Un libro da scoprire, uno scienziato libero da conoscere

Recensione di Aude Dugast, Jérome Lejeune. La libertà dello scienziato, Cantagalli, Siena 2023 (p. 478).

Nella biografia: Jérome Lejeune. La libertà dello scienziato, a cura di Aude Dugast, si legge che Lejeune

«aveva un entusiasmo indescrivibile per la ricerca della cura che avrebbe potuto aiutare i bambini affetti da sindrome down e anche di quelli portatori della sindrome “x fragile” [causa ereditaria di disabilità intellettiva e di autismo]».

Personalmente ho avuto la grazia di incontrare Jérome Lejeune nel 1985 a un incontro al Meeting di Rimini. Può sembrare banale, mi colpirono di lui “quel” suo sorriso, il linguaggio semplice e chiaro, l’amore per tutti i bambini, nati o non ancora, soprattutto per i bambini con la sindrome di down.

Nel libro della Aude, che è anche postulatrice della causa di beatificazione, vi si legge che egli prendeva in braccio i suoi piccoli pazienti per visitarli e, con i suoi occhi blu come il cielo, li guardava e li visitava con amore, comunicando ai genitori presenti un modo diverso di porre lo sguardo sui figli. Un genitore disse:

«Non siamo più soli, abbiamo questo medico con noi. Guardava Paul come se avesse un principe davanti a sé. Si vedeva come Paul avesse un valore immenso ai suoi occhi».

Jérome Lejeune credeva fermamente nel giuramento di Ippocrate e quindi il suo proposito era:

«Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale e neppure fornirò mai ad una donna un mezzo per procurare l’aborto».

Il medico infatti giura di curare, non di uccidere. Sosteneva che il cristianesimo è l’unica religione che dice che il modello per l’uomo è il bambino. Sostenitore coraggioso in tutte le sue conferenze della difesa della vita fin dal primo istante del suo concepimento, ebbe come risposta al suo coraggio spesso la diffamazione. Jérome comunque non ha mai cercato di difendersi, ma solo ha provato a correggere le menzogne e gli errori che gli venivano imputati.

Conobbe bene Giovanni Paolo II e fu colpito dalla figura di quel papa, che egli definiva estremamente buono e intelligente:

«Ha una meccanica intellettuale di qualità eccezionale. In un raduno si trovavano con lui un inglese, uno spagnolo, un italiano, due francesi, un ucraino e un portoghese. È iniziata una discussione e il Santo Padre ha parlato di un argomento insolito per lui, a ciascuno nella propria lingua, senza apparente difficoltà nel passare dall’una all’altra».

Con William Liley, lo scopritore dell’amniocentesi, grazie alla sua scoperta del cromosoma 21, avrebbe voluto portare avanti la difesa della vita in utero, invece si rese conto con grandissima amarezza che le scoperte di entrambi venivano usate non per curare, ma per sopprimere le creature ammalate. Conobbe il re Baldovino, che si rifiutò di firmare la legge che autorizzava l’aborto e affermava che piuttosto che essere responsabile della morte di uno solo dei suoi sudditi innocenti, avrebbe scelto di abdicare. Baldovino ricevette Lejeune a Palazzo Laeken per un incontro sul contenuto del quale Lejeune mantenne sempre la massima discrezione, ma in un’intervista rivelò che il sovrano, alla fine della loro conversazione, gli chiese di dire una preghiera insieme.

Ammirato e stimato ovunque nel mondo, invitato a parlare in convegni scientifici negli Stati Uniti, in Australia, Inghilterra, in America Latina e in tante altre parti del mondo, cercò tuttavia di non fare mancare mai la sua presenza in ambito familiare e quando era lontano scriveva sempre alla moglie Birthe per raccontarle ciò che accadeva. Non fece mai mancare il suo affetto e le sue premure nei confronti dei cinque figli, dei 20 nipoti e dei due fratelli che teneramente lo hanno assistito negli ultimi giorni della sua vita.

Mappe #30

Piccole cose di questo mondo di Enzo Riboni

Di minime e familiari presenze che sostengono la vita è popolata la poesia di Enzo Riboni: «Le veglie a Capodanno / sale da ballo nel weekend / tu al centro dell’orchestra / per guadagnare un po’ di più / E poi di notte e di mattina / senza mai tregua in settimana / chino a cucire astucci / forzato a respirare / i micidiali fumi d’anilina» (p. 15). Frammenti del passato e dell’infanzia si ricompongono come tracce – umili e labili ma pur sempre segni di una «grazia ardita» – di un mondo ormai scomparso ma ancora capace di emettere segnali luminosi: «Ci trovavamo al prato / le sere d’estate / una rotonda con un po’ d’erba / tre alberi / forse / con le corse / dopo il tunnel di Greco / di noi bambini / nel profumo cieco / di un’infanzia che va in fumo» (p. 17). Sono queste le piccole cose di questo mondo che sono offerte in sorte a noi umani: una nevicata vista con gli occhi di un bambino «ai piedi di Milano / sotto le scarpe con la suola / di para» (p. 21), una Milano dimenticata e segreta con i «film del cinema ABC» (p. 22) o il naviglio della Martesana verso cui correre e bagnarsi. Lo sguardo è quello di chi è in ricerca di universi più grandi di noi, consapevole di essere solamente «un punto / ma vivo quanto vale» (p. 39) e allora occorre alzare gli occhi al cielo verso altre «frotte di stelle» (p. 40) cercando lampi di luce come nella bella poesia che porta il titolo di La spiegazione. Qui tempo, storia universale e storia individuale si fondono in una folgorante visione: «E trovai proxima Centauri / che appare con la faccia / di quattro anni avanti / e Sirio l’Alpha Canis / al tempo che Annarosa / s’iscrisse al Beccaria / e poi Procione e Altair / e Vega / lampo di luce nato / col parto del millennio / tra lo splendor di Rigel / comparsa a ricordare / la guerra al Barbarossa / così che assai lontano / brillan le luci di Deneb» (p. 40). Basta poco perché le “umane cose” possano rinascere: tornare a guardare la promessa di «un bagliore di luce di lago» (p. 86) o di «una collina verde / di fronte alla terrazza / e di notte / un presepiar di luci» a Rapallo (p. 93) perché il cuore possa riempirsi nuovamente di bellezza e riprendere finalmente il suo battito.

(Massimiliano Mandorlo)

Enzo Riboni, Piccole cose di questo mondo, Viterbo, AttraVerso, 2026, pp. 108, € 15.

Rothko a Firenze. Una mostra da non perdere

Nella città che ha ispirato Mark Rothko una ricca retrospettiva del suo disegno sul mistero della vita

di Giulia Sponza

Qualcosa forse di magnetico cattura il visitatore quando impatta direttamente l’opera di Mark Rothko. Fino al prossimo 23 agosto, a Firenze presso le sale di Palazzo Strozzi, è offerta al pubblico tale opportunità.

Inaugurata il 14 marzo scorso, la retrospettiva Rothko a Firenze non si limita a stupirci con i settanta dipinti – alcuni dei quali inediti – esposti, ma ci propone anche una selezione di tavole dell’artista allestite nelle celle del museo di San Marco: si tratta di enigmatici capolavori accostati agli affreschi del Beato Angelico le cui opere a tal punto colpirono Rothko da farlo ritornare almeno tre volte dagli Stati Uniti in Italia e più precisamente a Firenze. La città italiana, riconosciuta dall’artista come inesauribile fonte di ispirazione, alimentò la sua produzione non solo a motivo del Beato Angelico, ma anche grazie all’opera di Michelangelo: la biblioteca Laurenziana, progettata dal Buonarroti nella prima metà del XVI secolo, ospita anch’essa, in occasione della mostra, alcuni dipinti dell’artista contemporaneo.

Dentro l’opera di Rothko: lo sguardo del figlio

C’è un testo prezioso, autore suo figlio Cristopher, che aiuta a penetrare l’intera produzione di Rothko. Eloquente il titolo: Mark Rothko. Dentro l’opera, Marsilio Arte, Venezia 2015. Parlo di eloquenza del titolo perché l’espressione «dentro l’opera», segnala l’intenzione comunicativa, quasi sempre implicita, che si cela nelle tavole di Rothko, intenzione che il figlio ha saputo intercettare con singolare lucidità evidenziando come, nel padre, l’uomo fosse così profondamente intrecciato all’opera da infondere ad ogni dipinto lo spirito altamente umano che lo animava.   

Posto che la scelta migliore sarebbe quella di recarsi personalmente a Firenze per visitare la mostra, mi permetto tuttavia qualche suggerimento di…  metodo: rimanere spiazzati di fronte a un’arte di non immediata comprensione – e quella di Rothko lo è – rappresenta infatti un rischio sempre in agguato. Innanzitutto, va detto che Rothko era un solitario. Pur conoscendo il mondo dell’arte, quando si apprestava al suo compito espressivo, sceglieva di accantonarlo. Il bisogno di intimità con la sua opera andava di pari passo con la ricerca di uno spazio interiore difficilmente sacrificabile. Afferma il figlio nell’introduzione al sopracitato volume: «Mio padre non era un eremita, ma certamente la sua ricerca della verità, fondata sulle sue riflessioni, era monacale».

Nel cuore dell’arte di Rothko

Anche per Rothko – come per altri artisti coevi – avviene il passaggio da una prima fase figurativa fino agli estremi confini dell’astrazione. E tuttavia, pur modificando modi e tecniche, lo scopo del lavoro di Rothko è rimasto il medesimo: l’espressione della condizione umana.

Di fronte all’inevitabile disagio che ti assale guardando le vaste tavole di questo artista, non è certo la comodità che va ricercata, né tanto meno il tentativo di spiegare le soluzioni tecniche perseguite. La parola detta o scritta non farebbe che disturbare l’esperienza di questi dipinti. Si tratta infatti di opere destinate ad evocare, non a descrivere. A questo proposito va ricordato che appartiene alla sensibilità e all’animus dell’artista la scelta di non titolare quasi nessuna delle sue tavole, ma piuttosto di numerarle per non distogliere il riguardante dal fissare la misteriosa vacuità di ogni superficie. Siamo così invitati ad entrare nell’opera per assaporarne la silenziosa enigmaticità e immedesimarci, come ha saputo fare il figlio Cristopher, con il geniale ascetismo del padre mentre scopriva la religiosità composta dell’Angelico e il tormento drammatico di Michelangelo.

Ognuno potrà quindi decidere come approcciare le opere di Rothko: se rifuggire il disagio che la loro vista suscita, liquidando il proprio imbarazzo fino a banalizzare tutto quanto si fatichi a comprendere, o se invece accettare la provocazione celata in ogni tavola, lasciandosi ferire dai colori accesi, dalle vibranti trasparenze, dalle mastodontiche dimensioni di quei dipinti. Rothko sembra invitare ciascuno a confrontarsi con la sproporzione destata dalle sue opere. Sproporzione che, lungi dal volerci schiacciare, si rivela piuttosto come il pertugio per ritessere un dialogo muto con il mistero.  

Lineatempo #42

Dossier

  • Sante Maletta – Un pensiero vivo tra passato e futuro
    Introduzione al dossier
  • Chantal Delsol – La questione dell’esistenza
    Arendt e de Martino in risposta a Heidegger
  • Costantino Esposito – Ripensare la nascita: nuove implicazioni
    Cosa significa che gli uomini sono esseri finiti?
  • Laura Boella – La nuova condizione umana
    La riflessione della Arendt apre nuove possibilità di comprensione dei mutamenti in corso
  • Sante Maletta – Etica, politica e ‘cura dell’anima’
    I presupposti che consentono agli uomini di mantenere una coscienza critica
  • Mariano Vezzali – Tra passato e futuro
    L’antropologia filosofica di Hannah Arendt
  • Alessio Albasini – Hannah Arendt e la modernità
    La vita, e non il mondo, è il bene più alto per l’uomo
  • Francesco Bertoldi – Antidoti antitotalitari nel pensiero della Arendt
    Analogie dell’oggi con il passato
  • Andrea Caspani – Oltre la Arendt: Eichmann dal processo alla storia
    Alla ricerca dell’autentica personalità di Adolf Eichmann

Segmenti

  • A cura di Angela Maria Mazzanti e Anna Penati Bernardini – L’Istituto Lombardo ricorda Marta Sordi
  • Giorgio Cavalli – I cattolici dalle opere di solidarietà alla politica
  • Alberto Rizzi – Per una filosofia dell’attenzione. Una cura per i malesseri dell’anima
  • Metelda Lupori – Martino
  • Giuseppe Botturi – Perché la memoria viva
  •  Laura Veregallo Levi – Il Naufragio – L’epopea del Pentcho

Recensioni ed Eventi

  • Un giallo anomalo: un’indagine sulla sospensione del lutto (a cura di Diego Picano)
  • Educare l’io alla relazione (a cura di Giulia Sponza)
  • La bellezza del fare: lo stilista Luciano Grella (a cura di Silvana Rapposelli)
  • La fecondità del pensiero di san Tommaso sulla bellezza (a cura di Giuseppe Brienza)
  • Un san Francesco presentato nella sua esperienza quotidiana (a cura di Caterina Gatti)

In Memoriam

  • Giulio Zennaro – Gli amici di LineaTempo

Mappe #29

La poesia terrestre di Iolanda Cuscunà

Al di là delle etichette, oggi diremmo dei tag, che frazionano la realtà in contenitori senza contenuti, un filone poco battuto dalla poesia contemporanea, troppo ripiegata forse su ombelichi che quasi mai coincidono con il centro del mondo, mette in primo piano la questione del “bene comune”. Una poesia dunque da intendere come azione pubblica che nasce nella e per la polis e che vorrebbe rivolgersi a una comunità più ampia del pubblico dei lettori di versi. Con Il sogno di Esaù, Iolanda Cuscunà ci mostra ad esempio la possibilità di una poesia ecologica senza ecologismi, centrata sulla matericità degli elementi, terrestre, localizzata a partire dalla lingua (il siciliano di Catania) in una geografia che non è «terra promessa» ma spazio familiare minacciato dalla ‘bestialità’ antropica: «Sulu di omini po’ moriri un ciumi» (“Solo a causa degli uomini può morire un fiume”), scrive la poetessa nel solco di Danilo Dolci, maestro ideale di questa poesia. Così quello di Cuscunà non è il grido di allarme di una Cassandra catastrofista, bensì l’atto di amore di una creatura che pure sotto un sole feroce («U suli m’abbrucia»), «st’occh’i suli / ca non s’astuta» (“quest’occhio di sole / che non si spegne”), contrappone la veemenza sorgiva della parola alla desertificazione del rapporto uomo-ambiente. Se da una parte allora la carnalità disperata del sogno di Esaù ci riporta a un’Apocalisse imminente  («Tutta l’acqua / r’i ciumi / r’i laghi / r’i funtani, / addispirata, / si jttau ndo mari», “Tutta l’acqua dei fiumi dei laghi delle fontane, disperata, si è buttata in mare”), dall’altro la vena della salvezza continua a scorrere, anche carsica, in una umanità che si risveglia in tempo, un attimo prima di collassare: «Si sveglia Esaù / nell’aria ancora il profumo delle zagare / nelle orecchie la voce dell’acqua».

(Pietro Russo)

(Iolanda Cuscunà, Il sogno di Esaù, Nous editrice, S. G. La Punta (Ct), 2025)

Dorme Esaù
di ritorno dalla campagna
la zuppa ancora calda
nello stomaco

sogna
palummi niuri
niuri cunigghi
volare e correre nel campo
beccare, mangiare
semi di lenticchie
buoni per la zuppa

(colombe nere / neri conigli)

sogna
campi arsi
latrare una macchia
grigia e scarna
ca non avi paci e mancu abbentu

(che non ha pace nè riposo)

quattru ossa
cu na lingua longa
ca va circannu l’acqua
ma acqua non ci nn’è

(quattro ossa con una lingua lunga / che va cercando l’acqua / ma acqua non ce n’è)

Il Libano, punto di partenza per la pace in Medio Oriente

Una riflessione intorno al film L’insulto, di Ziad Doueiri (Libano, 2017)

Il Libano che ormai da decenni ospita sul proprio territorio profughi palestinesi (oltre 1,5 milioni su 4 milioni di abitanti) e ora anche siriani, vive una situazione drammatica, aggravata dalla presenza ancor più ingombrante nel sud del paese di Hezbollah, le milizie armate agli ordini di un paese straniero. Il film L’insulto, uscito quasi dieci anni fa, è un aiuto a farci comprendere, come forse nessun’altra produzione, quello che sta accadendo in quel martoriato paese.

Il film L’insulto, prodotto nel 2017 in Libano, Francia, USA, Belgio e Cipro, dura circa 110 minuti e porta la firma del libanese Ziad Doueiri, regista e sceneggiatore. Due gli attori protagonisti: il palestinese Kamel El Basha e il libanese Adel Karam. La storia è ambientata nella Beirut ormai pacificata a quasi trent’anni dalla guerra civile (1975-1990) e mette a tema la futile lite tra un cristiano maronita con un ingegnere palestinese, che degenera al punto da finire in tribunale e diventare un caso mediatico. Un insulto, che si poteva risolvere con delle semplici scuse, si trasforma però in un caso nazionale.

I protagonisti Tony Hanna, un meccanico, e Yasser Abdallah Salameh, un capo cantiere, a un certo punto non si riconoscono più nella situazione che si è venuta a creare, perché essa è andata al di là delle proprie intenzioni. Si assiste poi all’entrata in scena di personaggi minori ma importanti, come le mogli, e a un vivace dibattimento processuale, che porta alla luce diversi retroscena dei due protagonisti.

Si viene così catapultati nel ricordo dei massacri compiuti dalle milizie delle Forze Libanesi di Bachir Gemayel e dall’OLP di Yasser Arafat. Tutto questo per dire – nella visione del regista – che il Libano è una polveriera sempre sul punto di esplodere. Ma, più ancora, forse per dire che la resistenza di Tony e Yasser a voltare pagina ha radici così profonde che per loro non è così facile riuscirvi. Essi rifiuteranno perfino l’appello del Presidente della Repubblica libanese, che vorrebbe che fossero di esempio ad una pacificazione nazionale. Ma fra i due non ci può essere pace, perché nessuno dei due ha fatto pace con la propria storia! Tony con la strage di cristiani a Damour (1976) per mano dei fedayn palestinesi, e Yasser con Sabra e Chatila (1982), strage avvenuta per mano delle milizie cristiane. Ci può essere pace “giusta e duratura”, se non si rimuovono le cause del contendere? Possibile che in tutto il Medio Oriente il solo Libano debba farsi carico dei profughi palestinesi (e oggi anche di quelli siriani)?  Possibile che i palestinesi non debbano avere una patria? E Israele poi deve vivere sempre sotto l’incubo del terrorismo? Questioni colossali.

Il film non lancia messaggi, ma vuole solo segnalare che il Libano è un dramma irrisolto del Medio Oriente. Un capolavoro è la scena della sentenza del Tribunale: salomonica, esemplare, inimmaginabile! Da manuale è il colpo di scena finale: Tony e Yasser si lasciano senza odio, ma con uno sguardo che dice tutta la distanza incolmabile tra di loro, ma che di più dice della distanza irriducibile di una pace senza giustizia. La giustizia fatta a un popolo è giustizia fatta alle persone, perché il popolo è una dimensione della persona. La pace senza giustizia è solo brace che cova sotto la cenere. A distanza di un decennio dalla sua uscita, il film mantiene un valore attualissimo: ogni rivendicazione identitaria soffoca nelle persone sia il cuore che il buon senso. La percezione dell’altro è destinata a svanire quando lo si incapsula in una definizione di religione, di razza, di nazionalità o di partito: così nascono le guerre così, per annientare un’idea dell’altro, si annienta… l’altro

Pippo Emmolo

Corso: Nuove prospettive per comprendere e insegnare l’Età Moderna

Gentile Amica/o della Storia,

ti segnaliamo il prossimo corso di Storia di DIESSE a partire dall’interesse che hai confermato nel sondaggio lo scorso anno.

NUOVE PROSPETTIVE PER COMPRENDERE E INSEGNARE L’ETÀ MODERNA

«La storia della nostra civiltà non può consistere in un’unica linea di sviluppo, che porta fino a un culmine moderno a cui possiamo guardare con ammirazione, ma che poi si rivela inevitabilmente limitato nei suoi effetti e temporaneo come esito.
Ciò con cui dobbiamo ora confrontarci presenta una molto più grande varietà e ben più pronunciate sfumature».
Paul Oskar Kristeller

Destinatari: docenti di scuola secondaria di I e di II grado.
Il corso è pensato per approfondire la conoscenza della complessità della storia moderna europea ed occidentale e per favorire l’innovazione didattica sul tema. Per comprendere meglio le novità storiografiche, specialmente sul periodo della prima età moderna, e per sviluppare percorsi didattici possibili sul periodo, il corso di formazione integra l’apporto di studiosi accademici con il sapere esperto di docenti impegnati sul campo nella didattica. Questa prospettiva viene adottata per rispondere meglio alle esigenze dei corsisti, docenti in attività nella scuola secondaria di primo e di secondo grado, che attendono indicazioni per un approfondimento culturale su alcuni nodi fondamentali della storia moderna e spunti di metodologia didattica e di programmazione.

Qui tutte le informazioni:
https://www.diesse.org/corsi

Iscrizioni dal 11 al 26 febbraio 2026
sul sito www.diesse.org, all’indirizzo
http://bit.ly/diesse-iscrizioni

70 € per docenti non soci di Diesse
50 € per docenti soci di Diesse 2026

Mappe #28

Cercare la polvere, cercare l’umano: il poeta Angelo Santangelo

In un certo senso si potrebbe dire che la polvere è l’unità di misura dell’umanità. Forte del magistero di Qohelet, il rito cristiano delle Ceneri ce lo ricorda annualmente in preparazione a quel tempo forte che è l’attesa dell’Evento cristologico. La Storia umana come fatto di polvere: narrazione che vede la polvere come suo soggetto e oggetto, dunque. L’indagine di Angelo Santangelo in Geografie della polvere muove da questo presupposto e sembra mirare proprio a una mappatura immane del passaggio terrestre, transitorio per antonomasia, dalla prima apparizione di carne al disfacimento molecolare («tutte / tutti e non ritorneranno più»), senza però perdere il senso generale di un orizzonte la cui profondità è dettata dalla fede, «come se oltre / ci fosse ancora una speranza: un uomo / che cammini folle immemore sull’acqua». La poesia di Santangelo, che procede per agglutinazioni di immagini e senso secondo lo stilema barocco dell’amato maestro Angelo Scandurra, si presenta nel segno del «richiamo bestiale / del corpo che vuole sobbalzare dalla sedia / ma non può», ovvero di una impossibilità a rispondere alle ragioni vitali se non per mezzo di un «sonno della ragione che non genera cerberi / draghi, ma astri e ancora astri su cui poggiare / teste dinoccolanti». La «frattura» e la conseguente fatica della ricomposizione dentro un ordine esente da conflitti emergono – e non a caso – come la cifra di Geografie della polvere; è uno «iato di poeta» che separa il dire dalla realtà. «Raccogliere e misurare la polvere / che lascia lo sparo radiale / nell’innocenza calibrata di un volto» è quanto resta da fare a Santangelo, cesellatore di tensioni trattenute: fustigatore delle miserie umane («È suddito l’uomo») e al tempo stesso cantore di improvvisi “sortilegi”, come «un sorriso a davanzale / su cui si poggia un mare / sconfinato di donna»; il tutto senza che la parola ceda di un granello alla polvere.

(Pietro Russo)

Angelo Santangelo, Geografie della polvere, prefazione di Raffaele Gueli, Milano, La Vita Felice, 2025, pp. 88, € 12,35.

Mappe #27

Due poesie di Giammarco di Biase, da Solo le bestie

Alla fine, una tessitura. Sembra un’unica poesia, la misura è la stessa, si fanno strada immagini ricorrenti. Davvero il libro è intessuto degli stessi fili, uno stesso sguardo allucinato e chiuso lega le parole. Scarti improvvisi, qualcosa che manca, la fine della frase si sposta spesso più in là. Come sempre, in un libro di poesia, occorre trovare da dove la voce sta chiamando e chi e cosa sta guardando. Con grazia sono nominati i parafernali dell’abuso e i medicinali della dipendenza. Ma nessun cedimento al dannatismo, a pose da rock star. Un profondo senso di tradimento è distillato in ognuna delle poesie, poesie gemelle, più che simili, dalla stessa controllatissima misura: quasi un unico testo, un unico latrato, lanciato oltre la voce, a pieni polmoni. Contro le assurdità crudeli che ci mangiano, ci inghiottono vivi, e ci sprofondano. Con voce filiale, ossia di chi legittimamente chiede, attende che gli sia dato, reclama il dono dell’esistenza, di una introduzione gioiosa, lieta, alla realtà, e invece si trova a maneggiare una distruzione, di più, una corrosione della promessa con cui veniamo comunque al mondo. Non si arrende al disastro, scopre la possibilità di rifare il mondo che si è mostrato così ostile. La voce prova le sue possibilità, come stendendo il collo e le braccia al risveglio: in tutta la Prima parte accosta immagini e si misura con la tradizione (in un sintagma come «nella stella lapidata»), cerca il proprio spazio. Poi, senza più nascondimenti, si distende e accetta il peso e il compito di dire le cose come stanno:

Ci sono colombe che sento attraversare
ed è il mio più vecchio ricordo. Tu, papà, chiuso
nella notte sul divano, adesso che sembrano
a ritmo le imposte, la luce a ghermire
il calco della colomba a ricordare che si esiste
solo premendo più fronti. Un cucchiaio sul parquet
sporco di emicranie segna l’ora dove non sono ammessi
figli ma solo medioevi fino ad arrivare al cesso
e vomitare è così splendido.

Il poeta aruspice degli uccelli, legge il volo delle colombe e la cadenza delle imposte come un invito: le stesse colombe, quelle presenti e quelle del ricordo lontano, portano in dono una scena difficile, sprofondata nella memoria eppure fondativa. Lo sguardo si posa sulle cose e ne resta a distanza, come sulla soglia. Traccia le coordinate di una stanza: il divano, le imposte, il parquet, il bagno lì vicino a qualche passo. Questa misura in fondo piccola e breve resta impossibile da attraversare: tutto è nominato da una separazione, da un’immobilità di bimbo. Nulla si deve chiedere a un bimbo, se non guardare, segnare dentro di sé una scena, dolorosa o no, adesso preziosa. La poesia trabocca di verbi infiniti, cinque, che aprono il respiro, in più occasioni preceduti dalla preposizione: nel tentativo di dare loro una direzione, uno scopo. La luce esterna prova a toccare chi era dentro, ghermisce l’abbandono di un padre «chiuso» due volte «nella notte» e «sul divano». Quel «tu, papà» non sfonda il silenzio, non è parola detta ma mentale, riporta una visione. Simbolo di una vita che inaridisce, incombe l’enigmatico «calco della colomba», il cui significato, altrettanto oscuro, è «ricordare che si esiste / solo premendo più fronti». Gli occhi inquadrano un altro oggetto inerte e tremendo per la sua incongrua collocazione: «un cucchiaio sul parquet / sporco di emicranie». È un segnale, questa volta, eloquente, decifrato: «non sono ammessi / figli». Un divieto che è obliterazione creaturale: in questa forma plurale si intravede un rifiuto troppo più grande del rifiutato, che lo supera e, in modo eccessivo, lo ignora due volte, lo calpesta. Il tragitto dal divano al cesso dà l’idea di un compimento: e resta da chiarire cos’è «splendido», se quell’ultima liberazione, pure ributtante, o il ricordo stesso.

Alla fine del libro, una tessitura insperata:  

La parola mi ha salvato. Ritorna al pane
mi ha detto, dimentica di tessere la croce

ai piedi di un figlio scanzonato. Orfano
tu che mi hai amato, tu che hai amato

tuo padre più di un tarlo respira un cielo
di cedro, una costellazione di zattere.

Ritorna al pane, alla pergamena, al filo

che piega, odora lieto lo sfogliare dei tetti

perché hai salvato il mondo con le dita.

È un nuovo invito, il mondo riacquista colore e profumo. La pergamena è un nuovo simbolo, di tessuto ancora vivo, possibile palinsesto. Si descrivono arcate, movimenti, gesti compiuti e da compiere: il «filo / che piega» è il movimento ora non più sottratto. Ma occorre dismettere una tessitura infeconda, «tessere la croce / ai piedi di un figlio scanzonato», e dare spazio a quel legno che non si inchioda al lutto: un legno che è «cielo / di cedro» e «costellazione di zattere», orizzonte e strumento. Bisogna trovare la parola che dica il nome più vero: prima di padre, prima di papà, dire figlio e orfano, riconoscere il mistero di un’alterità insuperabile, la tenerezza di un destino in fondo estraneo. Perché ci sono esistenze che restano ancorate alla loro origine, non si protendono avanti. Restano creature. E così devono essere giudicate, secondo questa loro natura. Solo le bestie scopre l’identità filiale di suo padre, e lo perdona.

(Pietro Cagni)

Giammarco di Biase, Solo le bestie, Milano, Marco Saya, pp. 68, € 12.

Lineatempo #41

Dossier

  • Maria Pia Alberzoni – Andrea Caspani – Conoscere Francesco attraverso i suoi scritti
  • Marcello Bolognari – «Beatus Franciscus scripsit manu sua»
  • Felice Accrocca – Dalle Regole al Testamento: un percorso difficile
  • Felice Accrocca – Le Ammonizioni: la Magna charta di una vita di fraternità
  • Attilio Bartoli Langeli – Le Lettere di frate Francesco
  • Attilio Bartoli Langeli – I Salmi di frate Francesco
  • Erminia Ardissino – San Francesco poeta: il Cantico delle creature
  • Maria Pia Alberzoni – Scritti di Francesco per Chiara e la comunità di S. Damiano

Percorsi

  • Francesco Bertoldi – Lo spirito di Francesco nella filosofia
  • Giampaolo Pignatari – La presenza di san Francesco nella letteratura del ‘900
  • Giulio Zennaro – San Francesco d’Assisi iniziatore del rinascimento del corpo
  • Emanuela Centis – Cantare Francesco: un percorso culturale e una mostra
  • Giulio Zennaro – Il Cantico di Frate Sole è un inno di lode e di ringraziamento
  • Davide Rondoni – Creatura: la parola più rivoluzionaria della nostra epoca

Segmenti

  • Alessandro Giostra – La guerra civile della Palestina: la Battaglia di Gaza del 2007 Alessandro Giostra
  • Silvana Rapposelli – Ada Negri, la figlia del secolo
  • Silvana Rapposelli – Un cappuccino nel campo di Ferramonti: padre Callisto Lopinot
  • A cura di Federico Sesia – Italiani di Slovenia. Intervista allo storico Kristjan Knez

Recensioni ed Eventi

  • Francesco: il punto di vista di Barbero (a cura di Anna Andreoni)
  • Francesco: il punto di vista di Cazzullo (a cura di Giulia Sponza)
  • Disarmare le parole per comprendere il presente (a cura di Giuliano Fasani)
  • Uno scultore normanno in cammino lungo la via Francigena (a cura di Silvana Rapposelli)
  • Imparare a guardare il limite per essere veramente liberi (a cura di Giuseppe Brienza)

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