Mese: Novembre 2022

Il paradigma teologico panrusso dello scontro tra Oriente e Occidente

Recentemente la stampa italiana ha evidenziato un intervento del patriarca Kirill dello scorso 21 settembre, che enfatizzava il ruolo della fede ortodossa nel presente conflitto. In particolare colpiva il fatto che egli indicasse la fede come un fattore favorevole al coraggio in battaglia. Peraltro, il tema del rapporto fede-guerra ha attraversato anche la tradizionale dottrina cattolica in rapporto alla “guerra giusta” (ancora presente oggi, con chiare linee di demarcazione, nel Catechismo della Chiesa Cattolica[1]) ed enfatizzato ancora nella Grande Guerra da personalità che ebbero un ruolo importante nella storia: si pensi a don Angelo Roncalli, allora cappellano militare, e a padre Gemelli, che in seguito avrebbe fondato l’Università Cattolica. Tuttavia, mentre già dagli inizi del secolo scorso il magistero cattolico, da Benedetto XV fino a papa Francesco, passando dalla decisiva Pacem in Terris di Giovanni XXIII, ha avuto un’importante evoluzione verso la dissociazione della fede dalla violenza e il rifiuto sempre più marcato della guerra, dobbiamo osservare che un analogo percorso è mancato o perlomeno si è interrotto al livello più alto del magistero della Chiesa ortodossa russa: in essa, almeno nella gerarchia, permane una visione del rapporto stato-nazione-religione che oggi opera nella direzione di uno scontro aperto tra l’Oriente, inteso in senso panrusso, e un Occidente percepito come luogo di scisma e discordia.

Siamo andati allora a cercare sul sito del Patriarcato di Mosca e di tutta la Russia il contenuto di quel discorso di Kirill del 21 settembre 2022, scoprendo che nella stessa giornata egli tenne non uno, ma due discorsi, entrambi riconducibili direttamente o indirettamente alla guerra in atto. Nel primo discorso del mattino, pronunciato a Veliky Novgorod in occasione del 1160° anniversario della «призвание варягов» (“vocazione dei Varangiani”)[2] dell’862 d.C., Kirill cercò di individuare alcuni tratti nazionali che connotano la Russia fin dalle origini e afferma infine due principi, “confermati dalla storia”:

  1. “la realtà sociale è un riflesso dello stato spirituale delle persone e il frutto dei loro sforzi comuni” tanto che “il declino della vita spirituale del popolo portava inevitabilmente alla discordia nella vita dello Stato”;
  2. “La vita e il benessere dello Stato non è responsabilità solo di alcuni leader politici, ma causa comune di tutto il popolo”

Ivan Il’in: da Hegel a Hitler, a Putin

Questi principi indicano uno stretto legame tra la vita spirituale di un popolo e la determinazione come stato. È questa una prospettiva ampiamente percorsa da Hegel e riproposta dal filosofo Ivan Il’in, un controrivoluzionario “russo bianco”, esiliato da Lenin sulla “nave dei filosofi” del 1922 e approdato in Germania, dove divenne sostenitore dell’ascesa di Hitler. In seguito approdò a quello che fu definito come un fascismo russo e cristiano”[3]. Ivan Il’in è considerato da alcuni uno dei principali ispiratori dell’ideologia nazionalista di Putin, che nel 2009 fece consacrare la sua tomba dopo il trasferimento delle sue spoglie in Russia. Kirill lo cita esplicitamente in questi termini: “L’eccezionale pensatore russo Ivan Il’in ha scritto correttamente che una sana statualità è impossibile senza un senso della propria dignità spirituale. La dignità spirituale del nostro popolo è indissolubilmente legata alla fede ortodossa, nella quale gli antenati trassero ispirazione e coraggio per superare le difficoltà e andare avanti nonostante tutte le prove.

La sana statualità deriva certamente dalle peculiarità della mentalità delle persone e serve come una sorta di continuazione di esse”. Si vede bene, qui, come lo spirito del popolo russo è identificato da Kirill fin dalle origini con l’ortodossia russa. Questo spirito fonda uno Stato, la cui forza e unità consiste nella fedeltà all’ortodossia stessa. È una concezione di stato e di nazione indissolubilmente legati e indistinguibili che trae la sua origine nella tradizione slavofila, la quale vedeva nell’Occidente la fonte di tutti gli scismi, di tutti i materialismi e di tutti i cedimenti dello zarismo. Kirill terminò questo suo primo discorso con queste parole: “Il cristianesimo ha plasmato i tratti migliori del nostro carattere nazionale: capacità di reagire e misericordia, amore per la verità e generosità. Con l’adozione della fede ortodossa, la vita spirituale del popolo si è trasformata e si è rinnovata anche la sua autocoscienza di stato, che d’ora in poi ha cercato di organizzare la vita sociale sui valori evangelici. La ricerca di relazioni basate sulla giustizia e sul rispetto reciproco, la volontà di proteggere i deboli e aiutare gli oppressi, la pace e la lealtà alla parola data: questi e altri principi morali hanno ampiamente determinato la politica perseguita dallo stato in più di mille anni di storia russa. La Russia è stata custodita e costruita dalla memoria di Dio. Possano queste parole di Il’in, piene di profonda verità interiore, trovare sempre conferma nella nostra vita e operare a beneficio della Patria. Prego che non dimentichiamo mai le origini spirituali della civiltà russa, che rimaniamo fedeli a Cristo e alla Sua Chiesa, che il Signore, vedendo la nostra forte fede e amore per la Patria terrena, benedica con la pace il popolo russo e lo visiti con molti grazie e doni”.

Con queste premesse, nel pomeriggio il Patriarca affrontò il tema sopra ricordato del rapporto tra fede e coraggio in battaglia in un secondo discorso che tenne presso il Convento Zachatievsky di Mosca in ricordo della battaglia di Kulikovo (8 settembre 1380). Con quella battaglia l’esercito russo, consacrato in quell’occasione alla Santissima Theotokos (“Madre di Dio”), affrontò sulle rive del Don i Tataro-Mongoli e i Polacco-Lituani, determinando la disfatta del nemico ad opera del principe di Mosca, Dimitrij, che da allora prese il nome di Donskoj. Così Kirill: “Perché la Russia è rimasta così determinata? Perché la Russia ha mantenuto la sua lingua, la sua fede, la sua cultura e anche sotto la dominazione straniera, la nostra vita nazionale ha continuato a svilupparsi. Ora chiediamoci: perché? C’è solo una risposta: la fede ortodossa, la Chiesa ortodossa era la custode della vita spirituale delle persone. La gente ha capito che puoi ritirarti da qualsiasi cosa, ma non puoi mai ritirarti dalla fede (…). Naturalmente, tutto questo era connesso con la fede più profonda del nostro popolo. Perché la fede rende una persona molto forte, perché trasferisce la sua coscienza dalla vita quotidiana, dalle preoccupazioni materiali alla cura dell’anima, per l’eternità. E quando questa dimensione legata all’eternità è forte in una persona, allora diventa invincibile, perché smette di aver paura della morte. Vale a dire, la paura della morte spinge un guerriero fuori dal campo di battaglia, spinge i deboli al tradimento e persino a ribellarsi al fratello.

Ma la vera fede distrugge la paura della morte, e quindi tutta la meschinità e il tradimento umani, ed è un grande sostegno per le persone nella costruzione della loro vita comune. Ecco perché la fede è così importante per la creazione della vita, della società e dello stato. E se le persone rifiutano questo potere e fanno affidamento solo sul potere del diritto o sul potere di gruppi e partiti politici, allora questo tipo di unità è sempre temporanea: il gusto per i partiti e gli ideali politici scompare e tutto inizia a sgretolarsi. E quindi è importante che alla base della nostra vita nazionale, come grande priorità, ci sia la fede, e con essa un sistema di valori cristiani che elevino l’anima e conducano una persona che crede con convinzione alla vita eterna, e quindi invincibile.

Lo scandalo dello scisma in Ucraina

È a questo punto che, come d’emblée, il discorso di Kirill, che guardava alle antiche origini della Russia e alle sue storiche battaglie fondative, da celebrativo si fa politico e viene immediatamente rivolto alla presente guerra in Ucraina, le cui radici sono cercate nello scisma ecclesiastico che ha rotto l’unità della nazione ortodossa russa: “Oggi la nostra Patria, la Russia, la Russia storica sta attraversando dure prove. Sappiamo cosa sta succedendo in Ucraina. Sappiamo quale pericolo incombe sul popolo ucraino, che sta cercando di riformattarsi, (переформатировать), per fare uno Stato contrario alla Russia, ostile alla Russia. Ãˆ molto importante che nei nostri cuori non ci sia la sensazione che vi sia un nemico. Dobbiamo pregare oggi perché il Signore rafforzi i sentimenti fraterni dei popoli della Santa Russia, affinché l’unità della nostra Chiesa diventi sempre più forte, che è davvero una garanzia di pace nelle distese della Russia – ecco perché il crollo del nostro Paese è iniziato con tentativi di rompere la Chiesa, creare scismi e separazioniIl nemico sapeva che questo punto doveva essere colpito. Ma sebbene abbiamo subito perdite, e uno scisma pericoloso, peccaminoso e sgraziato sia sorto in Ucraina, allo stesso tempo la fede ortodossa è preservata lì, e i nostri fratelli e sorelle, arcipastori e pastori sono uniti e, credo, continuano a pregare con noi attorno al trono del Signore e per la fine della guerra intestina e per il ripristino della pace nelle distese della Russia storica”. Merita di essere osservato con grande attenzione il linguaggio utilizzato da Kirill: in Ucraina, afferma Kirill, non c’è un “nemico”, poiché essi sono chiamati all’unità russo-ortodossa, ma subito dopo tale affermazione è capovolta: in Ucraina vi è un nemico, che ha voluto uno scisma che reca un vulnus all’unità della nazione, e con ciò stesso all’unità del popolo (stato-nazione) russo.

Nella conclusione di questo suo discorso religioso-patriottico, Kirill rivendica due punti fondamentali:

  • Non c’è unità della nazione senza unità spirituale-religiosa;
  • La guerra è nata dallo spirito scismatico, e solo nel ritorno dei popoli della Grande Russia storica alla comunione ortodossa sarà possibile una vera pace.

L’illusione di una prospettiva storica solo “ecclesiastica”

Il Patriarca russo cerca anche di affermare, con questa sua visione, un ruolo specifico della Chiesa e della fede: un ruolo che una visione storica e secolare, troppo laicista o materialista, rischia di trascurare e ridurre: “Questa escursione nella storia – precisa Kirill – è svolta secondo il nostro punto di vista ecclesiastico. Questo punto di vista non è presente nella scienza storica secolare, ma erroneamente, perché è questo approccio alla storia che mette in evidenza la cosa più importante: la dimensione spirituale nella vita delle persone e dello Stato, senza la quale la vittoria, nel venir meno della fede e dello spirito, diventa impossibile. Pertanto, oggi preghiamo il Signore ancora e ancora che Egli pacifici la Russia, fermi i conflitti intestini, in modo che la Santa Russia ritorni ad essere una cosa sola – nel senso che nessuna discordia e divisione tormenti gli eredi di quella Santa Russia unificata. E oggi, mentre ricordiamo la vittoria del nostro popolo nella battaglia di Kulikovo, chiediamo che, senza particolari battaglie e spargimenti di sangue, avvenga una vera vittoria, che ci restituisca l’unità spirituale, la pace, la prosperità e l’amore reciproco. Possa il velo della Regina del Cielo estendersi sulla Sua eredità – sulla Santa Russia. Possano i santi di Dio, ugualmente glorificati e venerati in Russia, Ucraina, Bielorussia e altre parti della Russia storica, pregare oggi per noi, gli indegni, e armarci dei pensieri giusti, delle parole giuste, ma, soprattutto, delle azioni giuste attraverso le quali poter portare pace e prosperità nella terra della Santa Russia. Amen”.

Non va dimenticato, peraltro, che qui siamo molto più sul terreno dell’ideologia che della realtà: non sembra che si possa dire che le chiese della vasta Russia siano tutte strapiene di fedeli: la crisi della fede e il secolarismo, dopo la lunga cappa del comunismo e dopo  l’irrompere di nuovi modelli di vita, toccano anche quelle terre: secondo statistiche aggiornate a qualche anno fa, a fronte di un 42,5% di popolazione ortodossa, è elevato nella Federazione Russa il numero sempre in crescita degli agnostici e dei musulmani (questi al 10%) e non mancano neppure animisti, buddisti e seguaci di altre religioni.

Tuttavia proprio questa visione ideologica, che sembra perfino voler ritagliare alla Chiesa una sua funzione specifica e autonoma rispetto ad altre considerazioni della “storiografia secolare”, di fatto impedisce alla Chiesa ortodossa russa una vera autonomia nei confronti degli interessi statuali.

La mancata autonomia della Chiesa russa dipende da due fattori, diversi ma convergenti:

  • La tradizionale dipendenza delle Chiese ortodosse dallo Stato;
  • La dipendenza culturale di questa prospettiva dal pensiero slavofilo, che tende ad identificare lo spirito nazionale della Santa Russia con una sola specifica e particolaristica confessione religiosa, identificata come l’unica vera e l’unica possibile, impedendo di pensare il mondo russo come luogo della molteplicità e del pluralismo religioso.

Possiamo allora chiederci: come potrebbe uscire la Chiesa ortodossa russa da questo suo auto-confinamento in un ruolo tutto sommato secondario, che fa della sua fede una religione politica, fonte ideologica del potere putiniano? Come è possibile dunque che una tale ideologia nazional-religiosa possa evolvere in una direzione autonoma e pluralista?

Una prospettiva possibile per ripensare il rapporto tra Oriente e Occidente

La risposta potrebbe non dover necessariamente passare per una presunta occidentalizzazione della Chiesa ortodossa russa, ma piuttosto attraverso l’ascolto, all’interno di quella pur variegata realtà, di quelle voci che già al tempo dell’Impero zarista avevano cercato di offrire alla fede ortodossa un orizzonte cristiano più ampio, aperto alla trascendenza e dunque non immanentista (non hegeliano), ma bensì universalistaantiperfettista e indipendente, capace di valorizzare la pluralità delle Chiese d’Oriente e d’Occidente nella comune tensione ad una più alta e universale comunione tra i cristiani che non debba passare attraverso la violenza degli stati.

Per un’ecclesiologia universalista: Vladimir Solov’ëv

Possono allora soccorrerci alcuni testi del filosofo Vladimir Sergeevič Solov’ëv (Mosca 1853 – Uzkoe 1900), composti tra il 1888 e il 1889, in reazione alle ideologie slavofile diffuse nel tempo[4]. Egli delinea alcuni concetti ecclesiologici fondamentali, che ancora oggi consentirebbero, se pienamente accolti, di pensare un’ortodossia universalista, di pari passo con l’analogo cammino di maturazione ecclesiale percorso nel secolo scorso e nel tempo presente dal magistero della Chiesa cattolica.

Universalismo e molteplicità della Chiesa universale

Scrive Solov’ev nel 1889: “La Chiesa è una e indivisibile, ma questo non le impedisce di contenere delle sfere diverse che non devono essere separate ma che devono comunque essere nettamente distinte, perché nel caso contrario non si riuscirà mai a capire nulla nel passato e nel presente, e neppure si potrà fare qualcosa per l’avvenire religioso dell’umanità”[5]

Trascendentismo e antipefettismo religioso e politico

“La perfezione assoluta – scrive ancora il grande filosofo russo – può appartenere soltanto alla parte superiore della Chiesa, che ha già fatto sua ed ha definitivamente assimilato la pienezza della grazia divina (la Chiesa trionfante o il regno della gloria). Tra questa sfera divina e gli elementi puramente terreni dell’umanità visibile, c’è l’organismo divino-umano della Chiesa, invisibile nella sua potenza mistica e visibile nelle sue manifestazioni attuali, identicamente partecipe della perfezione celeste e delle condizioni dell’esistenza materiale. È la Chiesa propriamente detta ed è appunto di questa Chiesa che si tratta nel nostro caso. Essa non è perfetta in senso assoluto, ma deve possedere tutti i mezzi necessari per progredire con sicurezza verso l’ideale supremo – l’unione perfetta di tutte le creature in Dio – attraverso ostacoli e difficoltà senza numero, fra le lotte, le tentazioni e le cadute umane. La Chiesa non ha quaggiù l’unità perfetta del regno celeste, ma deve tuttavia avere una certa unità reale, un nesso, organico e spirituale nello stesso tempo, che la renda un’istituzione solida, un corpo vivo e un’individualità morale. Pur non abbracciando materialmente ed attualmente tutto il genere umano, essa è tuttavia universale, in quanto non può essere legata esclusivamente ad una nazione o ad un qualsiasi raggruppamento di nazioni, ma deve avere anzi un centro internazionale che le consenta di diffondersi nell’intero universo. La Chiesa terrena, che pure si fonda sulla rivelazione divina ed è custode del deposito della fede, non ha di per ciò stesso la conoscenza assoluta ed immediata di tutte le verità”[6].

Indipendenza della Chiesa

Questa Chiesa, prosegue Solov’ëv, ha tre caratteristiche: è una e universale; è infallibile nelle verità di fede; ma è anche indipendente. Infatti, “se non fosse indipendente non potrebbe svolgere nessuna delle sue funzioni sociali e, divenendo uno strumento delle potenze di questo mondo, verrebbe completamente meno alla sua missione”. Gli slavofili, al contrario, dopo “aver confuso (…) l’aspetto divino e l’aspetto terreno della Chiesa”, finiscono con l’identificare questo ideale con l’attuale Chiesa Orientale, la Chiesa greco-russa che è sotto i nostri occhi”. Così, “pur accettando in linea di principio l’idea di Chiesa Universale, gli slavofili la negano di fatto e riducono l’universalità cristiana ad una Chiesa particolare che, d’altra parte, è ben lungi dal corrispondere all’ideale da loro professato”[7]. E in L’idea russa Solov’ëv aggiunge: “Una Chiesa che faccia parte di uno Stato, cioè di un ‘regno di questo mondo’, ha abdicato alla propria missione e dovrà condividere il destino di tutti i regni di questo mondo”[8].

La visione profetica di Solov’ëv a fine Ottocento sembra così prefigurare l’attuale visione pluralista della Fratelli tutti di papa Francesco. Meritano di essere confrontati due brani che delineano una piena comunione spirituale tra tutte le Chiese, nella memoria del primo millennio unitario e nell’attesa di un compimento finale di cui la storia degli uomini e delle nazioni è sempre solo imperfetta preparazione e attesa.La visione profetica di Solov’ëv a fine Ottocento sembra così prefigurare l’attuale visione pluralista della Fratelli tutti di papa Francesco. Meritano di essere confrontati due brani che delineano una piena comunione spirituale tra tutte le Chiese, nella memoria del primo millennio unitario e nell’attesa di un compimento finale di cui la storia degli uomini e delle nazioni è sempre solo imperfetta preparazione e attesa.

Vladimir Solov’ëv 

“L’idea russa” (1888)

“Se (…) nel Nuovo Testamento non ci si occupa più di alcuna nazionalità in particolare e addirittura si proclama espressamente che non dovrà più esistere alcun antagonismo nazionale, non si dovrà allora concludere che nel pensiero primordiale di Dio le nazioni non esistono al di fuori della loro unità organica e vivente, cioè fuori dell’umanità? E se le cose stanno così per Dio, devono stare così anche per le nazioni stesse, nella misura in cui vogliono realizzare la loro idea autentica, che altro non è se non il loro modo di essere nel pensiero di Dio”.

“Il popolo russo è un popolo cristiano e quindi, per conoscere la vera idea russa, non ci si deve chiedere che cosa farà la Russia da sé e per sé, ma che cosa deve fare in nome di quel principio cristiano che essa riconosce e per il bene di quella cristianità universale di cui essa è ritenuta far parte (…). Per adempiere la propria missione, essa deve (…) utilizzare tutte le proprie forze nazionali per realizzare, in pieno accordo con gli altri popoli, quell’unità perfetta ed universale del genere umano, il cui fondamento immutabile ci è dato nella Chiesa di Cristo”[9].

Papa Francesco

“Fratelli tutti” (2020)

“Per stimolare un rapporto sano tra l’amore alla patria e la partecipazione cordiale all’umanità intera, conviene ricordare che la società mondiale non è il risultato della somma dei vari Paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione, precedente rispetto al sorgere di ogni gruppo particolare. In tale intreccio della comunione universale si integra ciascun gruppo umano e lì trova la propria bellezza. Dunque, ogni persona che nasce in un determinato contesto sa di appartenere a una famiglia più grande, senza la quale non è possibile avere una piena comprensione di sé (…).

“Questo approccio, in definitiva, richiede di accettare con gioia che nessun popolo, nessuna cultura o persona può ottenere tutto da sé”[10].


[1] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1992, pp. 565-568, in particolare n. 2309.

[2] La Guardia varangiana era il reggimento di guerrieri vichinghi scesi dalla Svezia (chiamati Vareghi o Variaghi) che proteggeva l’imperatore di Bisanzio. All’inizio alleati nelle guerre dell’imperatore Basilio II nel tardo X secolo, i Varangi diventarono le spietate e fedeli guardie del corpo imperiali.

[3] Cfr. Timothy Snyder, Ivan Il’in. Il filosofo del neozarismo di Putin, Ed. Italia storica, 2022.

[4] Vladimir Solov’ev, La Russia e la Chiesa universale (cap. 5°, “Gli slavofili russi e le loro idee sulla Chiesa. Osservazioni critiche” saggio del 1889); e L’idea russa (1888), entrambi in Opere, vol. 3°, La Russia e la Chiesa universale e altri scritti. La Casa di Matriona, Milano 1989.

[5] La Russia e la Chiesa universale, p. 83.

[6] Ivi.

[7] Ibid., p. 84.

[8] L’idea russa, ibid., p. 253.

[9] Ibid., pp. 248-249.

[10] Papa Francesco, “Fratelli tutti”, Ed. Ancora, Milano 2020, nn. 149-150.

“Tutto chiede salvezza”. Dal romanzo di Mencarelli alla serie di Netflix

Dall’alto,

dalla punta estrema dell’universo,

passando per il cranio,

e giù,

fino ai talloni,

alla velocità della luce,

e oltre,

attraverso ogni atomo di materia.

Tutto mi chiede salvezza.

Per i vivi e i morti,

salvezza.

Salvezza per Mario, Gianluca, Giorgio, Alessandro e Madonnina.

Per i pazzi, di tutti i tempi,

ingoiati dai manicomi della storia.

Sono le parole della straziante invocazione che Daniele osa lanciare, premuto dall’affanno che gli toglie il respiro, al termine di un funerale abbattutosi come disgrazia imprevista sulla sua vita inquieta: quello per il compagno di stanza precipitato dalla finestra del reparto psichiatrico in cui insieme hanno trascorso una settimana. Lui colpito dall’ingiunzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio, inflitto dopo l’esplosione di aggressività di cui si era reso protagonista tra le pareti di casa, culmine dell’oscuro malessere in cui si trascinava da tempo, tra cadute depressive e dipendenze abbracciate come illusoria via di fuga, capovoltesi però in una morsa diventata sempre più soffocante; la vittima dell’incidente (o del suicidio?) ricoverata, invece, per il suo stato di ossessione maniacale che le impediva il ritorno a una vita normale.

La scena del funerale domina l’ultima puntata della serie televisiva Tutto chiede salvezza, libera rielaborazione del fortunato romanzo di Daniele Mencarelli del 2020, che porta il medesimo titolo. La serie è prodotta da Netflix, ma la scena del funerale si può vedere anche su internet.

Le secche parole balbettate da Daniele, che si possono immaginare ritmate come versi spezzati (sono però disposte in forma di prosa nella pagina di chiusura del romanzo scritto originariamente dall’autore), danno voce accorata a un grido sofferto. Tutta la vicenda dei sette giorni trascorsi nella struttura ospedaliera, sia pure con qualche concessione al gusto drammatico tinto anche di rosa per aumentare sullo schermo la forza di richiamo del racconto, è attraversata dall’implorazione di una spietata domanda. Uomini fragili, esposti nella più nuda essenza interiore all’urto delle circostanze, poco allenati a rivestirsi di solide armature protettive, ci riportano al nucleo più radicale del nostro esistere nel mondo. Emerge la dismisura di una sproporzione che sembra a volte incolmabile: nella tensione di una mancanza che ferisce nervi scoperti, la vertigine di un vuoto in cui si può rischiare di perdersi, che nessuna scelta ragionevole, o il ripiego in alcuna finzione decorosa, sembrano in grado di riempire fino in fondo. L’uomo è qui ributtato nel suo stato di mendicante: è un bisogno che attende di incontrare qualcosa che lo inglobi demolendone le punte dolorose, una sete che non può saziarsi da sé, e per questo ‒ anche senza esserne fino in fondo consapevole, senza dare un nome preciso alla meta ultima della sua attesa ‒ aspira con tutta sé stessa al dono di una salvezza. Ma una salvezza non artificiale, costruita da menti inaffidabili e mani incapaci di autentica presa: una salvezza dall’alto, dall’infinitamente oltre, dall’inesauribile di cui non possiamo essere padroni, che si rovesci su di noi inaspettata, in modi non programmati, magari imprevedibili e alternativi alla logica ordinaria di un progetto di vita (o di una vita spoglia del benché minimo progetto), e perciò una salvezza non in partenza corrotta, grondante di gratuità, piena del senso dell’alterità.

Quando questo grido affiora, stridendo, dagli anfratti più nascosti del cuore, risalendo dall’abisso più profondo della carne dell’esistenza, sana o malandata che sia, tutto intorno si fa silenzio: come nella chiesa del funerale per l’amico, alterato nell’instabile psiche, che ha cessato prematuramente (?) di vivere. L’implorazione del mendicante, spogliato di tutto, è contagiosa: la denuncia spudorata del limite, netta e senza veli, affratella. Ci si sente attirati nell’abbraccio di una compassione che è prima di tutto un condividere insieme, accettandosi nel respiro della misericordia. Sgorgano liberatorie le lacrime del sentirsi punti sul vivo, come succede agli attori di una fiction che è tutt’altro che una finzione evasiva: compagni del cammino di tutti i fratelli uomini che sono in ricerca, che sbagliano e non trovano, si smarriscono e dilapidano. Spartire con loro i doni a nostra volta ricevuti, qualcosa dei tesori verso cui i fatti della vita possono averci precariamente instradato, è la prima forma di una fraternità che accetti la sfida di rendersi sul serio aperta e disponibile, generosa e cordiale fino alla tenerezza dell’amicizia che sa accogliere e perdona.

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