Categoria: Voci per la scuola

Esperienze e proposte didattiche

Verbania. Un bell’esempio di progetto per la cultura dell’incontro

Lucia, studentessa di terza liceo delle Scienze Umane dell’Istituto “Cobianchi” di Verbania, intervista Leonid, suo compagno di scuola ucraino.  L’intervista è stata svolta all’interno di un progetto di educazione interculturale diretto dal prof. Vincenzo Rizzo, che cortesemente ci ha inviato il testo.

Mercoledì 4 maggio. Nella Biblioteca dell’Istituto Cobianchi di Verbania, ho incontrato Leonid, un ragazzo di origini ucraine, che è stato disponibile a collaborare con me allo scopo di scoprire e approfondire la struttura sociale, le storie e le tradizioni del suo paese d’origine e le differenze culturali tra l’Italia e l’Ucraina. Ci siamo seduti ad un tavolo in tranquillità e ho subito rotto il ghiaccio, chiedendo il suo nome e la sua storia:

“Mi chiamo Leonid, ho 15 anni e vengo dall’Ucraina, anche se vivo qui in Italia da quasi 7 anni. Frequento l’indirizzo informatico qui al Cobianchi e mi piace abbastanza studiare”.

Ho approfittato di questo inizio per chiedergli: “Siccome hai avuto la fortuna di osservare da vicino sia la cultura ucraina che quella italiana, secondo te quali sono le differenze principali tra questi due popoli?”.

“Per molti versi ci assomigliamo, ma ci sono comunque molte differenze: per esempio credo che gli ucraini siano sempre stati molto uniti tra di loro e con un forte senso di appartenenza alla società. Questo si può notare molto bene durante le festività, soprattutto quelle religiose: a Natale gli italiani si trovano a festeggiare con la propria famiglia e i cari più stretti, mentre in Ucraina i festeggiamenti avvengono anche con sei o sette famiglie numerose e unite”.

E qui la domanda mi è sorta spontanea: “E cosa mangiate durante queste feste?”.

“Molti cibi tradizionali, tra cui zuppe di cavoli e barbabietole e moltissimi piatti di carne speziata”. Si è fermato un attimo, pensieroso, e poi ha aggiunto: “Sai, pensare al cibo mi ha fatto ricordare un’altra differenza tra gli Italiani e gli Ucraini: voi siete inflessibili per quanto riguarda la tradizione, soprattutto se si parla dell’ambito culinario; guai se qualcuno cambia un ingrediente ad un vostro piatto tradizionale! A noi invece piace cambiare e provare cose nuove”.

A questo punto mi sono trovata sempre più incuriosita su cosa ne pensasse di noi Italiani e gli ho chiesto di elencarmi le cose che preferisce dell’Italia e dell’Ucraina:

“Dell’Italia apprezzo più di tutto i paesaggi, che sono vari ma sempre bellissimi, il cibo e il calore delle persone; dell’Ucraina invece adoravo il clima di spensieratezza della vita nelle campagne che c’era prima dell’invasione russa. Nessuno era ricco, ma tutti erano felici di quello che avevano e lavoravano volentieri per ottenerlo. Sembrava di vivere in un romanzo. Spero tanto che si riuscirà a tornare a vivere in quel modo”.

“Bene, abbiamo parlato dei lati positivi delle nostre culture, quali pensi che siano invece i punti critici di questi due popoli?”

Lui mi ha risposto subito, senza pensarci: “Gli Ucraini hanno una mentalità che, – anche se secondo me è positiva -, li sta danneggiando molto in questo periodo: sono abituati a lavorare molto duramente per ottenere qualcosa, e sono estremamente poco inclini ad accettare favori e aiuti di ogni tipo. Accettare un aiuto senza dare immediatamente qualcosa in cambio è visto come qualcosa di sconveniente, umiliante e addirittura maleducato. L’Italia invece ha il problema opposto, penso che gli italiani rinuncino troppo facilmente ai propri doveri e responsabilità, sia per quanto riguarda i doveri morali che il lavoro fisico. Per esempio qui ci sono moltissime persone che si dichiarano cristiane cattoliche ma non praticano, e questo per me è un controsenso: in Ucraina è rarissimo trovare una persona credente che non partecipa alle funzioni e alle varie ricorrenze religiose. Inoltre penso che purtroppo in Italia ci sia un po’ di razzismo”.

“A proposito di razzismo, come ti trovi qui a scuola?”

“Mi trovo in una classe un po’ problematica in generale, ma a differenza dell’anno scorso, grazie anche all’intervento dei professori, quest’anno non c’è stato nessun episodio spiacevole”.

Allora d’istinto gli ho chiesto: “A proposito di professori, cosa ne pensi degli insegnanti italiani rispetto a quelli ucraini?”

“Preferisco di gran lunga i professori italiani: in Ucraina gli insegnanti sono molto competenti e forse le lezioni sono più sostanziose; ma apprezzo moltissimo il fatto che qui ci siano parecchi professori che sanno come aiutarci e si mettono nei nostri panni, e a volte ci aiutano addirittura a risolvere i nostri problemi personali! Diventano un vero e proprio punto di riferimento, per lo meno per la mia esperienza, e apprezzo moltissimo tutto ciò”.

Questa è stata la sua ultima risposta, dopodiché ci siamo salutati e ognuno è andato per la sua strada, contento di ciò che aveva scoperto e imparato. Personalmente mi considero arricchita da questa esperienza e mi è piaciuto molto confrontarmi con Leonid rispetto alle nostre differenze culturali. Sono sicura che questa intervista sia stata utile ad entrambi, in quanto abbiamo imparato a ragionare secondo un altro punto di vista che, sebbene non sia completamente diverso dal nostro, ha le sue caratteristiche uniche. 

        Lucia Lori, 3°A LES, IIS “Cobianchi”, Verbania

La guerra nella guerra

Un’insegnante della scuola Regina Mundi di Milano racconta la storia di un’accoglienza creativa di una piccola bambina speciale, fuggita dall’Ucraina con la sua famiglia. Un confronto fecondo con lo sforzo di riforma del sistema scolastico nella direzione di una maggiore inclusione dei bambini fragili e svantaggiati.

Bimbi speciali in un vortice che fa perdere di vista tutti i punti di riferimento. Sono un’insegnante di sostegno nella scuola primaria, lavoro con un bimbo autistico di 6 anni e tutte le mattine da quando è scoppiata la guerra, entrando in classe penso alla vita oggi in Ucraina…rifugi improvvisati, metropolitane come case, sirene all’ordine del giorno, affollamenti, fretta, paura, angoscia. Vedendo entrare in aula il mio alunno così fragile nel suo rapporto con la realtà, una domanda mi esplode nel cuore ” Come potrebbe resistere lui, con la sua particolare sensibilità in una situazione del genere?”. Una guerra nella guerra. Tormentata da questo grido ho proposto ad alcuni amici di provare a metterci a disposizione in questa emergenza, con le nostre, se pur limitate risorse. La risposta è stata incredibile.  Nel giro di una settimana abbiamo allestito una sala messa a disposizione dai frati della mia parrocchia a Milano, per una prima accoglienza. Nello stesso tempo una cinquantina di persone si è messa a disposizione per eventuali bisogni che sarebbe emersi. Una gratuità assoluta e senza la preoccupazione di un esito. Abbiamo atteso alcune settimane fino a che è arrivata una telefonata. Alcuni amici stavano ospitando una famiglia arrivata dall’Ucraina, nonna, mamma, …e una bimba di 7 anni, autistica. Non serviva un luogo per farle dormire…serviva una compagnia. E così ci siamo trovati ad accompagnare questa famiglia. Abbiamo richiesto l’inserimento, per due ore al giorno, della bimba nella scuola paritaria dove lavoro, cosa che è stata possibile anche grazie al supporto di una volontaria che viene tutti i giorni a supportare le maestre. Intanto la mamma di Liza, che è il nome della nostra piccola, studia italiano in parrocchia con delle signore che fanno dei turni per coprire tutte le mattine. Un altro gruppo di amici si è reso disponibile per preparare i pranzi che vengono consumati insieme. Poi si aspetta Liza per accompagnarla nel resto della giornata. La sera poi mamma e figlia riprendono il treno che le riporta a Monza città in cui altri amici sono riusciti a mettere a disposizione un appartamento per loro. I miei bambini a scuola hanno accolto Liza come una regina e questo è ancora più commovente se si prende atto che in Ucraina non esiste ancora nella scuola primaria, che ha la durata di 4 anni, il concetto di inclusione e l’attenzione ai bisogni particolari degli alunni. Esistono le scuole speciali in cui vengono inseriti tutti gli alunni con le più diverse problematiche.

Il processo di riforma scolastica iniziato nel settembre 2017 vuole rinnovare e migliorare questa situazione, come si può vedere dalle note seguenti relative alla riforma  ancora in via di attuazione, per diffondere  una cultura accogliente di tutte le diversità. Negli ultimi cinque anni, il numero di studenti con bisogni educativi speciali che frequentano classi inclusive degli istituti di formazione professionale è aumentato di 7,1 volte; in quattro anni – un aumento di 5 volte il numero di classi inclusive e 3,7 volte il numero di scuole in cui sono organizzate tali classi; nell’anno accademico 2019/2020 l’istruzione inclusiva ha avuto luogo nel 35% degli istituti di istruzione secondaria generale. È stata costituita una rete di 610 centri di risorse inclusivi e 25 centri di risorse per sostenere l’istruzione inclusiva in tutte le regioni dell’Ucraina. La riforma vuole inoltre garantire, anche per le scuole primarie l’accesso all’istruzione per i bambini con bisogni educativi speciali.

Mi commuovo quando vedo e penso a questa mamma combattuta tra il desiderio di tornare a casa sua a Kiev e il desiderio di rimanere in Italia per far continuare a sua figlia un’esperienza scolastica completamente nuova ed entusiasmante, come sta vedendo accadere ora nella mia classe. Realmente la guerra ha fatto emergere più prepotentemente “una guerra nella guerra” che alcuni, come i nostri bambini speciali, sono costretti a combattere anche in tempo di pace. Desideriamo fare la nostra parte.  Abbiamo anche una grande domanda a Dio perché continui a rispondere e a costellare la strada di segni che aiutino le nostre mosse, le scelte, la costruzione di esperienze nuove e impensabili. Infine, ripartendo ancora dai bambini, ho visto la speranza nella la semplicità di una mia alunna che è andata a casa, ha preso la sua bambola di Masha (“Masha e orso” è un cartone animato russo!), l’ha fatta lavare e disinfettare dalla sua mamma dicendo: “Voglio portarla domani a scuola per regalarla a Liza”. La mattina dopo Liza stava girando senza sosta nell’auletta dove lavora. La mia alunna ha cercato di intercettarla per consegnarle il regalo senza successo…alla fine sono intervenuta io dicendo: “Facciamo così, mettiamola vicino alla finestra come una piccola vedetta. Liza può vederla ogni volta che entra”. Non scorderà mai la semplicità di quella bambina che posizionava, come fosse un’amica accogliente, la sua bambola di pezza con un sorriso così puro e libero, dicendo: “Guarda Liza, è per te”. Sì, basta un sì!

Elena Piantoni, Coordinatrice didattica attività di sostegno Scuola Regina Mundi, Milano

Dalla pandemia alla guerra, la sfida educativa non viene meno

“In tempi di pace relativa – scrive una dirigente scolastica – si è forse potuto affermare che la scuola non debba necessariamente rincorrere l’attualità, ma crediamo che questa volta sarebbe immorale non farlo. I nostri ragazzi implorano dai loro insegnanti non innanzitutto giudizi politici, ma categorie che aiutino a interpretare, altrimenti il frastuono dei social avrà il sopravvento…”.

Maria Grazia Fornaroli, La ginestra e l’Ucraina: seguire la realtà per educare fino in fondo

“Se decidiamo di guardare tutto il dolore del mondo, come facciamo a rimanere felici?”

Una ragazza di 3B scrive: “Questi sguardi colpiscono noi, noi che stiamo guardando da fuori la guerra tra i russi e gli ucraini. Noi cittadini che viviamo tranquillamente la nostra vita veniamo colpiti dall’evento e dagli sguardi di chi la battaglia la sta vivendo sulla propria pelle”. Una scuola si interroga sulla guerra.

Raffaela Paggi, Ucraina: da Grossman a Kandinskij, ogni dramma è fatto per capire

La narrativa e noi

by Pixabay

“Entrando a fare lezione posso tornare a fare poesia e grammatica come prima?” 

Da un incontro sulle scale, fa capolino il desiderio che il proprio lavoro nella scuola possa non essere estraneo alle ferite dell’uomo.

Leggi su “clonline.org”: “La guerra, Ungaretti e i miei alunni”

L’amicizia, oltre l’abisso della guerra

by Pixabay

Dmitry Strotsev, poeta bielorusso, dopo lo scoppio della guerra che contrappone i governi bielorusso e ucraino posta nella pagina di Facebook questa poesia che aveva scritto precedentemente, che esprime il suo amore per gli amici ucraini

Украине

пускай не встретимся уже
мы встретились уже

уже не выйти в небеса
мы вышли в небеса

и больше нам не опьянеть 
настолько мы пьяны

и мы не перестанем петь
над пропастью войны



All’Ucraina

Non dobbiamo incontrarci di nuovo
Ci siamo già incontrati

Non andare più in cielo
Noi siamo arrivati in cielo

E non ubriachiamoci oltre
Siamo così ubriachi 

E non smettiamo di cantare
Sopra l’abisso della guerra

(Dmitry Strotsev, All’Ucraina, 23.01.2022 )

Kharkiv 10 marzo 2022

Un breve racconto in cui l’autore, che ha conosciuto quei luoghi, si immedesima nel vissuto di un giovane soldato russo mandato inconsapevolmente a combattere in una guerra decisa da altri in nome di un’ideologia che sembra uscita da altri tempi.

La mano. Difficile dire da quanto tempo lui fosse lì, in quella posizione innaturale. Davanti a Ivan le prime case della città si innalzavano spettrali. Scheletri di case. Non si sarebbe detto che al di là di quelle facciate potesse ancora esistere qualche forma di vita. Eppure c’erano. E sparavano. E così Ivan dovette fermarsi. Da quanto tempo Ivan era disteso sul carro, davanti a quella città fantasma, senza potersi muovere? Per quanto tempo ancora avrebbe dovuto restare lì, in quella scomoda posizione? Sotto di lui la lamiera era rovente, ma non la sentiva. Il gelo dell’aria compensava quell’insolito calore e la neve intorno, nostalgia di altri tempi e altri luoghi, rendeva quella periferia così simile, così troppo simile alle tante periferie che Ivan aveva visto girando per la Russia. In fondo tutte le periferie si assomigliano: a Mosca come a Perm, e come a San Pietroburgo, dove i suoi genitori si erano trasferiti dalla Leningradskaja Oblast’ quando lui era ancora piccolo. Per rassicurarlo di quel primo strappo gli regalarono una bellissima, potente ruspa telecomandata. A Ivan piacevano le ruspe, e piacevano le periferie. Le periferie sono grigie, ma dentro pulsa una vita intensa, senza fondo. Per questo lui non avrebbe mai più voluto abitare altrove. Di San Pietroburgo Ivan amava tutto: i ponti mobili sui canali lungo i quali aveva fatto lunghe camminate accanto a Nastia, la fortezza di Pietro e Paolo, la prospettiva Nevskij con i suoi negozi luccicanti; e il Mariinskij – una sera d’estate diedero Tchaikovsky, il lago dei Cigni, e lui ci portò Nastia – e il Palazzo d’Inverno, con tutti suoi tesori. Lui di San Pietroburgo amava particolarmente la chiesa del Salvatore sul Sangue, che racchiudeva il selciato di una storia tragica, e la splendida Tzarskoye Selo, che degli zar custodiva le passioni segrete. Quante volte, di quella storia, il vecchio prof gli aveva raccontato aneddoti e leggende, dai primi Zar alla grande guerra patriottica! Ivan ricordava perfino le inflessioni della sua voce: in quei momenti Alexandr Semenëv assumeva un tono solenne, di chi sa di dare una consegna segreta, un testamento spirituale ai propri figli: quella storia gloriosa e tragica, diceva il vecchio Semenëv, declinò, per causa di un presidente troppo debole. Ne venne poi uno peggiore, un vecchio ubriacone. Ma quando Putin prese le redini della patria, allora tutto, proprio tutto, cambiò in meglio. La Russia conobbe una ricchezza mai vista, tornò orgogliosa del suo passato. Non ci si doveva più vergognare né degli zar, né di Stalin, che aveva liberato il mondo dal nazismo: Putin ora rendeva di nuovo grande la Russia! Ivan tutto questo lo sapeva. Ci era cresciuto, Ivan, nella gioventù putiniana. Fu in quelle riunioni che vide Nastia per la prima volta: all’inizio non l’aveva quasi notata. Ma una sera che ritornavano insieme lungo la Neva, parlarono a lungo: lui le raccontò la sua storia, lei ascoltava assorta, e lo guardava. Sembrò a Ivan che il cuore pulsasse più forte. Era una strana impressione, il respiro era in affanno, ma quella sera si era sentito leggero, quasi non sentì più di avere un corpo, avrebbe potuto volare. E lei gli prese la mano…

Quando con Nastia passeggiava lungo la Neva, Ivan non poteva fare a meno di ammirare il senso di potenza che emanava dall’Aurora, che li attendeva ormeggiata alla banchina. Il vecchio incrociatore che aveva sparato il primo colpo della Rivoluzione d’Ottobre dopo un secolo era ancora lì. Una certezza, di fronte a tutto ciò che muta, che muta troppo in fretta. Tutte le volte che Ivan ci era passato da ragazzo, si immaginava marinaio. E gli tornava alla mente il vecchio Semenëv… Sì, c’erano state altre ragazze, nella vita di Ivan, ma Nastia… Nastia lo sapeva ascoltare, lo guardava e lo ascoltava. Ivan sapeva che con Nastia sarebbe potuto andare in capo al mondo.

Arrivò anche il tempo del militare. Lui che aveva sempre sognato la marina entrò nel corso per carristi. Ma non se ne pentì: il T-72 BM è davvero una gran bella bestia, e poi li porta bene, i suoi anni! Quando ci sali dentro ti senti onnipotente, senti la potenza sotto di te: ti avvolge, ti senti un dio greco! Ivan si sentiva addosso la stessa potenza che gli dava da bambino la sua ruspa.

Ivan poteva dirsi un carrista esperto, ma queste erano le esercitazioni più lunghe che avesse mai fatto. Putin disse che si doveva andare in Ucraina. A snidare i nazisti, disse. Che strana cosa! Ivan aveva imparato dal suo vecchio professore che l’Armata Rossa li aveva distrutti tutti, i nazisti. Alexandr Alxevič Semenëv queste cose le sapeva bene! Però Putin, da parte sua, non poteva sbagliarsi. Non si era mai sbagliato! Evidentemente qualcuno era rimasto, nascosto in giro per la Germania, ed ora eccoli lì, a Kiev! Bisognava fare questa cosa, bisognava snidare i nazisti e restituire l’Ucraina ai russi. Poi a casa.

Erano passati molti giorni, ma i nazisti se ne stavano ancora annidati. Dovevano essere di più del previsto, aveva pensato Ivan. Sparavano da tutte le parti. Non è che lui avesse avuto paura, no. Il suo tank lo proteggeva. Peccato però per quella posizione… E la mano… Fosse riuscito almeno a spostarla, quella mano…

Tutto aveva funzionato bene. La colonna dei carri avanzava nella neve e la strada era sgombra. Poi… fu un niente. Un sibilo, una fiammata. Il suo carro sterzò d’improvviso, e con gran rumore si fermò. Non era prudente uscire fuori, aveva pensato Ivan, ma lì dentro faceva caldo, troppo caldo. E uscì.

La vita del carrista è la vita di un topo, Ivan lo sapeva bene. Quante volte da bambino aveva ascoltato le storie di sua nonna, Irina Nikolaevič, eroina della seconda guerra mondiale. Dodici medaglie! Infermiera di guerra. Aveva il compito di andare a tirarli fuori, i carristi, quando i carri venivano colpiti. E si scorticavano le mani, le infermiere. Salivano sulla lamiera incandescente, e li tiravano fuori. Alle volte se li trascinavano sulle spalle, altre volte trovavano solo brandelli di carne… Così Ivan una cosa la sapeva, prima che gliela dicessero al corso: se il tuo carro è colpito, tu salta fuori, salta fuori! … Per la verità, a pensarci bene, quella cosa, al corso carristi, a Ivan non l’avevano detta… Gli avevano detto invece che quei carri erano fortezze inespugnabili, e lui lo sapeva: era un cavaliere antico chiuso nella sua corazza, era come una divinità, possente e indifferente davanti ai piccoli uomini che stavano là fuori.

Poi lo mandarono a questo cazzo di esercitazione. Prima si dovette caricare i carri sui vagoni ferroviari. Non finiva più quel viaggio… pianura, sempre solo pianura. Com’è grande la Russia, aveva pensato Ivan mentre immensi campi di grano gli scorrevano davanti, scorrevano, scorrevano senza fine. I carri furono scaricati e si disposero in colonna. A tutti fu dato l’ordine di scrivere sul carro una grande “Z”. I soldati ci scherzarono molto su quella “Z”. Una lettera occidentale: perché mai non in cirillico? Zeta come za: un brindisi za… già, e per chi? Per la patria! E giù vodka. Per la madre Russia! Per i carristi! E giù ancora vodka. Per le donne dei carristi! Per le amanti dei carristi!… e za pobedu: per la vittoria. E intanto scorreva la vodka … La colonna partì e fece un lungo percorso, attraversò ponti semidistrutti, strade intrise di neve e di fango, di fango e di neve. Dopo alcuni giorni il capitano disse che l’esercitazione era un’“operazione speciale”. Che differenza fa? – Si chiese Ivan. E ripresero il viaggio. Finalmente giunsero davanti ad una città. Da lontano, sembrava proprio San Pietroburgo. Non aveva nulla di diverso, salvo che mancava la Neva, e mancava il mare. I comandanti dissero che nella città si nascondevano i nazisti e si doveva andare a snidarli.  Che cosa ci facevano ancora lì, i nazisti? Alexandr Semenëv gli aveva insegnato che i nazisti furono sconfitti nella gloriosa guerra patriottica del 1941-1945. Povera nonna, se fosse viva, lei che aveva rischiato la pelle per toglierli di mezzo!

Così spararono, sulla città che rinnega il suo nome. Ma quanti erano, quei nazisti? Più si sparava, e più ne rispuntavano. E venivano avanti, e miravano ai carri, con quei loro micidiali mortai che portavano a spalla. Qualcuno, da lontano, gridò verso Ivan. Gridava in una lingua che, così da lontano, gli sembrò quasi russo. “Fermatevi! – gli sembrò che dicesse – tornate a casa!”. Ma certamente era solo un’impressione: non poteva gridare in russo! Ivan lo sapeva, i nazisti non parlano russo, né ucraino. I nazisti parlano tedesco. Così sparò e sparò ancora, su quei nazisti travestiti da russi. La città fu ridotta al suo scheletro, ma quelli non mollavano. E sparavano, sparavano. Anche il nonno di Ivan aveva sparato contro i nazisti. Il nonno paterno, Ivan non fece a tempo a conoscerlo, era morto alla fine del 1986, gli dissero. A Cernobyl, dopo che aveva partecipato ai soccorsi alla centrale nucleare. Anche lui ebbe delle medaglie. Ivan sapeva che i suoi nonni avevano combattuto fino all’ultimo, nella lotta senza quartiere contro i nazisti. Adesso toccava a lui. Ma se almeno si fossero fatti vedere bene, quei nazisti… Stavano ben nascosti, nelle case degli ucraini, e non c’era modo di poter vederne uno, di tedesco.

Adesso Ivan se ne stava lì, fermo, in quella scomoda posizione, non poteva proprio muoversi. Da quanto tempo? Difficile dirlo… Ne passò dell’altro, di tempo, forse un’eternità. Finché, dietro di lui, alcune voci gli si fecero vicine: “Eccone un altro”, disse uno. La ragazza in divisa gli si avvicinò: si allungò in alto e strappò dal suo collo la piastrina di riconoscimento: “Ivan Nikolaevič Mikhaylov, nato a Kostuya il 10 marzo 1999, Leningradskaja Oblast’”. Due uomini robusti presero Ivan per le braccia e per le gambe. Lo fecero rotolare dentro ad un telo. Stavano già per sollevarlo, quando la ragazza portò loro qualcosa, avvolta dentro ad uno straccio e la depose con pietà, accanto al corpo esanime di Ivan. Con voce rotta, quasi in un soffio, disse ai suoi compagni in divisa: “Vot! la mano”. – “Spasibo, Nastia!” – rispose Vasilij, mentre con Igor portava via il pesante fagotto.

(Giorgio Cavalli, Kharkiv 10 marzo 2022)

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