LineaTempo #33

L’onnipotenza della tecnica, che ha progressivamente permeato tutti gli ambiti dell’esperienza umana, ha via via smarrito l’uomo nel dominio degli oggetti, aprendo una sfida antropologica che appare globale e che Lineatempo nel numero 33, dal titolo La sfida antropologica nella civiltà della tecnica, ha voluto raccogliere, chiamando a riflettere filosofi e personalità di spicco del mondo della cultura religiosa e laica, che da anni si interrogano sulle potenzialità e sui limiti del progresso tecnico e scientifico.

Amedeo Costabile – Civiltà della tecnica e umanesimo della persona: una sfida globale
Costantino Esposito – La domanda della tecnica
Vittorio Possenti – L’arma a doppio taglio della tecnica
Yuri Berio Rapetti – Chi ha paura dell’algoritmo?
Antonio Allegra –Transhomo Deus. Forme tecnoutopiche di reincantamento del mondo
Intervista a don Julian Carron – a cura di Andrea Caspani
Intervista all’on. Luciano Violante – a cura di Amedeo Costabile
Intervista al prof. Gino Roncaglia – a cura di Amedeo Costabile

Per i Percorsi culturali e didattici vengono presentati una serie di contributi su Ripensamenti e prospettive sulla modernità in De Lubac, Guardini e Mounier.

Nei Segmenti appaiono: una vibrante conferenza di P. Lepori sulla vita di Takashi e Midori Nagai, una riflessione sulla didattica della storia a partire dal libro Alla maniera dei briganti. La Grande Guerra del capitano Ettore Cavalli, un saggio sulla politica di genocidio praticata dai Khmer rossi, l’analisi delle novità apportate da Dvorak nell’elaborazione della sinfonia ‘Dal nuovo mondo’ e la presentazione del valore cristiano della democrazia in Böckenförde.

In Recensioni ed eventi le recensioni di: 1492: Diario del primo viaggio di Antonio Musarra, di Trittico nuziale di Giuseppe Colombo, di Lettore vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale di Maryanne Wolf e l’analisi critica della mostra su Van Gogh a Roma.

La Grande Guerra tra storia e memoria

Presentazione a più voci del libro di Giorgio Cavalli, Alla maniera dei briganti. La Grande Guerra del capitano Ettore Cavalli, Gaspari, Udine 2023

(3° premiato nella sezione “Narrativa edita” del Premio «Gen. Div. Amedeo De Cia»)

Centro PIME di Milano, Sala Girardi, 4 aprile 2023

Andrea Caspani, direttore di «LineaTempo»
Giorgio Cavalli, autore e redattore di «LineaTempo»
Claudio Lobbia, attore
Federica Garieri, violinista
Moderatore Enzo Riboni, giornalista del «Corriere della Sera» e scrittore.

Dopo un inquadramento storico di Andrea Caspani sul rapporto tra
memorie personali e grande storia, il video presenta alcune letture teatrali
di pagine tratte dal libro Alla maniera dei briganti.
Voce narrante di Claudio Lobbia in dialogo con il violino di Federica Garieri.
Le letture sono accompagnate da un ricco dialogo del giornalista-scrittore
Enzo Riboni con Andrea Caspani e con Giorgio Cavalli, autore del libro.

Durata complessiva: 2h 15’

Fame di aria

La recensione di Mario Lo Pinto all’ultima fatica di Daniele Mencarelli ci invita ad addentrarci nella scrittura tanto densa quanto limpida di uno degli scrittori più originali di questo nostro tempo di sofferenza e solitudine, nel quale, per parafrasare un altro suo libro, tutto chiede salvezza. Ma nel caso di questo romanzo, perfino la parola salvezza sembra non poter uscire dalla gola del protagonista, almeno fino a che … Ma è possibile riavere noi dagli altri?

Nel suo ultimo romanzo Fame di aria (Mondadori, 2023) Daniele Mencarelli continua ad approfondire il tema del dolore e del suo significato.

Lo fa con un testo simile a quello di un’opera teatrale, quasi una sceneggiatura, e non è difficile immaginare che prima o poi ne venga tratto un film. Il romanzo descrive le vicende di un uomo bloccato da un guasto alla macchina in un piccolo centro insieme al figlio disabile che lui chiama beffardamente lo Scrondo; narra degli incontri di un uomo rabbioso e infelice, in fuga dagli affetti e pronto a mentire per nascondere la propria condizione e le proprie ristrettezze economiche, fino ad un epilogo inaspettato ed intenso.

Le condizioni a contorno sono quelle di un paese della provincia italiana più profonda, destinato a sparire quanto prima; l’ambiente e le cose sono le antiche suppellettili, i vecchi bar, le pensioni chiuse da tempo e riaperte per caso; simili ricordi sono vividi per chi ha già qualche anno ma son forse destinati a non essere pienamente compresi dai più giovani. Perché questo è il motivo che rende quasi familiari i racconti di Daniele, qualunque cosa racconti, il fatto di poterlo seguire riuscendo a vedere noi stessi negli spazi di un’altra Italia che perdura nella memoria.

Si può viaggiare nel tempo (atto I, scena III) è la sensazione entrando nel vecchio bar per il protagonista che ha già ripercorso le vicende del proprio doloroso accompagnare Jacopo, il figlio diciottenne autistico molto grave. Ogni cosa, fotografia ingiallita, quadri e poster, così come il mobilio, i ninnoli sopra il camino, e ancora più sopra la testa di cinghiale in bella mostra, tutto in quella sala ristorante sa di un passato andato via per sempre (I, VI). Solo il dolore non passa e non muta nel tempo.

Dentro a quelle circostanze abitano le persone che vengono in contatto con Pietro, il protagonista, e il suo fardello di dolore.  E le persone chiedono di Jacopo, incuriosite o per compassione: «Perché sta così?» Ecco il momento. E il come e il cosa e il perché… «Non parla, da solo non fa nulla, si piscia e caca addosso.» La scena si svolge per arrivare a un compimento. Pietro, da grande attore, la ripete ogni volta sperando nel successo, e per lui il successo è uno solo. Il silenzio. Togliere al mondo la voglia di parlare, continuare a chiedere (I, III).

Il protagonista vive il suo dolore cercando di dominarlo – in fondo di accettarlo – da solo, senza riuscirci. Ha chiesto il miracolo: Il miracolo non è mai arrivato. Come unica risposta, da est è spuntato l’odio. Ha ricoperto tutto, i sani e i malati, la vita intera. Per anni è stato così. Poi pure l’odio è tramontato. Resta la rabbia, quando esplode (I, VIII). Odio e rabbia per il figlio, per sé stesso, per tutto.

Pietro chiede agli altri quel rispetto che, per non averlo sempre avuto, crede sia il motivo della disgrazia di Jacopo. Glielo diceva sua madre, prima di morire, che il male altrui va rispettato. Ed ecco la condanna (II, I). Anche altri personaggi mendicano rispetto, come Agata, la barista, nei confronti degli avventori e del marito defunto. «Quando era vivo Arturo qui dentro non volava una mosca, c’era educazione, poi lui è morto e ora certi omuncoli pensano di fare come fossero a casa loro. Io sono una donna, non mi rispettano» … «La verità, però, è un’altra. Questi quattro scellerati non mi rispettano perché il primo a non farlo era Arturo» (II, VI).

Il rispetto sembra l’unico atteggiamento adeguato di fronte al male e al dolore, alla sua ineluttabilità e alla sua incomprensibilità e in fondo nel romanzo il rispetto prima o poi ognuno è costretto a darlo.

Rispetto: guardare gli altri sapendo di essere guardati a nostra volta; ma tra i personaggi non c’è apparentemente nessuno che ricorda chi è colui che ci guarda. Il rispetto si ferma alle soglie del dolore, non può fare altro, non può reggere di fronte alla desolazione. Altre malattie sono battaglie. Questa, questa è più una specie di maledizione. L’unica cosa che mi viene in mente quando lo guardo è: perché a me? Cosa ho fatto di male? (III, III).

Gaia, una presenza amica, riesce a spostare Pietro per un attimo dalle sue angosce. Pietro resta a fissarla mentre si allontana, intanto prova a dare un nome a quello stato d’animo che gli è esploso dentro improvvisamente. Eccolo il nome. Gelosia. Dopo tanto tempo, è geloso di qualcosa. Qualcuno (II, VI). Per un attimo S’era dimenticato del figlio. Una sorta di miracolo (III, V).

Questo timido spunto è l’inizio di una contrastata presa di coscienza che promette un nuovo inizio, accettando la compagnia degli altri sul nostro cammino. Nella sala ristorante ritrova Agata accanto al loro tavolo. Ha iniziato a sparecchiare. Si volta verso di lui, ha gli occhi invasi di pianto. «Guardi.» Con una mano, con il palmo aperto, leggera, sta accarezzando Jacopo.… Pietro è colpito, finge di non esserlo, non vuole dare peso alla cosa. «Quanto è bello.» Agata non smette di piangere (III, VI).

Ma è una lotta ben dura il dover ammettere che “occorre riavere noi dagli altri” come diceva Cesare Pavese. No. Questo no.  Pietro con la pietà ha chiuso. Jacopo, lo Scrondo, non è bello, né buono né bravo. Vorrebbe lei, la pietà, tornargli in gola come un fiotto d’acido dallo stomaco. Ma lui glielo impedisce (III, VI).

Fino all’epilogo dura questa lotta per risolversi in circostanze che è meglio lasciare alla lettura, ben consci, come l’Autore, che queste cose non succedono solo nei romanzi.

E come Daniele scrive nei ringraziamenti, occorre volgere lo sguardo anche A chi tende la mano, senza mai ricevere aiuto, o carezza. Ai dimenticati che resistono. A chi è andato giù.

Dio non è da ‘presupporre’, ma da ‘anteporre’ (parte II)

In questa seconda parte della sua recensione al testo postumo del papa emerito Benedetto XVI, Zardin ci accompagna nella perlustrazione del rapporto Chiesa-stato, gettando luce sull’esigenza della libertà di coscienza come fondamento per la libera adesione alla fede, e dunque sulla contestazione di Joseph Ratzinger di qualsiasi pretesa fondamentalista di ritorno a forme attualizzate di alleanza trono-altare. La prima parte, ricordiamo, si era conclusa sulla sottolineatura da parte di Benedetto XVI del primato, nell’esperienza di una fede matura, della dimensione ontologica e veritativa sull’uomo rispetto a quelle, pur preziose, della morale e dell’estetica, troppo spesso ridotte a sentimentalismo e soggettivismo. Zardin ci mostra come l’originale agostinismo di papa Benedetto XVI non fosse una riedizione di schemi passati, ma piuttosto uno sguardo penetrante sulle esigenze di libertà e misericordia dell’uomo contemporaneo, all’interno di una dialettica sempre feconda e nuova tra fede e storia.

Su questa direttrice si innesta il secondo nodo cruciale di interesse che può essere rintracciato nei saggi entrati a comporre questa sorta di “testamento spirituale” lasciatoci da papa Benedetto, giunto al termine del suo percorso. Mi riferisco al modo in cui viene presentato l’impatto che l’appello alla sequela della verità del cristianesimo può avere sul contesto umano a cui si rivolge. Qui papa Benedetto non esita a riprendere un altro dei punti saldi della sua visione storico-teologica: nel tempo della storia, il “tempo dei pagani” (così lo definisce pensando al rapporto con la tradizione ebraica), di per sé esposto alla possibilità del rifiuto dell’alleanza con il vero Dio e la sua legge, l’accoglienza della fede cristiana non può accettare di corrompersi appoggiandosi allo scudo di tutela del potere (il potere di Cesare), e tanto meno all’imposizione costrittiva di un consenso obbligato, magari puntellato dalla violenza che aggredisce i diversi ed esautora ogni margine ipotizzabile di contestazione o di dissenso. L’intolleranza di un integrismo religioso che si fa anche pretesa di dominio globale sul mondo terrestre è antitetica rispetto allo spirito autentico della rivoluzione cristiana. Quest’ultima ha avuto come parte del suo codice genetico distintivo, poi non sempre portato a coerente dispiegamento, il compito di smantellare ogni pretesa di assolutezza della religione elevata a collante uniformatore di una comunità politico-territoriale. Lo “zelo” autoritario ed esclusivista della volontà di conquista di uno spazio umano magari recalcitrante appartiene ancora al vecchio orizzonte dell’alleanza antica (p. 33), immersa nella prospettiva a senso unico delle religioni che non avevano ancora conosciuto l’approdo al bilanciamento dialettico delle “due città” fra loro mescolate, ma allo stesso tempo distinte e non riconducibili a un unico principio di guida e di strutturazione normativa. Il contagio della fede nel Cristo redentore passava in origine e deve continuare a passare soltanto attraverso il rischio della libertà che pronuncia il suo sì di adesione alla chiamata da cui si sente percossa. Prima viene la grazia che si comunica, poi la mossa dell’io che riconosce l’inevitabilità di un cammino di immedesimazione.

In questa cornice si comprende perfettamente ‒ e qui il discorso di papa Benedetto tocca le punte di maggiore intensità coinvolgente ‒ perché la forma suprema della presenza della soggettività cristiana nel mondo non possa che coincidere con la figura del Figlio di Dio che si auto-espropria, offrendosi come carne sacrificale per la salvezza del mondo sul patibolo della croce. La straordinarietà del puro dono totale di Cristo, tutt’altro che interpretabile come sanguinosa “riparazione” in senso penale, finalizzata a sanare la frattura creata dalla colpa originaria, è il vertice della verità cristiana che si propone al mondo e, in quanto tale, reclama il sacrificio parallelo della volontà dell’uomo che le si affida. La forma di Cristo crocifisso, il Servo di Dio sofferente preconizzato dalla più ispirata letteratura profetica di Israele, è il centro verso cui tutto deve convergere, il cuore da cui si irraggiano le luci della rivelazione di Dio che sfocia nel suo culmine: al fondo della verità dell’essere non sta la potenza che fagocita e schiavizza, ma la debolezza gratuita dell’amore infinito che si dona e, donandosi, si espone alla contraddizione del farsi vittima, depredato dall’ostilità dell’uomo che può arrivare fino allo scandalo di non riconoscerlo come incarnazione del bene supremo per sé e il proprio destino.

La riconversione in senso cristocentrico della drammatica divino-umana conduce in modo diretto a introdurre il tema del primato dell’effusione del dono di misericordia del Dio trinitario al di sopra di tutto il resto. Il movimento della misericordia che si espande e attira nel suo spazio di novità redentrice l’uomo relegato nella distanza del suo limite è il perno autentico della storia del creato. La misericordia di Dio alla ricerca della salvezza dell’uomo è la fonte dell’unica “giustificazione” possibile: non quella della bilancia retributiva dei premi e dei castighi, ma dell’eccellenza sovrabbondante dell’amore senza riserve che vuole essere condiviso. È solo questa misericordia accolta e fatta fiorire nel cuore degli uomini che rigenera dall’interno la vita del mondo. All’inizio di tutto, sta il miracolo dell’amore incontenibile che si effonde e non viene mai meno: l’unica forza che va oltre le catene della morte. Essa è anche all’origine della missione cristiana (p. 9). Perché solo un “amore radicale e incommensurabile” come quello sprigionato dal “corpo risuscitato del Signore crocifisso” poteva agire come “reale contrappeso […] all’incommensurabile presenza del male. […] Di fronte alla strapotenza del male solo un amore infinito poteva bastare, solo un’espiazione infinita” (p. 90, ma si veda anche p. 95).

Si può aggiungere un ultimo corollario di altrettanto decisivo rilievo: è anche necessario “che noi ci inseriamo in questa risposta [al nostro male, alla nostra sofferenza] che Dio ci dà mediante Cristo” (p. 95). “Il Signore ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. […] È redento chi si affida all’amore di Dio” (p. 153). Nella scia della circolarità che si instaura, si radica la “pretesa” che la fede cristiana avanza “rispetto alla vita concreta”. La fede è chiamata a cambiare la forma di questa stessa vita, a riplasmarla secondo la propria misura. La vita come tale può risorgere, e diventare così, a sua volta, fonte di irradiazione di una luce che contagia nel fragile segno della testimonianza ecclesiale missionaria. Nella sua trama ordinaria, attaccandosi al modello paradigmatico di Cristo, la vita investita dalla fede tende a generare una morale, anch’essa ancorata al riconoscimento di un bene oggettivo e ai valori di fondo che aprono al suo perseguimento. La chiave di volta non sta però nell’apparato delle regole, nel dispositivo di una legge esterna codificata. Lo stile etico, per stare in piedi, non può che essere animato da un principio unitario vivificante: ha al suo centro un amore riconosciuto a cui si corrisponde, l’attaccamento a un Dio amoroso e presente, che abita con la sua prossimità ogni circostanza per cui ci si trova a transitare. Per riassumere in una massima lapidaria: “Il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo: non presupporlo ma anteporlo” (von Balthasar, citato a p. 155). In effetti, commenta a questo riguardo Benedetto XVI, “anche nella teologia, spesso Dio viene presupposto come fosse un’ovvietà, ma concretamente di lui non ci si occupa. Il tema ‘Dio’ appare così irreale, così lontano dalle cose che ci occupano. E tuttavia cambia tutto se Dio non lo si presuppone, ma lo si antepone. Se non lo si lascia in qualche modo sullo sfondo, ma lo si riconosce come centro del nostro pensare, parlare e agire”.

Una cicatrice sul volto e nell’anima del cittadino romano Marco Claudio Acuto

Un godibile romanzo storico di Lorenzo Roberto Quaglia, con tante informazioni sulla vita quotidiana degli antichi romani e qualche salutare domanda aperta sulle origini del cristianesimo. Consigliato per i ragazzi delle scuole medie e del primo biennio delle superiori.

Arrivai a Cesarea qualche giorno prima delle Idi di marzo, all’epoca in cui Tiberio era Cesare Augusto già da sedici anni e in Giudea era prefetto Ponzio Pilato.

Così prende inizio il piccolo romanzo di Lorenzo Roberto Quaglia, impiegato di banca a Milano con il gusto della scrittura. Già forte di una serie di fortunati gialli, l’autore si cimenta ora con la storia antica, rivelando una approfondita conoscenza della vita quotidiana e della struttura della civiltà romana. Il protagonista, Marco Claudio Acuto, è un senatore romano che, giunto alla vecchiaia, nella sua villa di Taormina torna con la mente ad una lontana vicenda occorsagli appunto nel sedicesimo anno dell’impero di Augusto. Un buon cittadino romano deve avere i piedi ben saldi sul terreno, e le tante fole che circolano tra il popolo ebreo non possono certo scuotere le sicurezze guadagnate da Roma nella sua lunga storia: la filosofia val bene per i greci, che nelle loro divisioni non seppero costruire un impero, e neppure difenderlo, quando il grande Macedone ne edificò uno per loro, scioltosi però come neve al sole dopo la morte prematura di Alessandro. Fu poi Roma, col suo pragmatismo e con la sua arte politica e militare, a raccoglierne l’eredità. Dunque, che i popoli d’Oriente coltivino pure le loro fiosofie, i loro culti e le loro tradizioni, a patto però che siano sottomessi e non interferiscano con la politica di Roma. Questa era la certezza granitica di Marco Claudio Acuto e di suo fratello Valerio Claudio Bellator, comandante della guarnigione di Cesarea, quando, per un imprevedibile intreccio del caso, Claudio Acuto che da Roma era appena giunto in Palestina per far visita al fratello, si ritrovò ad assistere ad uno strano processo, nel quale ebbe luogo un confronto teso tra il prefetto e l’accusato:

‘Che cos’è la verità?’, gli domandò Pilato incrociando lo sguardo di sua moglie Claudia Procula che stava seguendo l’interrogatorio vicino alla colonna del portico. Anche lei, come molti altri, portava sul volto i segni di chi stava assistendo ad un evento particolare, straordinario, tragico. Appariva scossa e in alcuni momenti si muoveva di scatto come se il suo corpo fosse attraversato da brividi.

“La verità è dal cielo”, rispose Gesù a Pilato.

“Non c’è verità sulla terra?”

Era una domanda fin troppo facile per Pilato, cresciuto nella certezza granitica della politica e nello scetticismo dominante nel suo tempo. Il narratore non ce lo dice, ma ci lascia immaginare il tono della voce del prefetto, leggermente sprezzante, sufficientemente ironica per disdegnare questi profeti che vengono a parlare di verità quando a malapena gli uomini riescono a riconoscere che cosa sia utile per se stessi e per l’Impero. Ma quel nazareno, con la tunica sgualcita dalle violenze inflitte dalla soldataglia, malfermo sui sandali consumati da giornate di cammino, era lì a sfidarlo ancora, senza abbassare lo sguardo penetrante dietro agli zigomi tumefatti. Era lì davanti, a tener testa al prefetto, con quella sua indomita supponenza di profeta giudeo. Così, rompendo il lungo silenzio, gli rispose:

“Tu vedi come quelli che dicono la verità sono giudicati da coloro che hanno autorità sulla terra”

Per un istante, Pilato sembrò spiazzato dalla riposta di quell’uomo, così apparentemente lontano dalla figura del rivoluzionario, ma il cui sguardo era magnetico, certamente capace di affascinare e attrarre a sé masse di disperati, di gentaglia senza arte né parte, capace di tutto…

Il prefetto prese tempo per riflettere, dopo chiese a Gesù:

‘Cosa farò di te?’

‘Quello che ti è stato assegnato’

Certo! Quello che gli era stato assegnato: non c’era bisogno che quel profeta glielo dicesse! Così Pilato fece quello che doveva fare, o meglio, quello che non avrebbe dovuto fare, che nessuna legge romana gli avrebbe mai chiesto di fare, ma che gli era comunque assegnato dalla difficile situazione politica, da un sinedrio ribollente e pretenzioso, e per di più in un momento molto delicato, in cui gli zeloti rimestavano nell’ombra, pronti a colpire quando meno te l’attendevi. Gli zeloti sono, nel romanzo di Quaglia, una presenza ineffabile, come una minaccia sospesa nell’aria di cui nessuno osa parlare apertamente.

Come poi andò la storia noi lo sappiamo, ma Marco Claudio Acuto ancora non poteva saperlo, e il narratore-protagonista ci guida dentro alle progressive scoperte di quei giorni febbrili: così egli si trovò, nel giro di pochi giorni, dinanzi ad una storia letteralmente incredibile, umanamente sconvolgente. Quaglia ci accompagna con la sua scrittura dentro alla scoperta da parte di Marco Claudio Acuto di un evento inatteso e incomprensibile, che lui ha potuto intercettare solo di sfuggita, per sentito dire, e che passa attraverso i racconti di persone che si presentano ai suoi occhi del tutto assennate e ragionevoli e che proprio per questo sconcertano il protagonista, che non riesce a darsi ragione di come certi racconti di miracoli e resurrezioni possano venire da persone così stimabili: persone di rango e ragionevoli, come è Giuseppe di Arimatea, o altre più umili ma concrete, come Pietro il pescatore, o più raffinate e sensibili alla cultura, come sembra essere Giovanni. Fino ad incontrare Lazzaro, che dice di sé di essere morto e poi risorto per opera di quel Gesù che però, proprio lui, è finito croce come l’ultimo dei ladri e degli assassini.

Blaise Pascal diceva che l’apice a cui può giungere l’umana ragione è l’apertura al Mistero che lo supera. Questo concetto di apertura e di “allargamento” della ragione a qualcosa che non è prodotto o dedotto da essa stessa è uno dei maggiori lasciti dell’insegnamento di papa Benedetto XVI, su cui ci sarà molto da lavorare ancora per comprenderne il senso più profondo. Quell’espressione di Pascal, infatti, la si può intendere in modo ambivalente: o come rinuncia a un dispiegamento pieno della ragione, nel senso di un fideismo simmetricamente opposto al razionalismo; oppure come riconoscimento di una ragionevolezza del Mistero dell’esistenza e della rivelazione che accade per fede, attraverso un incontro donato, eccezionale e tuttavia umano. In questa seconda accezione sta l’idea di una ragione “allargata”, tesa a riconoscere il senso dell’avvenimento cristiano senza mai rinunciare alle proprie domande, aperta a risposte umanamente imprevedibili e incontrollabili (nel senso preciso dell’impossibilità di un preteso “dominio” sulla realtà). È con questo sguardo che un uomo del nostro tempo può ancora lasciarsi stupire dall’eccezionalità della persona storica di Gesù, come papa Benedetto ha suggerito nel suo Gesù di Nazaret, o come testimoniò Vittorio Messori nel suo Ipotesi su Gesù, libro che ne segnò la conversione dal laicismo radicale alla fede.

Con questo piccolo agile romanzo, in un centinaio di pagine Lorenzo Roberto Quaglia pone il lettore nell’orizzonte di questa stessa domanda sulla ragionevolezza della fede cristiana: Marco Claudio Acuto, che si reca in Palestina per far visita al fratello centurione nei giorni agitati della cattura e della messa a morte di Gesù, e che solo per un singolare caso viene a trovarsi nelle stanze della prefettura, come in un lampo incrocia lo sguardo del condannato e questo semplice fatto, accaduto in un processo usuale e perfino banale per un nobile romano, lo segnerà per tutta la vita: da principio nella forma di un rifiuto razionalisticamente chiuso alla ragionevolezza della fede che pure intravede in tutta la sua forza spirituale in Giuseppe di Arimatea, in Pietro, in Giovanni, in Lazzaro e nelle tre Marie. Egli cerca e incontra queste donne e questi uomini per capire meglio, di più, ciò che ha solo intravisto in un istante: vuole incontrarli per capirne l’origine di quella loro nuova certezza, così incredibile eppure così solida, sul senso della vita e della morte. E anche quando quegli eventi sono ormai lontani negli anni, nonostante permanga in lui una ragione ancora chiusa e misurante, tuttavia lo sguardo penetrante di quel giudeo incrociato un giorno davanti al prefetto di Gerusalemme lo perseguiterà per il resto della sua esistenza, tenendo aperta in lui una domanda che non si sarebbe mai più ad acquietata.

Fino a un finale inaspettato, con qualche colpo di scena…

Il libro, arricchito in appendice da un glossario dei termini e dei modi di dire latini presenti nel testo, si presta ad un lavoro didattico su più piani: nell’ambito della storia per un’introduzione alla vita quotidiana sotto l’Impero romano; nell’ambito dell’insegnamento della religione cattolica per un approccio al tema della ragionevolezza della fede secondo la categoria della fede come avvenimento; nell’ambito della letteratura per avviare i ragazzi al significato e ai diversi registri stilistici della scrittura creativa, evidenziandone gli aspetti strutturali: autore e narratore, protagonista e personaggi minori, fabula e intreccio, prolessi e analessi, ecc. Il libro può dunque essere un ottimo strumento per un lavoro multidisciplinare.

L’autore: Lorenzo Roberto Quaglia è nato nel 1966 a Milano, dove si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi, e dove lavora come impiegato di banca. Nel 2010 segue un primo corso annuale di scrittura creativa, cui ne seguono altri, in particolare quelli organizzati dalla Scuola Flannery O’Connor presso il Centro Culturale di Milano (CMC), tenuti da Andrea Fazioli e Francesco Napoli. Dal 2011 scrive romanzi, per lo più di genere poliziesco.

Il libro: Lorenzo Roberto Quaglia, L’indagine che cambiò la vita di Marco Claudio Acuto, cittadino dell’Impero romano, Ed. Youcanprint, Lecce 2022.

Dio non è da ‘presupporre’, ma da ‘anteporre’ (parte I)

Recensione di Benedetto XVI, Che cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale, a cura di E. Guerriero e G. Gänswein, Mondadori, Milano 2023.

In questa prima parte Zardin ci accompagna nella perlustrazione del rapporto fede-ragione in ordine alla verità, svelandoci l’irriducibilità del pensiero di Joseph Ratzinger alle opposte riduzioni tradizionalista e ultra-modernista. La fede, ci dice Benedetto XVI, non è affare di puro sentimento o di puro soggettivismo: essa si presenta fin dall’origine come critica radicale all’alienazione delle antiche religioni prone ai poteri di questo mondo e come prosecuzione feconda della grande tradizione filosofica ellenistica.

L’opera intellettuale di Benedetto XVI è da tempo il campo di un conflitto di interpretazioni in cui la varietà delle opinioni di chi si pone davanti ai suoi testi finisce per produrre un effetto di appiattimento, se non di vera e propria distorsione: si enfatizza ciò che viene percepito più congeniale, in linea con i propri punti di vista precostituiti, mentre si lasciano in ombra le provocazioni che potrebbero mettere in crisi o costringere a cambiamenti salutari e, alla fine, prevale la tendenza ad annettere la sua parola in un reticolo di interessi che possono anche essere marcatamente divergenti. I conservatori accentuano gli elementi che legittimano, ai loro occhi, la difesa tenace degli assetti tradizionali, oppure mettono in evidenza, per denunciarle, le fughe in avanti che, a parere dei più oltranzisti, hanno contribuito a sgretolarli. L’esatto contrario fanno i riformisti radicali. Destra, sinistra, centro (direi soprattutto la destra degli schieramenti in cui si frammenta l’élite intellettuale) si scontrano su come piegare a proprio vantaggio la voce dell’illustre teologo assurto ai massimi vertici del governo della Chiesa di Roma. Forse è questo il destino inevitabile degli innovatori religiosi, che riescono a sporgersi al di là dagli schemi del pensiero già stabilito, e perciò disorientano, sfuggendo a una presa totalmente assimilatrice. Per contenere il rischio, l’unico rimedio è mettersi umilmente in ascolto di tutte le implicazioni racchiuse nel messaggio che ci viene consegnato, comprese le più ostiche o inaspettate: occorre disporsi a seguire la traccia oggettiva della parola offerta, invece di lasciarsi guidare dalla forza condizionante dell’autorispecchiamento.

Se si adotta questa linea di approccio, si può arrivare a sostenere che il nucleo forse più dirompente degli ultimi scritti riuniti nella raccolta pubblicata postuma, subito dopo la scomparsa di Benedetto XVI, sia la risoluta difesa della dimensione razionale presupposta dalla scelta cristiana: la fede non è una pura opzione unilaterale, ma contiene in sé (ed è giusto che continui a rivendicare) una pretesa di verità. Il nesso tra fede e ragione ‒ potremmo anche dire tra cuore e riconoscimento del vero che scaturisce dalla coscienza, interpellata dai segni della realtà che le si fa incontro ‒ è visto nei capitoli di esordio di Che cos’è il cristianesimo in una prospettiva rigorosamente storica: è dalla lezione di come il cristianesimo si è posto nel mondo, fin dalla sua prima diffusione nel contesto mediterraneo, che Benedetto XVI continua a ricavare la conferma che a essere chiamato in causa è l’accesso alla struttura ultima di ciò che è l’essere di Dio, al senso dell’esistere della creatura di fronte a lui, e quindi l’accesso alla risposta più compiuta che possa soddisfare il bisogno insito nel destino dell’uomo vivente. Ripetutamente Benedetto XVI sottolinea che l’annuncio cristiano delle origini non si è posto in continuità con il discorso delle religioni preesistenti, ma come la sua contestazione definitiva. Si partiva da una scelta di rottura, in forza della quale i testimoni della nuova fede che universalizzava il monoteismo giudaico dell’Antica Alleanza, spalancandolo alla totalità dei gentili, si proponevano di smascherare errori e camuffamenti dei culti idolatrici del politeismo antico, incardinato nelle istituzioni del potere mondano, così come l’insufficienza della legge mosaica e i limiti insuperabili delle filosofie autocostruite dall’uomo alla ricerca del volto segreto dell’Assoluto. Non a caso, scrive papa Benedetto, “per noi cristiani Gesù Cristo è il Logos di Dio, la luce che ci aiuta a distinguere tra la natura della religione [si potrebbe chiosare: della vera religione] e la sua distorsione” (p. 13). La presa di distanza si configurò, insiste l’autore, come un oltrepassamento “estremamente critico” (p. 12). A seguito dell’incarnazione, “l’unico Dio entra nella storia delle religioni e depone gli dei. […] Il cristianesimo venne percepito come liberazione dalla paura nella quale la potenza degli dei aveva imbrigliato gli uomini. In fondo, il possente mondo degli dei crollò perché entrò in scena l’unico Dio e pose termine alla loro potenza” (p. 18). L’“intera contesa della storia delle religioni” termina con “la vittoria dell’unico vero Dio sugli dei che non sono Dio” (p. 19).

Ma cosa rese possibile l’esito rivoluzionario di questo disincantamento emancipatore dei fondamenti estremi dell’esistere? Papa Benedetto su questo non nutre il minimo dubbio. Anche qui smentendo un sentire largamente diffuso tra gli stessi ammiratori che lo seguono più da vicino, la sua ricostruzione storica invita a tenere fermo che il fattore scatenante non vada cercato all’interno della sola forza trasformatrice della nuova religione cristiana, ma prima di tutto nell’alleanza che questa sentì la necessità di stabilire, nella dinamica del suo stesso costituirsi, con quanto di meglio si poteva scovare nelle risorse, pure in sé inadeguate e parziali, della sapienza filosofica elaborata dalla civiltà antica. Da questo patrimonio furono estratte le parole chiave della fede neotestamentaria, il suo linguaggio espressivo, le categorie fondamentali della dottrina sviluppata nel travaglio dei primi secoli, persino le armi della polemica contro l’illusorietà menzognera delle visioni tradizionali del mondo contro cui il cristianesimo dovette lottare per farsi spazio. Il contatto tra il monoteismo giudaico che attendeva di essere portato a compimento e la ragione fecondata dalla fioritura del pensiero greco nel contesto antico e nella grande koiné dell’ellenismo fu il vero “evento rivoluzionario” che capovolse il senso della storia universale centrata sui rapporti tra l’uomo e l’alterità non dominabile della pienezza del divino. Per questo, prosegue papa Benedetto, “la fede cristiana poté presentarsi nella storia come la religio vera”. “La pretesa di universalità del cristianesimo si basa sull’apertura della religione alla filosofia. È così che si spiega perché, nella missione sviluppatasi nell’antichità cristiana, il cristianesimo non si concepì come una religione, ma in primo luogo come prosecuzione del pensiero filosofico, vale a dire della ricerca della verità da parte dell’uomo. […] In ultima analisi il successo di questa missione si basa proprio su tale incontro. […] Questo purtroppo, nell’epoca moderna, lo si è sempre più dimenticato. La religione cristiana viene ora considerata come prosecuzione delle religioni del mondo e ritenuta essa stessa come una religione fra o sopra le altre” (tutte le ultime citazioni da p. 34-35).

Come si vede, si tratta di affermazioni molto esplicite ed estremamente impegnative, che vanno in un senso ben diverso da quanto auspicato dai riformatori che, per ricondurre alla sua fisionomia autentica un cristianesimo oggi avvertito in crisi, auspicano la sua riduzione a un non ben definito ‘nucleo essenziale’, in buona sostanza spogliato, o comunque alleggerito di contenuti razionali in senso forte, passando attraverso quella che in anni recenti veniva etichettata come la “deellenizzazione del cristianesimo”. La posizione ribadita in questi ultimi scritti di Benedetto XVI è con ogni evidenza ben diversa. Qui si parte dalla netta convinzione che “la questione della verità” vada identificata con “quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto”, e che ancora oggi non può essere “messa tra parentesi”: la “rinuncia alla verità […] è letale per la fede”. “La fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà se tutto si riduce a simboli in fondo intercambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino” (p. 11). E ancora: per contrastare il rischio della degenerazione nell’intolleranza (la violenza dei totalitarismi religiosi lo conferma rischio reale anche nel presente dei nostri giorni) non si deve recedere dal principio che “il cristianesimo comprende sé stesso essenzialmente come verità e su questo fonda la sua pretesa di universalità”(p. 35; le sottolineature sono mie).

La radicalità dell’appello al sostegno della ragione ‒ una ragione ovviamente dilatata, aperta alla totalità di un vero che si svela attraversando i diaframmi che lo tenevano celato e solo oscuramente decifrabile a fatica ‒ è senza mezzi termini spiazzante, tutt’altro che uno stereotipo scontato. Passano in secondo piano le dinamiche persuasive del bello e del buono, per far di nuovo emergere il primato che chiede di presidiare lo spazio tradizionalmente riservato (o che è da restituire) al riconoscimento di ciò che è oggettivo e si impone all’evidenza per la sua trasparenza rivelatrice: si potrebbe parlare di una risoluta riproposta del primato dell’ontologia rispetto alla dimensione dell’etica e così pure rispetto all’esperienza del fascino ‘estetico’, della pura attrattiva di un gusto percepito esistenzialmente, o forse sarebbe meglio dire sentimentalmente.

Il GIUSTO? non uno “contro” ma sempre “PER”!

Si è svolta (10 marzo) in località Pontecurone (c/o Tortona) un’affollata manifestazione studentesca per la Giornata europea dei Giusti (6 marzo). Nel centro del paese è stata posta una targa a futura memoria di ben 8 nuovi Giusti, riconosciuti dalla Yad Vashem di Gerusalemme, tutti regolarmente religiosi appartenenti al carisma di San Luigi Orione, che è nato qui a Pontecurone. Questi religiosi, durante il II conflitto mondiale, precisamente dopo l’otto settembre, mentre c’era l’occupazione tedesca dell’Italia del Nord, hanno salvato centinaia di ebrei con relative famiglie dalla deportazione nei lager nazisti del Nord Europa.

La famiglia orionina su input di Pio XII aveva costituito una rete clandestina di uomini coraggiosi, ancorché preti o suore, che da Torino a Genova a Roma e nella zona di Alessandria operava, anche a rischio della propria vita per nascondere o far espatriare gli ebrei: don Carlo Sterpi, don Gaetano Piccinini, don Giambattista Lucchini, don Enrico Sciaccaluga, don Giuseppe Pollarolo, sr. Maria Manente, don Lorenzo Nicola, sr. Stalislaa Bertolotti. L’iniziativa degli studenti ha poi acquistato un significato particolare perché questa targa era stata “vandalizzata” l’anno scorso ad opera di balordi e poi perché nella targa è stato aggiunto un nome che prima non c’era, don Carlo Sterpi, che lo Yad Vashem di Gerusalemme solo di recente ha riconosciuto Giusto tra le nazione. A rendere particolarmente degna di nota l’iniziativa di quest’anno è stata la presenza-oltre un folto numero di abitanti- di ben 87 studenti delle scuole De Amicis e Zanardi di Pontecurone con i rispettivi insegnanti. Pur presenti le autorità, dal sindaco di Alessandria a quello di Pontecurone e i rappresentanti di numerose associazioni cittadine, sono stati gli studenti i protagonisti che, prendendo in pubblico il microfono, hanno fatto conoscere le gesta di questi Giusti, che loro avevano studiato in classe nelle ore di storia. E poi c’è stata per la prima volta la presenza del nuovo Vescovo di Tortona, Guido Marini che ha fatto capire ai ragazzi come oggi si diventa giusti. Prendendo lo spunto dai Giusti si è chiesto da dove questi abbiano potuto trovare il coraggio di rischiare la vita per gli altri, ebrei e non. La risposta poteva sembrare scontata: forse perché amando Cristo non potevano nn soccorrere il prossimo? Troppo scontato! Il vescovo ha precisato invece che bisogna stare attenti a quel che diceva don Carlo Sterpi, l’ultimo dei Giusti che è stato inserito nella nuova targa restaurata. Don Sterpi diceva sempre a se stesso : ” se seguo quell’uomo anch’io diventerò come lui”: si riferiva a San Luigi Orione, un gigante nell’aiutare il prossimo. Di lui si ricorda infatti che nel terremoto di Messina del 1908 si era precipitato laggiù – all’epoca un viaggio pericoloso- per assumere il ruolo di coordinamento dei soccorsi! Che dire poi anche del terremoto della Marsica dove si era occupato degli orfani ( adottandone un bel po’) che avevano perso i genitori sotto le macerie? Don Sterpi vedeva in don Orione un vero uomo. Il vescovo ha voluto con questi riferimenti sgomberare il campo da ogni equivoco: non si diventa uomini veri o non si va a Dio a forza di volontà e scrupoli ma seguendo il fascino e l’attrattiva di qualcuno che è vero, che è “giusto”. Tutti possiamo esser giusti, non solo perché ci si educa -come a scuola- con gli esercizi o, meglio, allenandosi a riconoscere volta per volta (e perciò a non tradire) ciò che è vero, che è buono, che è bello e giusto ma soprattutto seguendo chi su questa strada è più avanti di noi. E c’è sempre qualcuno che ci precede nell’essere più vero. Da qui l’invito del Vescovo Guido a fare ogni giorno la cosa “giusta”: seguire una amicizia giusta, amici giusti che son capaci di studiare- giocare- divertirsi avendo come scopo che nulla è più bello, perciò più umano, che dare la vita per gli altri, come lo stesso Gesù ha insegnato per primo …a tutti e anche a questi otto giusti!! Alla fine sono stati lanciati verso il cielo tanti palloncini quasi a ricordare che sotto questo stesso cielo ancora oggi muoiono tanti innocenti in terra ( vedi guerra in Ucraina e non solo) e in mare (vedi la tragedia di Cutro).

Un anno di guerra in Ucraina: che cosa è cambiato e quale speranza può ancora sostenerci

Proseguono le testimonianze sul primo anno di guerra affidate alla rivista “La Nuova Europa”. Svetlana Panič, una russa espatriata, riflette sul significato più profondo della parola “speranza” e sul senso del tempo, apparentemente schiacciato ormai solo sul presente: “Oggi per me lo spartiacque invalicabile passa fra chi ritiene che esista una ragione ‘di Stato’, metafisica o comunque superiore per cui si possa invadere la terra altrui e uccidere i suoi abitanti, e chi pensa che la guerra sia un male assoluto e indiscutibile. È cambiata la concezione stessa della parola ‘nostri’, che non si riferisce solo a quelli con cui condividiamo il modo di pensare e ‘le citazioni’, ma soprattutto a coloro con cui puoi stare insieme dentro una comune speranza”. Andrej Desnickij, espatriato a Vilnius, parla del tradimento dei chierici e di una nuova speranza per il futuro: “La guerra è la tragedia della separazione. Ma anche una possibilità di incontri”. Il filosofo Massimo Borghesi lancia il suo grido di dolore per una guerra fortemente voluta da Putin e strisciata per otto anni nel colpevole silenzio delle diplomazie internazionali, che non lascia intravedere al momento alcuna via d’uscita. L’Europa sembra così sempre più spettatrice impotente: “Oggi ‘la guerra in Ucraina è sulla scala strategica del mondo scontro fra Russia e Stati Uniti d’America’ (Caracciolo), non primariamente guerra tra Europa e Russia. L’Europa è divisa, dilaniata essa stessa al suo interno, sulle misure da adottare. Succube del grande gioco. Impotente, perciò, a mediare, a indicare soluzioni. Questa è la vera tragedia nella tragedia: essere spettatori di una guerra e non essere in grado di intravedere soluzioni che possano porvi fine”. Infine, l’archimandrita ortodosso Kirill Hovorun, ucraino, denuncia la contraddittoria ideologia “Cristo-fascista” putiniana che da ben prima del 2014 aveva prearato la guerra all’Ucraina: “L’ideologia del ‘mondo russo’ estrapola l’idea della purezza della fede applicandola al piano socio-politico e inscrive sui suoi vessilli slogan di lotta per ‘i valori tradizionali’ contro il presunto Occidente moralmente corrotto”. 

“Un anno che ci ha cambiato” – 2, in “La nuova Europa”, 24 febbraio 2023

Ucraina, 24 febbraio 2023: dopo un anno la vera sorpresa è la resistenza del popolo ucraino

A un anno esatto dall’inizio dell’aggressione putiniana all’intera Ucraina e dopo otto anni dall’inizio del conflitto di frontiera nel Donbass, il fatto davvero stupefacente è che l’Ucraina, oggi, ancora resiste. Certamente resiste l’esercito, sostenuto dall’Occidente, ma innanzitutto resiste il popolo ucraino, che ha mostrato un coraggio e una volontà di tenuta su cui nessuno, un anno fa, avrebbe scommesso. La rivista “La nuova Europa”, che in questo anno di guerra ha sempre offerto uno sguardo originale al di là dei calcoli politici, pubblica una riflessione a più voci: padre Mauro Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense, e Elena Zemkova, dissidente russa esponente di “Memorial”, ci testimoniano l’attenzione all’umano e la resistenza morale; l’ex ministro agli esteri Mario Mauro suggerisce un punto di osservazione storico-politico: “La vera sorpresa di questa guerra è nella reazione del popolo ucraino”; infine il poeta dissidente bielorusso Dmitrij Strocev documenta una resistenza culturale e umana dinanzi ad una guerra pianificata ben prima dell’aggressione russa per interposta persona al Donbass nel 2014.

Russia-Ucraina: un anno che ci ha cambiato – 1 , in “La nuova Europa, 22 febbraio 2023.

LineaTempo #32

Da qualche anno si è affacciata anche in Italia la “scommessa” dei Licei quadriennali.

Dopo il successo del primo ciclo di sperimentazione, all’inizio di un secondo e più ampio ciclo, LineaTempo nel numero 32, dal titolo Licei quadriennali: una scommessa fondata? Esperienze e progettazioni di un nuovo modello scolastico, ha operato un’attenta ricognizione sul senso culturale-educativo di questa innovazione.

Si è puntato a far emergere le caratteristiche più significative sul piano pedagogico-organizzativo di diversi progetti in corso, per comprendere i principali nodi problematici che questa sperimentazione solleva.

I contributi, predisposti nella prospettiva di un sapere riflessivo sull’esperienza, offrono un ampio spettro di riflessioni sul senso della sperimentazione e sulle sue prospettive future.

Andrea Caspani – Il “cantiere” del quadriennale: una introduzione

Roberto Pasolini – Uno scenario di innovazione per la scuola italiana: i percorsi quadriennali

Giacomo Ferrari – Il Quadriennale: un profilo educativo, culturale e professionale rinnovato del Liceo

Martino Frizziero – La genesi di un quadriennale: un modello responsabilizzante-comunitario

Roberto Pasolini – Il Quadriennale: un percorso ordinamentale innovativo e di qualità

Simona Favari – Il Liceo quadriennale come leva per l’innovazione

Matteo Asti – La rielaborazione dell’asse umanistico nella prospettiva di un quadriennale

Emanuela Centis – Il processo pedagogico-educativo in un quadriennale

Davide Silvestri – La dimensione umanistico-letteraria nella Scuola italiana di Atene

Prospero Argena – La dimensione storico-filosofica nella Scuola italiana di Atene

Luigi Pati – Paola Zini – La valenza pedagogica del modello quadriennale

Per i Percorsi culturali e didattici viene presentato un nuovo interessante documento ministeriale sulla didattica della Frontiera Adriatica e una originale proposta di didattica della storia su Trieste.

Nei Segmenti appaiono: un’ampia riflessione su Dante e le grandi questioni escatologiche, la ricostruzione storica della crisi sino-taiwanese negli anni ’50 e l’analisi del rapporto tra l’opera di  Å ostakovič e la morsa del totalitarismo in cui è vissuto.

In Recensioni ed eventi una recensione del libro di Carlo Ossola, Personaggi della Divina Commedia, che presenta la Commedia come un «teatro d’anime viventi» e la recensione dell’acuta (e quanto mai attuale) lettura del poema omerico fatta da Simone Weil in L’Iliade o il poema della forza.

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