Autore: La Redazione Pagina 1 di 7

Rothko a Firenze. Una mostra da non perdere

Nella città che ha ispirato Mark Rothko una ricca retrospettiva del suo disegno sul mistero della vita

di Giulia Sponza

Qualcosa forse di magnetico cattura il visitatore quando impatta direttamente l’opera di Mark Rothko. Fino al prossimo 23 agosto, a Firenze presso le sale di Palazzo Strozzi, è offerta al pubblico tale opportunità.

Inaugurata il 14 marzo scorso, la retrospettiva Rothko a Firenze non si limita a stupirci con i settanta dipinti – alcuni dei quali inediti – esposti, ma ci propone anche una selezione di tavole dell’artista allestite nelle celle del museo di San Marco: si tratta di enigmatici capolavori accostati agli affreschi del Beato Angelico le cui opere a tal punto colpirono Rothko da farlo ritornare almeno tre volte dagli Stati Uniti in Italia e più precisamente a Firenze. La città italiana, riconosciuta dall’artista come inesauribile fonte di ispirazione, alimentò la sua produzione non solo a motivo del Beato Angelico, ma anche grazie all’opera di Michelangelo: la biblioteca Laurenziana, progettata dal Buonarroti nella prima metà del XVI secolo, ospita anch’essa, in occasione della mostra, alcuni dipinti dell’artista contemporaneo.

Dentro l’opera di Rothko: lo sguardo del figlio

C’è un testo prezioso, autore suo figlio Cristopher, che aiuta a penetrare l’intera produzione di Rothko. Eloquente il titolo: Mark Rothko. Dentro l’opera, Marsilio Arte, Venezia 2015. Parlo di eloquenza del titolo perché l’espressione «dentro l’opera», segnala l’intenzione comunicativa, quasi sempre implicita, che si cela nelle tavole di Rothko, intenzione che il figlio ha saputo intercettare con singolare lucidità evidenziando come, nel padre, l’uomo fosse così profondamente intrecciato all’opera da infondere ad ogni dipinto lo spirito altamente umano che lo animava.   

Posto che la scelta migliore sarebbe quella di recarsi personalmente a Firenze per visitare la mostra, mi permetto tuttavia qualche suggerimento di…  metodo: rimanere spiazzati di fronte a un’arte di non immediata comprensione – e quella di Rothko lo è – rappresenta infatti un rischio sempre in agguato. Innanzitutto, va detto che Rothko era un solitario. Pur conoscendo il mondo dell’arte, quando si apprestava al suo compito espressivo, sceglieva di accantonarlo. Il bisogno di intimità con la sua opera andava di pari passo con la ricerca di uno spazio interiore difficilmente sacrificabile. Afferma il figlio nell’introduzione al sopracitato volume: «Mio padre non era un eremita, ma certamente la sua ricerca della verità, fondata sulle sue riflessioni, era monacale».

Nel cuore dell’arte di Rothko

Anche per Rothko – come per altri artisti coevi – avviene il passaggio da una prima fase figurativa fino agli estremi confini dell’astrazione. E tuttavia, pur modificando modi e tecniche, lo scopo del lavoro di Rothko è rimasto il medesimo: l’espressione della condizione umana.

Di fronte all’inevitabile disagio che ti assale guardando le vaste tavole di questo artista, non è certo la comodità che va ricercata, né tanto meno il tentativo di spiegare le soluzioni tecniche perseguite. La parola detta o scritta non farebbe che disturbare l’esperienza di questi dipinti. Si tratta infatti di opere destinate ad evocare, non a descrivere. A questo proposito va ricordato che appartiene alla sensibilità e all’animus dell’artista la scelta di non titolare quasi nessuna delle sue tavole, ma piuttosto di numerarle per non distogliere il riguardante dal fissare la misteriosa vacuità di ogni superficie. Siamo così invitati ad entrare nell’opera per assaporarne la silenziosa enigmaticità e immedesimarci, come ha saputo fare il figlio Cristopher, con il geniale ascetismo del padre mentre scopriva la religiosità composta dell’Angelico e il tormento drammatico di Michelangelo.

Ognuno potrà quindi decidere come approcciare le opere di Rothko: se rifuggire il disagio che la loro vista suscita, liquidando il proprio imbarazzo fino a banalizzare tutto quanto si fatichi a comprendere, o se invece accettare la provocazione celata in ogni tavola, lasciandosi ferire dai colori accesi, dalle vibranti trasparenze, dalle mastodontiche dimensioni di quei dipinti. Rothko sembra invitare ciascuno a confrontarsi con la sproporzione destata dalle sue opere. Sproporzione che, lungi dal volerci schiacciare, si rivela piuttosto come il pertugio per ritessere un dialogo muto con il mistero.  

Lineatempo #42

Dossier

  • Sante Maletta – Un pensiero vivo tra passato e futuro
    Introduzione al dossier
  • Chantal Delsol – La questione dell’esistenza
    Arendt e de Martino in risposta a Heidegger
  • Costantino Esposito – Ripensare la nascita: nuove implicazioni
    Cosa significa che gli uomini sono esseri finiti?
  • Laura Boella – La nuova condizione umana
    La riflessione della Arendt apre nuove possibilità di comprensione dei mutamenti in corso
  • Sante Maletta – Etica, politica e ‘cura dell’anima’
    I presupposti che consentono agli uomini di mantenere una coscienza critica
  • Mariano Vezzali – Tra passato e futuro
    L’antropologia filosofica di Hannah Arendt
  • Alessio Albasini – Hannah Arendt e la modernità
    La vita, e non il mondo, è il bene più alto per l’uomo
  • Francesco Bertoldi – Antidoti antitotalitari nel pensiero della Arendt
    Analogie dell’oggi con il passato
  • Andrea Caspani – Oltre la Arendt: Eichmann dal processo alla storia
    Alla ricerca dell’autentica personalità di Adolf Eichmann

Segmenti

  • A cura di Angela Maria Mazzanti e Anna Penati Bernardini – L’Istituto Lombardo ricorda Marta Sordi
  • Giorgio Cavalli – I cattolici dalle opere di solidarietà alla politica
  • Alberto Rizzi – Per una filosofia dell’attenzione. Una cura per i malesseri dell’anima
  • Metelda Lupori – Martino
  • Giuseppe Botturi – Perché la memoria viva
  •  Laura Veregallo Levi – Il Naufragio – L’epopea del Pentcho

Recensioni ed Eventi

  • Un giallo anomalo: un’indagine sulla sospensione del lutto (a cura di Diego Picano)
  • Educare l’io alla relazione (a cura di Giulia Sponza)
  • La bellezza del fare: lo stilista Luciano Grella (a cura di Silvana Rapposelli)
  • La fecondità del pensiero di san Tommaso sulla bellezza (a cura di Giuseppe Brienza)
  • Un san Francesco presentato nella sua esperienza quotidiana (a cura di Caterina Gatti)

In Memoriam

  • Giulio Zennaro – Gli amici di LineaTempo

Sacro Cuore

Un docu-film di Steven e Sabrina Gunnell che indaga il bisogno fondamentale dell’uomo di oggi.

di Gianni Mereghetti

Il film Sacro Cuore di Steven e Sabrina Gunnell, da poco visibile anche nel circuito delle sale cinematografiche italiane, racconta le apparizioni del Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque (1673-1675) a Paray-le-Monial, in Borgogna, intrecciandole con testimonianze di persone che si convertono perché colpite dal Sacro Cuore e sacerdoti, teologi e filosofi che riflettono sul significato di queste esperienze. Ciò che colpisce dell’esperienza di santa Margherita Maria e delle persone che vengono raggiunte dal Sacro Cuore è che quello che accade è un fatto carnale, il cuore di Gesù entra nel loro cuore e lo riscalda, lo fa bruciare. Così cambia la vita di santa Margherita Maria, come di un cantante francese, di una ragazza che aveva raggiunto livelli alti nel gioco del calcio, di un giovane affetto da distrofia muscolare, di un ex spacciatore, di una donna che opera nelle carceri di massima sicurezza, di un discendente del pittore George Desvallières. Questo film testimonia che la devozione al Sacro Cuore così diffusa ha una base solida ed è l’iniziativa stessa di Gesù che prende il cuore dell’essere umano e lo trasforma rendendolo capace di un amore che è lo stesso Gesù a infondere nel cuore umano. L’attualità di questo film sta nel fatto che evidenzia il bisogno fondamentale dell’essere umano oggi, quello di fare esperienza di un amore che cambi la vita come testimoniano tutte le persone raggiunte dal Sacro Cuore di Gesù. Ѐ un film sulla misericordia Sacro Cuore, un film che fa vedere che nulla di ciò che fa l’uomo lo realizza, c’è sempre qualcosa che manca, una inquietudine come quella di sant’Agostino: è l’amore di Gesù che manca, l’amore che riempie la vita di senso, e come documenta il film questo amore può raggiungere oggi l’essere umano cambiandogli fisicamente il cuore e facendolo bruciare del suo stesso amore. Così Sacro Cuore è un film che parla del bisogno dell’uomo d’oggi, quello di essere preso da un amore grande che riempie la vita.

Gianni Mereghetti

Corso: Nuove prospettive per comprendere e insegnare l’Età Moderna

Gentile Amica/o della Storia,

ti segnaliamo il prossimo corso di Storia di DIESSE a partire dall’interesse che hai confermato nel sondaggio lo scorso anno.

NUOVE PROSPETTIVE PER COMPRENDERE E INSEGNARE L’ETÀ MODERNA

«La storia della nostra civiltà non può consistere in un’unica linea di sviluppo, che porta fino a un culmine moderno a cui possiamo guardare con ammirazione, ma che poi si rivela inevitabilmente limitato nei suoi effetti e temporaneo come esito.
Ciò con cui dobbiamo ora confrontarci presenta una molto più grande varietà e ben più pronunciate sfumature».
Paul Oskar Kristeller

Destinatari: docenti di scuola secondaria di I e di II grado.
Il corso è pensato per approfondire la conoscenza della complessità della storia moderna europea ed occidentale e per favorire l’innovazione didattica sul tema. Per comprendere meglio le novità storiografiche, specialmente sul periodo della prima età moderna, e per sviluppare percorsi didattici possibili sul periodo, il corso di formazione integra l’apporto di studiosi accademici con il sapere esperto di docenti impegnati sul campo nella didattica. Questa prospettiva viene adottata per rispondere meglio alle esigenze dei corsisti, docenti in attività nella scuola secondaria di primo e di secondo grado, che attendono indicazioni per un approfondimento culturale su alcuni nodi fondamentali della storia moderna e spunti di metodologia didattica e di programmazione.

Qui tutte le informazioni:
https://www.diesse.org/corsi

Iscrizioni dal 11 al 26 febbraio 2026
sul sito www.diesse.org, all’indirizzo
http://bit.ly/diesse-iscrizioni

70 € per docenti non soci di Diesse
50 € per docenti soci di Diesse 2026

Lineatempo #41

Dossier

  • Maria Pia Alberzoni – Andrea Caspani – Conoscere Francesco attraverso i suoi scritti
  • Marcello Bolognari – «Beatus Franciscus scripsit manu sua»
  • Felice Accrocca – Dalle Regole al Testamento: un percorso difficile
  • Felice Accrocca – Le Ammonizioni: la Magna charta di una vita di fraternità
  • Attilio Bartoli Langeli – Le Lettere di frate Francesco
  • Attilio Bartoli Langeli – I Salmi di frate Francesco
  • Erminia Ardissino – San Francesco poeta: il Cantico delle creature
  • Maria Pia Alberzoni – Scritti di Francesco per Chiara e la comunità di S. Damiano

Percorsi

  • Francesco Bertoldi – Lo spirito di Francesco nella filosofia
  • Giampaolo Pignatari – La presenza di san Francesco nella letteratura del ‘900
  • Giulio Zennaro – San Francesco d’Assisi iniziatore del rinascimento del corpo
  • Emanuela Centis – Cantare Francesco: un percorso culturale e una mostra
  • Giulio Zennaro – Il Cantico di Frate Sole è un inno di lode e di ringraziamento
  • Davide Rondoni – Creatura: la parola più rivoluzionaria della nostra epoca

Segmenti

  • Alessandro Giostra – La guerra civile della Palestina: la Battaglia di Gaza del 2007 Alessandro Giostra
  • Silvana Rapposelli – Ada Negri, la figlia del secolo
  • Silvana Rapposelli – Un cappuccino nel campo di Ferramonti: padre Callisto Lopinot
  • A cura di Federico Sesia – Italiani di Slovenia. Intervista allo storico Kristjan Knez

Recensioni ed Eventi

  • Francesco: il punto di vista di Barbero (a cura di Anna Andreoni)
  • Francesco: il punto di vista di Cazzullo (a cura di Giulia Sponza)
  • Disarmare le parole per comprendere il presente (a cura di Giuliano Fasani)
  • Uno scultore normanno in cammino lungo la via Francigena (a cura di Silvana Rapposelli)
  • Imparare a guardare il limite per essere veramente liberi (a cura di Giuseppe Brienza)

Lineatempo #40

Dossier

  • Anna Andreoni – Il valore formativo del romanzo
  • Alessandro Zaccuri – Breve elogio del romanzesco
  • Bart Van den Bossche – Il romanzo, genere della modernità?
  • Anna Andreoni – «Ti racconto una storia»: l’ineludibile bisogno di narrare
  • Simonetta Valenti – Émile Zola: esattezza scientifica e potenza espressiva
  • Giampaolo Pignatari – La Storia della colonna infame di Manzoni ci interroga
  • Vincenzo Rizzo – Il romanzo dostoevskiano
  • Nicola Renato Pizio – Cormac McCarthy tra filosofia e psichiatria
  • Mario Eugenio Predieri – Jon Fosse: Shining Darkness
  • Raffaela Paggi e Alessandro Baro – Jon Kalman Stefánsson, i romanzi dell’avventura della vita
  • Teresa Colombo – Del Giudice: «Scrivere fa fatica e fa paura»
  • A cura di Andrea Caspani – Intervista al direttore di Ares Alessandro Rivali

Percorsi

  • Giuseppe Botturi – Impariamo a leggere
  • Annalisa Mastelotto – Cosa (non) leggono i giovani
  • Piero Poncetta – Leggere il capolavoro di Eugenio Corti
  • Diego Picano – Leggere il reale con Il Gattopardo
  • Benedetta Crepaldi – Lontano dal pianeta silenzioso o della comunicazione

Segmenti

  • Alessandro Giostra – ISIS: ascesa e declino di un protagonista del terrorismo
  • Silvana Rapposelli – Giovanni Barbareschi, ribelle per amore
  • Fiorenza Boschi – Abaj, il poeta dei Kazaki (Parte II)

Recensioni ed Eventi

  • Byung-Chul Han: solo la narrazione apre alla speranza (a cura di Giorgio Cavalli)
  • Per incontrare Eugenio Corti (a cura di Nino Barbieri)
  • Un romanzo d’amore e di formazione  (a cura di Maria Luisa Hugnot)
  • Vittime sbagliate (a cura di Giuliana Zanello)
  • L’avventura di uno scrittore ateo in viaggio con papa Francesco (a cura di Giampaolo Pignatari)

Dostoevskij: la speranza sulle labbra di un ubriacone

di Laura Cioni

«Perché si dovrebbe aver pietà, dici? Sì! Non c’è motivo d’aver pietà di me! Bisognerebbe crocifiggermi, mettermi in croce, invece di avere pietà! Ma crocifiggimi, giudice, crocifiggimi pure, e, dopo avermi crocifisso, abbi pietà di me! E allora io stesso verrò da te per essere crocifisso, poiché non è l’allegria che bramo, ma il dolore, e le lacrime! … Pensi forse, oste, che questo tuo mezzo fiasco mi abbia dato dolcezza? Il dolore, il dolore io cercavo in fondo ad esso, il dolore e le lacrime, e l’ho assaporato, l’ho fatto mio; e avrà pietà di noi Colui che di tutti ha avuto pietà e che tutti ha compreso, Egli è l’unico, ed Egli è anche il giudice. Verrà quel giorno, e domanderà: ‘E dov’è quella figlia che si è immolata per una matrigna tisica e malvagia, e per dei bimbi piccoli che non le erano fratelli? Dov’è quella figlia che ebbe pietà del padre suo terreno, un ubriacone impenitente, senza provare orrore per la sua bestialità?’. E dirà: ‘Vieni! Io ti ho già perdonato una volta… Ti ho perdonato una volta… Siano perdonati anche adesso i tuoi molti peccati, per il fatto che tu molto hai amato…’. E perdonerà la mia Sonja, la perdonerà, io so bene che la perdonerà… Poco fa, quando sono stato da lei, l’ho sentito nel mio cuore! … E tutti giudicherà e perdonerà, e i buoni e i cattivi, e i saggi e i mansueti… E quando avrà finito con tutti gli altri, allora apostroferà anche noi: ‘Uscite – dirà – anche voi! Uscite, ubriaconi, uscite, deboli, uscite uomini senza onore!’. E noi usciremo tutti, senza vergogna, e ci metteremo ritti dinanzi a lui. E dirà: ‘Porci siete! Con l’effigie della bestia e la sua impronta; ma venite anche voi!’. E l’apostroferanno i saggi, lo apostroferanno coloro che hanno giudizio: ‘Signore! Perché mai accogli anche costoro?’. E dirà: ‘Li accolgo, saggi, li accolgo, voi che avete giudizio, perché non uno di loro si è ritenuto degno di ciò…’. E tenderà verso di noi le braccia sue, e noi cadremo in ginocchio… E scoppieremo in pianto… E tutto capiremo! In quel momento tutto capiremo! …E tutti capiranno… Signore, venga il regno tuo!» (Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo).

Chi parla è Marmeladov, in una delle pagine iniziali di Delitto e castigo. Il suo scomposto discorrere da ubriaco riempie la bettola dove si è bevuto i soldi ricevuti poco prima da sua figlia Sonja, la prostituta che provvede alla sussistenza della famiglia.

C’è una parola che ritorna nelle frasi spezzate, dai nessi temporali e logici non sempre chiari. È la parola pietà, che trasforma la scena iniziale, fatta di lacrime, di debolezza, di malcelata vergogna, nell’aperto scenario del giudizio universale. Si avvera qui, in modo inaspettato, un’affermazione che sant’Agostino trae dalla sua esperienza di oratore, secondo cui la Parola è impressa dentro di noi non lontano da ciò che sta scritto nella nostra coscienza (Conf. I,18).

Marmeladov all’inizio chiede all’oste e agli avventori pietà per sé. Non ha cercato nell’ubriachezza il piacere, ma le lacrime per la sua misera condizione che sembra senza riscatto, avviluppata nel vizio senza che il pensiero della sua famiglia abbia il potere di guarirne o almeno di attenuarne gli effetti. Per questo cerca i soldi dalla figlia maggiore, Sonja. Chiede pietà per lei, sacrificata nel suo corpo per mantenere la famiglia, in realtà per pagare il vizio del padre. Il richiamo evangelico è esplicito: l’amore filiale purifica i peccati di Sonja fino al perdono, perché molto ha amato.

Lo scenario si spalanca a poco a poco e lo sguardo corre al giorno ultimo, quello del giudizio universale, nel quale tutto sarà perdonato, perché troverà la pietà di Colui che non distingue tra buoni e cattivi, anzi preferisce a quelli che si ritengono giusti coloro che non si sono mai creduti degni di salvezza.

«Venga il regno tuo!». Sulle labbra di un ubriacone l’ultima, riassuntiva parola della Scrittura.

La poesia di Giacomo Noventa, custode di una memoria di pace

Articolo in evidenza

di Laura Cioni

Spesso gli scenari delle guerre raccontate dai reduci parlano di gente umile e rocciosa. Di questo mondo fa parte Giacomo Noventa (pseudonimo di Giacomo Ca’ Zorzi). Volontario nella Grande guerra, tornato dal fronte si dedica a un impegno intellettuale che fa dei picoli il proprio centro di attenzione, usando una lingua tutta sua, una sorta di dialetto che più aderisce alla vita, sovente in polemica con la cultura ufficiale. La sua produzione è raccolta nel volume Versi e poesie, Marsilio, Venezia 1986.

In questa poesia Noventa ricorda alcuni episodi della vita militare, il rapporto tra i “veci” e le giovani reclute, fatto dell’amore al loro paese e ai campi coltivati. Una storia d’amore collega il paese lontano e i coscritti.

Co se gera soldai dentro in trincea,
O a riposo o marciando o a l’ospeal,
E i compagni più veci ne diceva,
E parlasseli pur del so paese,
Dei campi e del lavoro lassài là,
Una storia d’amor,
Gerimo in tanti a no’ saver ancora
Quel che fusse una dona, e se ascoltava,
Se inventavamo un nome, e se moriva,
(Se imparava a morir…)
.

La vita vissuta e l’inesperienza si intrecciano fino a toccare il confine della morte vicina. Ma in quelle giornate in trincea c’erano, inaspettatamente, anche altre presenze, più lontane, quelle dei poeti della tradizione italiana.
Virgilio aveva detto nella sua nona bucolica che i canti agresti durante le guerre hanno valore quanto le colombe al sopraggiungere dell’aquila. Qui Noventa sembra ribaltare l’immagine e assegnare alla voce della poesia il compito della memoria e dell’insegnamento, non solo in momenti particolari, ma in quella battaglia della vita in cui tutti siamo impegnati.

Ancuo legendo, come i fusse vivi,
In Giacomo, in Francesco, in Dante e in altri
Cari poeti, o nostrani o foresti,
Me xè vignùo un pensier:
Che noialtri se sia come i coscriti
In una guera granda, e che i poeti
Sia come quei soldai che ne diceva,
E parlasseli pur del so paese,
Dei campi e dei lavori lassài là,
Una storia d’amor.

Tutti possiamo trovare nella lettura dei grandi del passato la maestria nell’uso della parola che arricchisce la mente e rende più accorta la volontà.

Lineatempo #39

Dossier

  • Andrea Caspani – Il colore della Liberazione
  • Amedeo Costabile – Il nodo della Resistenza: la scelta della libertà e la nuova idea di nazione
  • Alberto Leoni – Per una (nuova) epopea della Resistenza
  • La testimonianza di Piero Borghini sull’antifascismo a cura di Andrea Caspani
  • Matteo Fanelli – Il caso Rolando Rivi: una via per riconciliare memorie e storia?
  • Intervista a Gastone Breccia a cura di Federico Sesia – Il drammatico ultimo inverno di guerra in Italia  
  • Grazia Vona-Margherita Zucchi – Il Comandante Alfredo Di Dio e la zona liberata dell’Ossola
  • Roberto Reali – Una memoria per frammenti: la vicenda degli Internati Militari Italiani
  • Giancarlo Sala – La storia di tre protagonisti della lotta partigiana senz’armi in Brianza
  • Gianfranco Noferi – La Resistenza dimenticata e il contributo dei cattolici
  • Intervista a Francesco Pierangeli a cura di Maria Antonietta Marasco – Una testimonianza su Roma occupata: la guerra secondo nonno Francesco
  • Tommaso Piffer – Sangue sulla Resistenza. La vera storia di Porzûs
  • Marino Micich – La questione della frontiera orientale italo-jugoslava nel Novecento. Una vicenda storica complessa
  • Paolo Trevisan-Over the rainbow – La resistenza vissuta da Fenoglio, Calvino e Meneghello

Percorsi

  • Laura Vergallo Levi – Ferramonti: un campo di concentramento anomalo

Segmenti

  • Maria Pia Alberzoni – Agli inizi del Giubileo: la bolla di Bonifacio VIII del 1300
  • Alessandro Giostra – Gli Houthi e il caos yemenita (Parte II)
  • Fiorenza Boschi – Abaj, il poeta dei Kazaki (Parte I)
  • Valerio Capasa – Pasolini e Gaber: due bussole critiche contro il nichilismo del benessere
  • Walter Gatti – Canzoni e cantautori a scuola?

Recensioni ed Eventi

  • Alle radici dell’Europa moderna: unità e varietà dello ‘stile’ barocco (a cura di Emma Ferrari)
  • Riscoprire la tradizione contro il nichilismo di oggi (a cura di Massimo De Angelis)

La potenza ambigua della natura

Rileggendo Romeo e Giulietta

di Laura Cioni

Ѐ l’alba del giorno più triste per Giulietta e Romeo. Dopo la notte d’amore, la scena si muove verso un esito tragico. Ma prima c’è una pagina meditativa, che in parte anticipa quello che avverrà. Frate Lorenzo si leva molto presto per raccogliere le erbe. La bellezza così abituale e così nuova alla quale si affaccia lo sospinge a una riflessione che è insieme pratica e poetica.

Il mattino dagli occhi grigi sorride alla cupa notte,
mandando strisce di luce verso le nuvole d’oriente;
e l’oscurità già livida di macchie, come un ubriaco che barcolla,
si allontana dal sentiero del giorno e dalle ruote di fuoco del Titano.
Ora, prima che il sole giunga col suo occhio di fiamma
a rallegrare il giorno e ad asciugare
l’umida rugiada della notte,
io devo riempire questo paniere di vimini
con erbe velenose e fiori dal succo prezioso.
La terra è madre e tomba della natura:
il suo sepolcro è il grembo dal quale ha origine
la sua vita; e noi vediamo nascere
da questo grembo figli di varie specie, che succhiano
dal suo seno. Alcuni, ottimi per numerose virtù
(nessuno che ne sia privo), e ognuno differente dall’altro.
Oh, come grande e potente è la virtù che risiede nelle piante,
nelle erbe, nelle pietre, e nelle loro più segrete qualità!
Infatti nulla esiste sulla terra di così umile,
che non possa dare alla terra qualche bene particolare;
e nulla è così buono che, sviato dal suo uso,
non si ribelli alla sua vera natura, cadendo nell’abuso.
La virtù stessa, male adoperata, può diventare un vizio,
e qualche volta il vizio si nobilita per la sua azione.
Sotto la tenera membrana di questo fragile fiore,
c’è insieme un veleno e un potere medico;
infatti se l’odori, eccita ogni senso,
se lo assaggi, ferma il cuore e tutti i sensi.
Come nelle erbe, così nell’uomo stanno accampati
due re nemici: la grazia e la volontà spietata.
E quella pianta dove predomina la peggiore di queste
forze, è presto divorata dal cancro della morte.

(Romeo e Giulietta, atto II, scena III)

L’assiduo compito del giardiniere e la conoscenza della farmacopea del tempo contribuiscono a una visione della terra come operosa fattrice della vita e insieme tomba che copre il disfarsi e poi il rivivere di erbe, piante e pietre. Non è lontana l’eco di Virgilio, ma neppure il remoto ricordo dell’Eden. Ѐ un inno al bene che c’è in ogni creatura, ma anche l’avvertimento di una ambiguità che deve essere attentamente considerata. Tutto in natura coopera al bene, a patto di non cadere nell’abuso.
Questa non è una pagina scientifica nel senso odierno del termine; non contiene formule, non misure, ma è guidata da uno sguardo amante per lunga consuetudine. In una cultura settoriale e specializzata, come è quella in cui viviamo, la riflessione di Shakespeare potrebbe servire da introduzione a molti libri di scuola. La conoscenza è unitaria, prima di volgersi ai vari rami del sapere.
Il duplice volto delle cose viene snidato anche nell’uomo, in guerra tra due tendenze, la grazia e la volontà spietata, l’accoglimento del dono della vita e la sua negazione. Non si tratta di bene e male, ma di qualcosa di più profondo, inerente alla natura stessa di una creatura che ha il singolare potere di tendere alla luce o di lasciarsi divorare dal cancro della morte.
Tutti sappiamo l’esito tragico dell’amore dei due giovani. L’abuso della volontà spietata delle loro famiglie in lotta genera la morte. Ma questa non è l’ultima parola: la pace degli animi è frutto anche della grazia, che stende sulla vicenda un velo di luce.

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