Mappe #28

Cercare la polvere, cercare l’umano: il poeta Angelo Santangelo

In un certo senso si potrebbe dire che la polvere è l’unità di misura dell’umanità. Forte del magistero di Qohelet, il rito cristiano delle Ceneri ce lo ricorda annualmente in preparazione a quel tempo forte che è l’attesa dell’Evento cristologico. La Storia umana come fatto di polvere: narrazione che vede la polvere come suo soggetto e oggetto, dunque. L’indagine di Angelo Santangelo in Geografie della polvere muove da questo presupposto e sembra mirare proprio a una mappatura immane del passaggio terrestre, transitorio per antonomasia, dalla prima apparizione di carne al disfacimento molecolare («tutte / tutti e non ritorneranno più»), senza però perdere il senso generale di un orizzonte la cui profondità è dettata dalla fede, «come se oltre / ci fosse ancora una speranza: un uomo / che cammini folle immemore sull’acqua». La poesia di Santangelo, che procede per agglutinazioni di immagini e senso secondo lo stilema barocco dell’amato maestro Angelo Scandurra, si presenta nel segno del «richiamo bestiale / del corpo che vuole sobbalzare dalla sedia / ma non può», ovvero di una impossibilità a rispondere alle ragioni vitali se non per mezzo di un «sonno della ragione che non genera cerberi / draghi, ma astri e ancora astri su cui poggiare / teste dinoccolanti». La «frattura» e la conseguente fatica della ricomposizione dentro un ordine esente da conflitti emergono – e non a caso – come la cifra di Geografie della polvere; è uno «iato di poeta» che separa il dire dalla realtà. «Raccogliere e misurare la polvere / che lascia lo sparo radiale / nell’innocenza calibrata di un volto» è quanto resta da fare a Santangelo, cesellatore di tensioni trattenute: fustigatore delle miserie umane («È suddito l’uomo») e al tempo stesso cantore di improvvisi “sortilegi”, come «un sorriso a davanzale / su cui si poggia un mare / sconfinato di donna»; il tutto senza che la parola ceda di un granello alla polvere.

(Pietro Russo)

Angelo Santangelo, Geografie della polvere, prefazione di Raffaele Gueli, Milano, La Vita Felice, 2025, pp. 88, € 12,35.

Mappe #27

Due poesie di Giammarco di Biase, da Solo le bestie

Alla fine, una tessitura. Sembra un’unica poesia, la misura è la stessa, si fanno strada immagini ricorrenti. Davvero il libro è intessuto degli stessi fili, uno stesso sguardo allucinato e chiuso lega le parole. Scarti improvvisi, qualcosa che manca, la fine della frase si sposta spesso più in là. Come sempre, in un libro di poesia, occorre trovare da dove la voce sta chiamando e chi e cosa sta guardando. Con grazia sono nominati i parafernali dell’abuso e i medicinali della dipendenza. Ma nessun cedimento al dannatismo, a pose da rock star. Un profondo senso di tradimento è distillato in ognuna delle poesie, poesie gemelle, più che simili, dalla stessa controllatissima misura: quasi un unico testo, un unico latrato, lanciato oltre la voce, a pieni polmoni. Contro le assurdità crudeli che ci mangiano, ci inghiottono vivi, e ci sprofondano. Con voce filiale, ossia di chi legittimamente chiede, attende che gli sia dato, reclama il dono dell’esistenza, di una introduzione gioiosa, lieta, alla realtà, e invece si trova a maneggiare una distruzione, di più, una corrosione della promessa con cui veniamo comunque al mondo. Non si arrende al disastro, scopre la possibilità di rifare il mondo che si è mostrato così ostile. La voce prova le sue possibilità, come stendendo il collo e le braccia al risveglio: in tutta la Prima parte accosta immagini e si misura con la tradizione (in un sintagma come «nella stella lapidata»), cerca il proprio spazio. Poi, senza più nascondimenti, si distende e accetta il peso e il compito di dire le cose come stanno:

Ci sono colombe che sento attraversare
ed è il mio più vecchio ricordo. Tu, papà, chiuso
nella notte sul divano, adesso che sembrano
a ritmo le imposte, la luce a ghermire
il calco della colomba a ricordare che si esiste
solo premendo più fronti. Un cucchiaio sul parquet
sporco di emicranie segna l’ora dove non sono ammessi
figli ma solo medioevi fino ad arrivare al cesso
e vomitare è così splendido.

Il poeta aruspice degli uccelli, legge il volo delle colombe e la cadenza delle imposte come un invito: le stesse colombe, quelle presenti e quelle del ricordo lontano, portano in dono una scena difficile, sprofondata nella memoria eppure fondativa. Lo sguardo si posa sulle cose e ne resta a distanza, come sulla soglia. Traccia le coordinate di una stanza: il divano, le imposte, il parquet, il bagno lì vicino a qualche passo. Questa misura in fondo piccola e breve resta impossibile da attraversare: tutto è nominato da una separazione, da un’immobilità di bimbo. Nulla si deve chiedere a un bimbo, se non guardare, segnare dentro di sé una scena, dolorosa o no, adesso preziosa. La poesia trabocca di verbi infiniti, cinque, che aprono il respiro, in più occasioni preceduti dalla preposizione: nel tentativo di dare loro una direzione, uno scopo. La luce esterna prova a toccare chi era dentro, ghermisce l’abbandono di un padre «chiuso» due volte «nella notte» e «sul divano». Quel «tu, papà» non sfonda il silenzio, non è parola detta ma mentale, riporta una visione. Simbolo di una vita che inaridisce, incombe l’enigmatico «calco della colomba», il cui significato, altrettanto oscuro, è «ricordare che si esiste / solo premendo più fronti». Gli occhi inquadrano un altro oggetto inerte e tremendo per la sua incongrua collocazione: «un cucchiaio sul parquet / sporco di emicranie». È un segnale, questa volta, eloquente, decifrato: «non sono ammessi / figli». Un divieto che è obliterazione creaturale: in questa forma plurale si intravede un rifiuto troppo più grande del rifiutato, che lo supera e, in modo eccessivo, lo ignora due volte, lo calpesta. Il tragitto dal divano al cesso dà l’idea di un compimento: e resta da chiarire cos’è «splendido», se quell’ultima liberazione, pure ributtante, o il ricordo stesso.

Alla fine del libro, una tessitura insperata:  

La parola mi ha salvato. Ritorna al pane
mi ha detto, dimentica di tessere la croce

ai piedi di un figlio scanzonato. Orfano
tu che mi hai amato, tu che hai amato

tuo padre più di un tarlo respira un cielo
di cedro, una costellazione di zattere.

Ritorna al pane, alla pergamena, al filo

che piega, odora lieto lo sfogliare dei tetti

perché hai salvato il mondo con le dita.

È un nuovo invito, il mondo riacquista colore e profumo. La pergamena è un nuovo simbolo, di tessuto ancora vivo, possibile palinsesto. Si descrivono arcate, movimenti, gesti compiuti e da compiere: il «filo / che piega» è il movimento ora non più sottratto. Ma occorre dismettere una tessitura infeconda, «tessere la croce / ai piedi di un figlio scanzonato», e dare spazio a quel legno che non si inchioda al lutto: un legno che è «cielo / di cedro» e «costellazione di zattere», orizzonte e strumento. Bisogna trovare la parola che dica il nome più vero: prima di padre, prima di papà, dire figlio e orfano, riconoscere il mistero di un’alterità insuperabile, la tenerezza di un destino in fondo estraneo. Perché ci sono esistenze che restano ancorate alla loro origine, non si protendono avanti. Restano creature. E così devono essere giudicate, secondo questa loro natura. Solo le bestie scopre l’identità filiale di suo padre, e lo perdona.

(Pietro Cagni)

Giammarco di Biase, Solo le bestie, Milano, Marco Saya, pp. 68, € 12.

Lineatempo #41

Dossier

  • Maria Pia Alberzoni – Andrea Caspani – Conoscere Francesco attraverso i suoi scritti
  • Marcello Bolognari – «Beatus Franciscus scripsit manu sua»
  • Felice Accrocca – Dalle Regole al Testamento: un percorso difficile
  • Felice Accrocca – Le Ammonizioni: la Magna charta di una vita di fraternità
  • Attilio Bartoli Langeli – Le Lettere di frate Francesco
  • Attilio Bartoli Langeli – I Salmi di frate Francesco
  • Erminia Ardissino – San Francesco poeta: il Cantico delle creature
  • Maria Pia Alberzoni – Scritti di Francesco per Chiara e la comunità di S. Damiano

Percorsi

  • Francesco Bertoldi – Lo spirito di Francesco nella filosofia
  • Giampaolo Pignatari – La presenza di san Francesco nella letteratura del ‘900
  • Giulio Zennaro – San Francesco d’Assisi iniziatore del rinascimento del corpo
  • Emanuela Centis – Cantare Francesco: un percorso culturale e una mostra
  • Giulio Zennaro – Il Cantico di Frate Sole è un inno di lode e di ringraziamento
  • Davide Rondoni – Creatura: la parola più rivoluzionaria della nostra epoca

Segmenti

  • Alessandro Giostra – La guerra civile della Palestina: la Battaglia di Gaza del 2007 Alessandro Giostra
  • Silvana Rapposelli – Ada Negri, la figlia del secolo
  • Silvana Rapposelli – Un cappuccino nel campo di Ferramonti: padre Callisto Lopinot
  • A cura di Federico Sesia – Italiani di Slovenia. Intervista allo storico Kristjan Knez

Recensioni ed Eventi

  • Francesco: il punto di vista di Barbero (a cura di Anna Andreoni)
  • Francesco: il punto di vista di Cazzullo (a cura di Giulia Sponza)
  • Disarmare le parole per comprendere il presente (a cura di Giuliano Fasani)
  • Uno scultore normanno in cammino lungo la via Francigena (a cura di Silvana Rapposelli)
  • Imparare a guardare il limite per essere veramente liberi (a cura di Giuseppe Brienza)

Mappe #26

Lo “sguardo straniero” del poeta: Questa notte non posso aprire gli occhi di Leda Erente

Come guarda un poeta? La domanda, solo apparentemente oziosa, si ripropone dagli albori delle comunità umane e va al cuore di una questione cruciale. Anche quando il poeta chiude gli occhi per affidarsi a una visione “altra”, per esempio impastata di sogno e di speranza nell’avvenire, giunge a un grado di comprensione che tocca il fondamento misterioso della realtà. Questa notte non posso aprire gli occhi di Leda Erente è quasi un manifesto della “cecità” profetica della poesia che vede ben al di là del visibile. Tiresia o Omero, il poeta qui «richiama gli uccelli a disperdere i suoi versi» (p. 28), ovvero innalza un canto di lode e d’amore a emulazione dei volatili: «mi farò ciotola per raccogliere il tuo verso / e risuonare nel vento» (p. 20). Anche con gli occhi non aperti il poeta «ha la vista del gheppio», come scrive Erente in uno dei testi più belli del libro: «Il tuo amore mette radici. / Ha la vista del gheppio che porta ad afferrare le cime / a contemplare una stella coperta di neve» (p. 37). Come un mendicante affamato di senso e verità, Leda Erente compone dunque un Cantico randagio che bussa con insistenza alle porte del cielo («tutta la notte ho bussato», p. 46) per far coincidere la più radicale delle domande con l’afflato da cui scaturisce la poesia: «Dove sei amore?» (p. 40). Se è vero che lo sguardo del poeta è  «straniero» poiché «diverge dal mondo» (p. 55), la scrittura di Erente procede per interrogativi che sono, in ultimo, la cifra di uno stupore bambino, vala a dire di chi si accosta con semplicità a una realtà che non è mai un possesso personale («non del tutto nostro il respiro / non del tutto nostro il battito del cuore», p. 29), bensì un dono per cui ringraziare aprendo «la porta al canto / alla sorgente di luce» (p. 96). E laddove Erente non riesce ad aprire gli occhi, è qualcun altro a farlo per lei. Essere guardati, infatti, è la speranza che infonde ali e canto alla poesia: «Senza il tuo sguardo non possiamo essere interi. / […] / La mia bocca è colma di gioia // Mi lascio cadere» (p. 89). Con questa fede Leda Erente, poeta, guarda il mondo.

(Pietro Russo)

Leda Erente, Questa notte non posso aprire gli occhi, Prefazione di Massimiliano Bardotti, Firenze Libri, Firenze, 2025, collana “Fuori stagione”.

Mappe #25

La materia verticale di Imperatrice Bruno

Un vortice di forze centripete si agita e si dibatte incessantemente nella poesia della giovane Imperatrice Bruno (Ariano Irpino 2001) che colpisce per la tensione che attraversa i versi della sua Materia verticale, un viaggio incandescente attraverso le regioni oscure ed enigmatiche dell’esistenza: «La tua natura è del sole che esplode / e che per sua natura esplode / per riesplodere / e così il muschio che ti circonda / si brucia, / i rami che a tua cornice vorrebbero vantarsi / si chinano invece ai tuoi piedi, / ogni essere grida di sorpresa e di paura / la tua natura è il profondo sud del mondo». Ha ragione Pontiggia, introducendo questo libro di ardenti e audaci visioni, a parlare di un daimon, di una «voce che detta, assegnando un destino, liberando forze che giungono da un tempo lungo. E che si muovono tra opposte tensioni, congiungendo ciò che è separato e discorde». Siamo condotti in universo ctonio, in una dimensione primitiva e mediterranea abitata da oscuri segnali e brucianti profezie: «Marzo sarà il ritorno della gente di mare, / si alzeranno i toni con Atlantide in bocca, / si chiederà dei poeti delle notti nei porti; / i poeti nascono nei porti, portano alle labbra / labbra di dolore, mani bagnate, / portano agli occhi tavole dure, / hanno la lingua bruciata». Chi scrive ci conduce sulla soglia dell’indicibile, lì dove tutto sembra vacillare e anche la parola trema, in un tempo visitato da misteriosi annunci: «Ormai è finito il nostro tempo, / tremano / i polsi sui fianchi; / nel sonno lieve / mi levi gli orecchini, / soffio che spegne / ceri bianchi».

(Massimiliano Mandorlo)

Imperatrice Bruno, Materia verticale, prefazione di Giancarlo Pontiggia, Piazza Armerina, Nulla die, 2024, pp. 120, € 15.

Lineatempo #40

Dossier

  • Anna Andreoni – Il valore formativo del romanzo
  • Alessandro Zaccuri – Breve elogio del romanzesco
  • Bart Van den Bossche – Il romanzo, genere della modernità?
  • Anna Andreoni – «Ti racconto una storia»: l’ineludibile bisogno di narrare
  • Simonetta Valenti – Émile Zola: esattezza scientifica e potenza espressiva
  • Giampaolo Pignatari – La Storia della colonna infame di Manzoni ci interroga
  • Vincenzo Rizzo – Il romanzo dostoevskiano
  • Nicola Renato Pizio – Cormac McCarthy tra filosofia e psichiatria
  • Mario Eugenio Predieri – Jon Fosse: Shining Darkness
  • Raffaela Paggi e Alessandro Baro – Jon Kalman Stefánsson, i romanzi dell’avventura della vita
  • Teresa Colombo – Del Giudice: «Scrivere fa fatica e fa paura»
  • A cura di Andrea Caspani – Intervista al direttore di Ares Alessandro Rivali

Percorsi

  • Giuseppe Botturi – Impariamo a leggere
  • Annalisa Mastelotto – Cosa (non) leggono i giovani
  • Piero Poncetta – Leggere il capolavoro di Eugenio Corti
  • Diego Picano – Leggere il reale con Il Gattopardo
  • Benedetta Crepaldi – Lontano dal pianeta silenzioso o della comunicazione

Segmenti

  • Alessandro Giostra – ISIS: ascesa e declino di un protagonista del terrorismo
  • Silvana Rapposelli – Giovanni Barbareschi, ribelle per amore
  • Fiorenza Boschi – Abaj, il poeta dei Kazaki (Parte II)

Recensioni ed Eventi

  • Byung-Chul Han: solo la narrazione apre alla speranza (a cura di Giorgio Cavalli)
  • Per incontrare Eugenio Corti (a cura di Nino Barbieri)
  • Un romanzo d’amore e di formazione  (a cura di Maria Luisa Hugnot)
  • Vittime sbagliate (a cura di Giuliana Zanello)
  • L’avventura di uno scrittore ateo in viaggio con papa Francesco (a cura di Giampaolo Pignatari)

Mappe #24

Poesia presenza del mondo: L’attenzione di Angelo Andreotti

La poesia come soglia di attenzione dove non-più e non-ancora rinnovano la possibilità dello sguardo e quindi le parole del passaggio umano. Questo ci suggerisce Angelo Andreotti, poeta ferrarese morto da qualche anno, in L’attenzione (puntoacapo, 2019), libro dall’incedere sommesso e misurato che però non intende eclissare la commozione dell’incontro tra esperienza soggettiva e realtà circostante: «all’aurora / è in te stupore. | E il quieto abbandono / dei primi altissimi voli, librati / nell’aria ancora tutta da provare, / ti è riposo nell’anima / e attenuano la paura di te stesso / nascosto dentro a un luogo profondo / che non ti è centro, neppure salvezza» (All’aurora). L’orizzonte salvifico qui sembra essere quello di una parola che si affaccia sul bianco del foglio non come esercizio di letteratura ma come traduzione del «ritmo dei tuoi passi» (Gestazione) che pone alla luce un essere nel mondo sempre situato, nella «tua nudità / quando sei tu a prender gioia dal mondo» (Dialoghi). Interrogando un taglio di luce crepuscolare – ma nell’accezione data alla poesia di Gozzano&Co., ovvero tanto di inizio quanto di fine del giorno – così come le ore notturne tradizionalmente più inquiete e fertili per l’anima, Andreotti ci invita a un viaggio heideggeriano che si fa cura delle ferite del mondo che portano tutte lo stigma de L’indifferenza («Se soltanto sfiorassi quella vita»), di una momentanea caduta del nostro essere al mondo creature presenti, compassionevoli, poetiche: «Se qui, come se questo fosse il mondo, / ed è il mondo, il tuo mondo» (Presenza). Nonostante quella che sembra una naturale vocazione al rimanere all’ombra, il poeta non viene meno al suo compito di cercare un terreno di incontro in cui la propria esperienza risuoni in quella dell’Altro e viceversa, un’«ora che ci è comune ad entrambi / e ci accoglie e ci tiene qui insieme, / […] / in quest’ora in cui ha luogo il vero» (La condivisione). È lo stesso kairos della poesia sancito dalla citazione in chiusura di Simone Weil: «L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità. A pochi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono».

(Pietro Russo)

Angelo Andreotti, L’attenzione, prefazione di Antonio Prete, Pasturana, Puntoacapo, 2019, pp. 92, € 12.

Dostoevskij: la speranza sulle labbra di un ubriacone

di Laura Cioni

«Perché si dovrebbe aver pietà, dici? Sì! Non c’è motivo d’aver pietà di me! Bisognerebbe crocifiggermi, mettermi in croce, invece di avere pietà! Ma crocifiggimi, giudice, crocifiggimi pure, e, dopo avermi crocifisso, abbi pietà di me! E allora io stesso verrò da te per essere crocifisso, poiché non è l’allegria che bramo, ma il dolore, e le lacrime! … Pensi forse, oste, che questo tuo mezzo fiasco mi abbia dato dolcezza? Il dolore, il dolore io cercavo in fondo ad esso, il dolore e le lacrime, e l’ho assaporato, l’ho fatto mio; e avrà pietà di noi Colui che di tutti ha avuto pietà e che tutti ha compreso, Egli è l’unico, ed Egli è anche il giudice. Verrà quel giorno, e domanderà: ‘E dov’è quella figlia che si è immolata per una matrigna tisica e malvagia, e per dei bimbi piccoli che non le erano fratelli? Dov’è quella figlia che ebbe pietà del padre suo terreno, un ubriacone impenitente, senza provare orrore per la sua bestialità?’. E dirà: ‘Vieni! Io ti ho già perdonato una volta… Ti ho perdonato una volta… Siano perdonati anche adesso i tuoi molti peccati, per il fatto che tu molto hai amato…’. E perdonerà la mia Sonja, la perdonerà, io so bene che la perdonerà… Poco fa, quando sono stato da lei, l’ho sentito nel mio cuore! … E tutti giudicherà e perdonerà, e i buoni e i cattivi, e i saggi e i mansueti… E quando avrà finito con tutti gli altri, allora apostroferà anche noi: ‘Uscite – dirà – anche voi! Uscite, ubriaconi, uscite, deboli, uscite uomini senza onore!’. E noi usciremo tutti, senza vergogna, e ci metteremo ritti dinanzi a lui. E dirà: ‘Porci siete! Con l’effigie della bestia e la sua impronta; ma venite anche voi!’. E l’apostroferanno i saggi, lo apostroferanno coloro che hanno giudizio: ‘Signore! Perché mai accogli anche costoro?’. E dirà: ‘Li accolgo, saggi, li accolgo, voi che avete giudizio, perché non uno di loro si è ritenuto degno di ciò…’. E tenderà verso di noi le braccia sue, e noi cadremo in ginocchio… E scoppieremo in pianto… E tutto capiremo! In quel momento tutto capiremo! …E tutti capiranno… Signore, venga il regno tuo!» (Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo).

Chi parla è Marmeladov, in una delle pagine iniziali di Delitto e castigo. Il suo scomposto discorrere da ubriaco riempie la bettola dove si è bevuto i soldi ricevuti poco prima da sua figlia Sonja, la prostituta che provvede alla sussistenza della famiglia.

C’è una parola che ritorna nelle frasi spezzate, dai nessi temporali e logici non sempre chiari. È la parola pietà, che trasforma la scena iniziale, fatta di lacrime, di debolezza, di malcelata vergogna, nell’aperto scenario del giudizio universale. Si avvera qui, in modo inaspettato, un’affermazione che sant’Agostino trae dalla sua esperienza di oratore, secondo cui la Parola è impressa dentro di noi non lontano da ciò che sta scritto nella nostra coscienza (Conf. I,18).

Marmeladov all’inizio chiede all’oste e agli avventori pietà per sé. Non ha cercato nell’ubriachezza il piacere, ma le lacrime per la sua misera condizione che sembra senza riscatto, avviluppata nel vizio senza che il pensiero della sua famiglia abbia il potere di guarirne o almeno di attenuarne gli effetti. Per questo cerca i soldi dalla figlia maggiore, Sonja. Chiede pietà per lei, sacrificata nel suo corpo per mantenere la famiglia, in realtà per pagare il vizio del padre. Il richiamo evangelico è esplicito: l’amore filiale purifica i peccati di Sonja fino al perdono, perché molto ha amato.

Lo scenario si spalanca a poco a poco e lo sguardo corre al giorno ultimo, quello del giudizio universale, nel quale tutto sarà perdonato, perché troverà la pietà di Colui che non distingue tra buoni e cattivi, anzi preferisce a quelli che si ritengono giusti coloro che non si sono mai creduti degni di salvezza.

«Venga il regno tuo!». Sulle labbra di un ubriacone l’ultima, riassuntiva parola della Scrittura.

Mappe #23

Le ragioni del canto di Massimiliano Bardotti

A lettura ultimata di A noi basti la gioia di cantare (peQuod, 2025), immagino l’autore, Massimiliano Bardotti, come la corda di uno strumento tesa nello spazio infinito dell’universo. In questo modo il Grande Cantore, pizzicandola, rinnova l’opera della creazione tramite le parole del poeta: «Si sospende così il tempo / come non ci fossero più cose accadute / e cose sperate, solo un presente / in cui tutto è avvenuto per sempre. // E per sempre canta: “ora”». Se il fare-dire della poesia non si mette a servizio di questa verità, che combacia con un’esperienza di fede nel mondo, quale traccia del nostro passaggio lasceremo? Il libro di Bardotti sembra inchiodarci continuamente a questa domanda; i versi e le prose che lo compongono possono quindi essere letti come una “meditazione” sulla morte che non ha (e non vuole avere) nessun orpello intellettuale, logico-razionale. Il punto da cui scrive il poeta è, infatti, una misura assolutamente soggettiva e universale allo stesso tempo: «Appartengo a quell’ultimo respiro / dal quale sono nato». Forte di questa appartenenza, Bardotti – “pellegrino russo” in latitudini toscane – va alla ricerca di una fonte inesauribile di senso, trovandola infine nella gioia di un cantare aperto e ferito come una preghiera: «Fammi tutto amore / non resti di me neanche una traccia, / solo amore e nulla più». Tuttavia non si pensi, erroneamente, che l’universalità (e l’universo) del canto del poeta sottragga luce alla realtà della storia e degli affetti terreni; la vita coniugale, l’amicizia, le fusa della gatta-filosofa Etty che insegna a «praticare» la felicità, le difficoltà e la fatica del quotidiano non sono un mero sfondo o una “occasione” poetica, anzi essi emergono come il terreno fertile e necessario che prepara la voce al dispiegarsi del canto. Perché, come scrive Bardotti, «e forse è già essere salvi / abitare il cuore degli altri / per accoglienza». Con questa certezza, ci facciamo allora bastare la gioia di una bocca che si apre per essere all’altezza del Creatore.

(Pietro Russo)

Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare, Ancona, peQuod, 2025, pp. 104, € 14,25.

Lineatempo #39

Dossier

  • Andrea Caspani – Il colore della Liberazione
  • Amedeo Costabile – Il nodo della Resistenza: la scelta della libertà e la nuova idea di nazione
  • Alberto Leoni – Per una (nuova) epopea della Resistenza
  • La testimonianza di Piero Borghini sull’antifascismo a cura di Andrea Caspani
  • Matteo Fanelli – Il caso Rolando Rivi: una via per riconciliare memorie e storia?
  • Intervista a Gastone Breccia a cura di Federico Sesia – Il drammatico ultimo inverno di guerra in Italia  
  • Grazia Vona-Margherita Zucchi – Il Comandante Alfredo Di Dio e la zona liberata dell’Ossola
  • Roberto Reali – Una memoria per frammenti: la vicenda degli Internati Militari Italiani
  • Giancarlo Sala – La storia di tre protagonisti della lotta partigiana senz’armi in Brianza
  • Gianfranco Noferi – La Resistenza dimenticata e il contributo dei cattolici
  • Intervista a Francesco Pierangeli a cura di Maria Antonietta Marasco – Una testimonianza su Roma occupata: la guerra secondo nonno Francesco
  • Tommaso Piffer – Sangue sulla Resistenza. La vera storia di Porzûs
  • Marino Micich – La questione della frontiera orientale italo-jugoslava nel Novecento. Una vicenda storica complessa
  • Paolo Trevisan-Over the rainbow – La resistenza vissuta da Fenoglio, Calvino e Meneghello

Percorsi

  • Laura Vergallo Levi – Ferramonti: un campo di concentramento anomalo

Segmenti

  • Maria Pia Alberzoni – Agli inizi del Giubileo: la bolla di Bonifacio VIII del 1300
  • Alessandro Giostra – Gli Houthi e il caos yemenita (Parte II)
  • Fiorenza Boschi – Abaj, il poeta dei Kazaki (Parte I)
  • Valerio Capasa – Pasolini e Gaber: due bussole critiche contro il nichilismo del benessere
  • Walter Gatti – Canzoni e cantautori a scuola?

Recensioni ed Eventi

  • Alle radici dell’Europa moderna: unità e varietà dello ‘stile’ barocco (a cura di Emma Ferrari)
  • Riscoprire la tradizione contro il nichilismo di oggi (a cura di Massimo De Angelis)

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