo essere interi. / […] / La mia bocca è colma di gioia // Mi lascio cadere» (p. 89). Con questa fede Leda Erente, poeta, guarda il mondo.

(Pietro Russo)

Leda Erente, Questa notte non posso aprire gli occhi, Prefazione di Massimiliano Bardotti, Firenze Libri, Firenze, 2025, collana “Fuori stagione”.

Mappe #25

La materia verticale di Imperatrice Bruno

Un vortice di forze centripete si agita e si dibatte incessantemente nella poesia della giovane Imperatrice Bruno (Ariano Irpino 2001) che colpisce per la tensione che attraversa i versi della sua Materia verticale, un viaggio incandescente attraverso le regioni oscure ed enigmatiche dell’esistenza: «La tua natura è del sole che esplode / e che per sua natura esplode / per riesplodere / e così il muschio che ti circonda / si brucia, / i rami che a tua cornice vorrebbero vantarsi / si chinano invece ai tuoi piedi, / ogni essere grida di sorpresa e di paura / la tua natura è il profondo sud del mondo». Ha ragione Pontiggia, introducendo questo libro di ardenti e audaci visioni, a parlare di un daimon, di una «voce che detta, assegnando un destino, liberando forze che giungono da un tempo lungo. E che si muovono tra opposte tensioni, congiungendo ciò che è separato e discorde». Siamo condotti in universo ctonio, in una dimensione primitiva e mediterranea abitata da oscuri segnali e brucianti profezie: «Marzo sarà il ritorno della gente di mare, / si alzeranno i toni con Atlantide in bocca, / si chiederà dei poeti delle notti nei porti; / i poeti nascono nei porti, portano alle labbra / labbra di dolore, mani bagnate, / portano agli occhi tavole dure, / hanno la lingua bruciata». Chi scrive ci conduce sulla soglia dell’indicibile, lì dove tutto sembra vacillare e anche la parola trema, in un tempo visitato da misteriosi annunci: «Ormai è finito il nostro tempo, / tremano / i polsi sui fianchi; / nel sonno lieve / mi levi gli orecchini, / soffio che spegne / ceri bianchi».

(Massimiliano Mandorlo)

Imperatrice Bruno, Materia verticale, prefazione di Giancarlo Pontiggia, Piazza Armerina, Nulla die, 2024, pp. 120, € 15.

Lineatempo #40

Dossier

  • Anna Andreoni – Il valore formativo del romanzo
  • Alessandro Zaccuri – Breve elogio del romanzesco
  • Bart Van den Bossche – Il romanzo, genere della modernità?
  • Anna Andreoni – «Ti racconto una storia»: l’ineludibile bisogno di narrare
  • Simonetta Valenti – Émile Zola: esattezza scientifica e potenza espressiva
  • Giampaolo Pignatari – La Storia della colonna infame di Manzoni ci interroga
  • Vincenzo Rizzo – Il romanzo dostoevskiano
  • Nicola Renato Pizio – Cormac McCarthy tra filosofia e psichiatria
  • Mario Eugenio Predieri – Jon Fosse: Shining Darkness
  • Raffaela Paggi e Alessandro Baro – Jon Kalman Stefánsson, i romanzi dell’avventura della vita
  • Teresa Colombo – Del Giudice: «Scrivere fa fatica e fa paura»
  • A cura di Andrea Caspani – Intervista al direttore di Ares Alessandro Rivali

Percorsi

  • Giuseppe Botturi – Impariamo a leggere
  • Annalisa Mastelotto – Cosa (non) leggono i giovani
  • Piero Poncetta – Leggere il capolavoro di Eugenio Corti
  • Diego Picano – Leggere il reale con Il Gattopardo
  • Benedetta Crepaldi – Lontano dal pianeta silenzioso o della comunicazione

Segmenti

  • Alessandro Giostra – ISIS: ascesa e declino di un protagonista del terrorismo
  • Silvana Rapposelli – Giovanni Barbareschi, ribelle per amore
  • Fiorenza Boschi – Abaj, il poeta dei Kazaki (Parte II)

Recensioni ed Eventi

  • Byung-Chul Han: solo la narrazione apre alla speranza (a cura di Giorgio Cavalli)
  • Per incontrare Eugenio Corti (a cura di Nino Barbieri)
  • Un romanzo d’amore e di formazione  (a cura di Maria Luisa Hugnot)
  • Vittime sbagliate (a cura di Giuliana Zanello)
  • L’avventura di uno scrittore ateo in viaggio con papa Francesco (a cura di Giampaolo Pignatari)

Mappe #24

Poesia presenza del mondo: L’attenzione di Angelo Andreotti

La poesia come soglia di attenzione dove non-più e non-ancora rinnovano la possibilità dello sguardo e quindi le parole del passaggio umano. Questo ci suggerisce Angelo Andreotti, poeta ferrarese morto da qualche anno, in L’attenzione (puntoacapo, 2019), libro dall’incedere sommesso e misurato che però non intende eclissare la commozione dell’incontro tra esperienza soggettiva e realtà circostante: «all’aurora / è in te stupore. | E il quieto abbandono / dei primi altissimi voli, librati / nell’aria ancora tutta da provare, / ti è riposo nell’anima / e attenuano la paura di te stesso / nascosto dentro a un luogo profondo / che non ti è centro, neppure salvezza» (All’aurora). L’orizzonte salvifico qui sembra essere quello di una parola che si affaccia sul bianco del foglio non come esercizio di letteratura ma come traduzione del «ritmo dei tuoi passi» (Gestazione) che pone alla luce un essere nel mondo sempre situato, nella «tua nudità / quando sei tu a prender gioia dal mondo» (Dialoghi). Interrogando un taglio di luce crepuscolare – ma nell’accezione data alla poesia di Gozzano&Co., ovvero tanto di inizio quanto di fine del giorno – così come le ore notturne tradizionalmente più inquiete e fertili per l’anima, Andreotti ci invita a un viaggio heideggeriano che si fa cura delle ferite del mondo che portano tutte lo stigma de L’indifferenza («Se soltanto sfiorassi quella vita»), di una momentanea caduta del nostro essere al mondo creature presenti, compassionevoli, poetiche: «Se qui, come se questo fosse il mondo, / ed è il mondo, il tuo mondo» (Presenza). Nonostante quella che sembra una naturale vocazione al rimanere all’ombra, il poeta non viene meno al suo compito di cercare un terreno di incontro in cui la propria esperienza risuoni in quella dell’Altro e viceversa, un’«ora che ci è comune ad entrambi / e ci accoglie e ci tiene qui insieme, / […] / in quest’ora in cui ha luogo il vero» (La condivisione). È lo stesso kairos della poesia sancito dalla citazione in chiusura di Simone Weil: «L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità. A pochi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono».

(Pietro Russo)

Angelo Andreotti, L’attenzione, prefazione di Antonio Prete, Pasturana, Puntoacapo, 2019, pp. 92, € 12.

Dostoevskij: la speranza sulle labbra di un ubriacone

di Laura Cioni

«Perché si dovrebbe aver pietà, dici? Sì! Non c’è motivo d’aver pietà di me! Bisognerebbe crocifiggermi, mettermi in croce, invece di avere pietà! Ma crocifiggimi, giudice, crocifiggimi pure, e, dopo avermi crocifisso, abbi pietà di me! E allora io stesso verrò da te per essere crocifisso, poiché non è l’allegria che bramo, ma il dolore, e le lacrime! … Pensi forse, oste, che questo tuo mezzo fiasco mi abbia dato dolcezza? Il dolore, il dolore io cercavo in fondo ad esso, il dolore e le lacrime, e l’ho assaporato, l’ho fatto mio; e avrà pietà di noi Colui che di tutti ha avuto pietà e che tutti ha compreso, Egli è l’unico, ed Egli è anche il giudice. Verrà quel giorno, e domanderà: ‘E dov’è quella figlia che si è immolata per una matrigna tisica e malvagia, e per dei bimbi piccoli che non le erano fratelli? Dov’è quella figlia che ebbe pietà del padre suo terreno, un ubriacone impenitente, senza provare orrore per la sua bestialità?’. E dirà: ‘Vieni! Io ti ho già perdonato una volta… Ti ho perdonato una volta… Siano perdonati anche adesso i tuoi molti peccati, per il fatto che tu molto hai amato…’. E perdonerà la mia Sonja, la perdonerà, io so bene che la perdonerà… Poco fa, quando sono stato da lei, l’ho sentito nel mio cuore! … E tutti giudicherà e perdonerà, e i buoni e i cattivi, e i saggi e i mansueti… E quando avrà finito con tutti gli altri, allora apostroferà anche noi: ‘Uscite – dirà – anche voi! Uscite, ubriaconi, uscite, deboli, uscite uomini senza onore!’. E noi usciremo tutti, senza vergogna, e ci metteremo ritti dinanzi a lui. E dirà: ‘Porci siete! Con l’effigie della bestia e la sua impronta; ma venite anche voi!’. E l’apostroferanno i saggi, lo apostroferanno coloro che hanno giudizio: ‘Signore! Perché mai accogli anche costoro?’. E dirà: ‘Li accolgo, saggi, li accolgo, voi che avete giudizio, perché non uno di loro si è ritenuto degno di ciò…’. E tenderà verso di noi le braccia sue, e noi cadremo in ginocchio… E scoppieremo in pianto… E tutto capiremo! In quel momento tutto capiremo! …E tutti capiranno… Signore, venga il regno tuo!» (Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo).

Chi parla è Marmeladov, in una delle pagine iniziali di Delitto e castigo. Il suo scomposto discorrere da ubriaco riempie la bettola dove si è bevuto i soldi ricevuti poco prima da sua figlia Sonja, la prostituta che provvede alla sussistenza della famiglia.

C’è una parola che ritorna nelle frasi spezzate, dai nessi temporali e logici non sempre chiari. È la parola pietà, che trasforma la scena iniziale, fatta di lacrime, di debolezza, di malcelata vergogna, nell’aperto scenario del giudizio universale. Si avvera qui, in modo inaspettato, un’affermazione che sant’Agostino trae dalla sua esperienza di oratore, secondo cui la Parola è impressa dentro di noi non lontano da ciò che sta scritto nella nostra coscienza (Conf. I,18).

Marmeladov all’inizio chiede all’oste e agli avventori pietà per sé. Non ha cercato nell’ubriachezza il piacere, ma le lacrime per la sua misera condizione che sembra senza riscatto, avviluppata nel vizio senza che il pensiero della sua famiglia abbia il potere di guarirne o almeno di attenuarne gli effetti. Per questo cerca i soldi dalla figlia maggiore, Sonja. Chiede pietà per lei, sacrificata nel suo corpo per mantenere la famiglia, in realtà per pagare il vizio del padre. Il richiamo evangelico è esplicito: l’amore filiale purifica i peccati di Sonja fino al perdono, perché molto ha amato.

Lo scenario si spalanca a poco a poco e lo sguardo corre al giorno ultimo, quello del giudizio universale, nel quale tutto sarà perdonato, perché troverà la pietà di Colui che non distingue tra buoni e cattivi, anzi preferisce a quelli che si ritengono giusti coloro che non si sono mai creduti degni di salvezza.

«Venga il regno tuo!». Sulle labbra di un ubriacone l’ultima, riassuntiva parola della Scrittura.

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