Giovanna Bernacchi è esordiente nel genere del romanzo, ma non nella scrittura, perché ha all’attivo diversi racconti per bambini. Questo suo romanzo, Come un giardino, Convalle, Milano, 2026, pp. 232, si potrebbe collocare sulla scia di uno studio clinico apparso qualche decennio fa dal titolo Storia di ordinaria resurrezione (e non). Fuori dalla depressione e altri “mali oscuri”, a cura di Serena Zoli, Rizzoli, Milano, 1998, pp. 406.
Il background di questo romanzo affonda infatti le sue radici in un’ampia competenza in materia dell’autrice. La via della speranza si rivela a volte una via non per tutti. Eppure basterebbe più attenzione, più immedesimazione, insomma più cura alla totalità della vita delle persone e queste tornerebbero a “rivedere le stelle”: del resto il titolo del romanzo, Come un giardino, è davvero emblematico.
Un giallo psicologico
Il romanzo all’inizio si presenta come un thriller, un autentico giallo. L’intreccio si snoda a partire dal ritrovamento senza vita del corpo di Mario, un pescatore in pensione, che viveva solitario in una modesta villetta con annesso un giardino e un orto curatissimi. Il commissario Roveri che indaga sulla vicenda, si trova a dover risolvere un “caso” particolarmente umano.
Mario, infatti, si è tolto la vita in un momento di disperazione, a seguito di una depressione iniziata con la rottura dei rapporti col figlio (da tempo lontano da casa) e dal rifiuto di sposarlo da parte della donna che lui amava, dopo la morte della prima moglie. Il commissario “scopre” tutti i risvolti della vicenda leggendo gli appunti di Mario, scritti in quaderni e agendine. Si appassiona così tanto che non solo comprenderà il dramma umano di Mario ma, alla fine, andato in pensione, comprerà la sua casa e affiderà le cure del giardino a Valeria, la donna amata da Mario.
Dall’indagine all’ascolto
Un solo libro che sono in realtà due, forse tre. Il primo narra le indagini, il secondo si sofferma con acutezza sulla psicologia dei personaggi (anche del figlio di Mario, della fidanzata, dei colleghi di Roveri …) e infine il terzo, che è un insegnamento, perché, attraverso digressioni significative, l’autrice ci comunica che il male non ha l’ultima parola e che l’ascolto dell’altro guarisce le ferite.
La custodia e la cura
Anche il giardino e l’orto che prepotentemente chiedono di essere accuditi e curati, non sempre danno i risultati che il proprietario si aspetta. E questo ci insegna che la natura non va sfruttata e adattata sempre alle nostre pretese, ma va rispettata e custodita nei suoi ritmi e nelle diverse stagioni, come l’essere umano … perché non si perda!



