Due poesie di Giammarco di Biase, da Solo le bestie
Alla fine, una tessitura. Sembra un’unica poesia, la misura è la stessa, si fanno strada immagini ricorrenti. Davvero il libro è intessuto degli stessi fili, uno stesso sguardo allucinato e chiuso lega le parole. Scarti improvvisi, qualcosa che manca, la fine della frase si sposta spesso più in là. Come sempre, in un libro di poesia, occorre trovare da dove la voce sta chiamando e chi e cosa sta guardando. Con grazia sono nominati i parafernali dell’abuso e i medicinali della dipendenza. Ma nessun cedimento al dannatismo, a pose da rock star. Un profondo senso di tradimento è distillato in ognuna delle poesie, poesie gemelle, più che simili, dalla stessa controllatissima misura: quasi un unico testo, un unico latrato, lanciato oltre la voce, a pieni polmoni. Contro le assurdità crudeli che ci mangiano, ci inghiottono vivi, e ci sprofondano. Con voce filiale, ossia di chi legittimamente chiede, attende che gli sia dato, reclama il dono dell’esistenza, di una introduzione gioiosa, lieta, alla realtà, e invece si trova a maneggiare una distruzione, di più, una corrosione della promessa con cui veniamo comunque al mondo. Non si arrende al disastro, scopre la possibilità di rifare il mondo che si è mostrato così ostile. La voce prova le sue possibilità, come stendendo il collo e le braccia al risveglio: in tutta la Prima parte accosta immagini e si misura con la tradizione (in un sintagma come «nella stella lapidata»), cerca il proprio spazio. Poi, senza più nascondimenti, si distende e accetta il peso e il compito di dire le cose come stanno:
Ci sono colombe che sento attraversare
ed è il mio più vecchio ricordo. Tu, papà, chiuso
nella notte sul divano, adesso che sembrano
a ritmo le imposte, la luce a ghermire
il calco della colomba a ricordare che si esiste
solo premendo più fronti. Un cucchiaio sul parquet
sporco di emicranie segna l’ora dove non sono ammessi
figli ma solo medioevi fino ad arrivare al cesso
e vomitare è così splendido.
Il poeta aruspice degli uccelli, legge il volo delle colombe e la cadenza delle imposte come un invito: le stesse colombe, quelle presenti e quelle del ricordo lontano, portano in dono una scena difficile, sprofondata nella memoria eppure fondativa. Lo sguardo si posa sulle cose e ne resta a distanza, come sulla soglia. Traccia le coordinate di una stanza: il divano, le imposte, il parquet, il bagno lì vicino a qualche passo. Questa misura in fondo piccola e breve resta impossibile da attraversare: tutto è nominato da una separazione, da un’immobilità di bimbo. Nulla si deve chiedere a un bimbo, se non guardare, segnare dentro di sé una scena, dolorosa o no, adesso preziosa. La poesia trabocca di verbi infiniti, cinque, che aprono il respiro, in più occasioni preceduti dalla preposizione: nel tentativo di dare loro una direzione, uno scopo. La luce esterna prova a toccare chi era dentro, ghermisce l’abbandono di un padre «chiuso» due volte «nella notte» e «sul divano». Quel «tu, papà» non sfonda il silenzio, non è parola detta ma mentale, riporta una visione. Simbolo di una vita che inaridisce, incombe l’enigmatico «calco della colomba», il cui significato, altrettanto oscuro, è «ricordare che si esiste / solo premendo più fronti». Gli occhi inquadrano un altro oggetto inerte e tremendo per la sua incongrua collocazione: «un cucchiaio sul parquet / sporco di emicranie». È un segnale, questa volta, eloquente, decifrato: «non sono ammessi / figli». Un divieto che è obliterazione creaturale: in questa forma plurale si intravede un rifiuto troppo più grande del rifiutato, che lo supera e, in modo eccessivo, lo ignora due volte, lo calpesta. Il tragitto dal divano al cesso dà l’idea di un compimento: e resta da chiarire cos’è «splendido», se quell’ultima liberazione, pure ributtante, o il ricordo stesso.
Alla fine del libro, una tessitura insperata:
La parola mi ha salvato. Ritorna al pane
mi ha detto, dimentica di tessere la croce
ai piedi di un figlio scanzonato. Orfano
tu che mi hai amato, tu che hai amato
tuo padre più di un tarlo respira un cielo
di cedro, una costellazione di zattere.
Ritorna al pane, alla pergamena, al filo
che piega, odora lieto lo sfogliare dei tetti
perché hai salvato il mondo con le dita.
È un nuovo invito, il mondo riacquista colore e profumo. La pergamena è un nuovo simbolo, di tessuto ancora vivo, possibile palinsesto. Si descrivono arcate, movimenti, gesti compiuti e da compiere: il «filo / che piega» è il movimento ora non più sottratto. Ma occorre dismettere una tessitura infeconda, «tessere la croce / ai piedi di un figlio scanzonato», e dare spazio a quel legno che non si inchioda al lutto: un legno che è «cielo / di cedro» e «costellazione di zattere», orizzonte e strumento. Bisogna trovare la parola che dica il nome più vero: prima di padre, prima di papà, dire figlio e orfano, riconoscere il mistero di un’alterità insuperabile, la tenerezza di un destino in fondo estraneo. Perché ci sono esistenze che restano ancorate alla loro origine, non si protendono avanti. Restano creature. E così devono essere giudicate, secondo questa loro natura. Solo le bestie scopre l’identità filiale di suo padre, e lo perdona.
(Pietro Cagni)
Giammarco di Biase, Solo le bestie, Milano, Marco Saya, pp. 68, € 12.