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Mappe #32

Il destino è un lanciatore di coltelli. Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni

«La società in cui viviamo (in cui vivono, in particolare, gli adulti) si sta rapidamente trasformando in una società autistica: facendoci smarrire il senso dell’umana solidarietà, che trascende ogni prigione individualistica e che ha bisogno soprattutto di apertura e di speranza» (E. Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano 2001, p. 32). Queste parole di Borgna – da sempre affascinato dalla poesia come strumento di conoscenza e riflessione interiore – possono tornare utili per avvicinarci ai Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni (Garzanti 2026).

Già con La natura del bastardo Rondoni opponeva a una “purezza” di matrice simbolista una poesia terragna impastata di sacro e profano, in un viaggio sbandato che attraversava autostrade, bar, discoteche, ipermercati accogliendo – come notava acutamente Morasso – le numerose sollecitazioni vitali al pari di un «sismografo febbrile dell’esistenza» (M. Morasso, Davide Rondoni, “La natura del bastardo”, e la sua “musa vibrante e inappagabile”, «L’EstroVerso», 31 marzo 2017). Si trattava di un processo di “imbastardimento” che arrivava a toccare la lingua e le sue strutture in una progressiva contaminazione di codici, registri, stili. Con Sette canti contro lo Scontento ci troviamo di fronte a un’ulteriore deflagrazione, in una poesia totale che mescola versi e prosa senza soluzione di continuità e oppone alla «fluida perfezione» un andamento irregolare, spurio: «metropolitana, metropoli / tana / emissioni soffuse di dati, una nebbia guida / i destini […] / In queste fauci meravigliose fauci / lo Scontento li mastica lentamente / e fissandoti…». Un flusso magmatico di frammenti che potrebbe ricordare i Cantos poundiani ma qui è forse qualcosa di beat ad aggirarsi nella scrittura randagia di Rondoni, tra apparizioni metropolitane e visioni apocalittiche nello Spanish Harlem di New York: «Riparami da questo frastuono / per il resto della notte riparami / ti diceva la figura sbucata da cartoni / fradici stringendoti le mani / non lasciarmi andare via / […] La Sapienza è seduta, vecchia ebrea nera fuma la pipa fuori dalla porta. / In Occidente imperano sulla rovina delle loro menti, mentono sapendo di morire, carezzano la fine come amica».

Quella descritta da Rondoni è una civiltà al collasso dove talvolta sono proprio gli artisti «i primi a diventare nihilisti ironici futili tristi»; sono in gioco allora, per tornare alle riflessioni iniziali di Borgna, i fondamenti autentici dell’umano e delle sue profonde relazioni, le uniche che permettono di scampare «al vizio malinconico / alla esistenza triste in cui il demone invita / nel privé con occhi games e inanellate / lunghe dita». Lo Scontento che «attacca» e «saetta» come un «serpente verdesquame» è il segno visibile di questa sorta di anestesia umana e spirituale di cui i più giovani subiscono le sotterranee conseguenze: «pagherete tutto con la violenza / che cresce dentro i ragazzini». Occorre allora, ci dice Rondoni, falciare «l’erba nera del lamento» per «seminare qualcosa di buono / sotto le stelle indecifrabili», mormorare la lingua francescana della lode perché «nascere è una benedizione / non solo un trauma, non solo / l’inizio della sventura». Il poeta si muove come un rabdomante alla ricerca di sorgenti e vibrazioni sotterranee, che si tratti di attraversare metropoli italiane e newyorchesi o circoli intellettuali obnubilati dal politically correct, tutto entra nella «lingua zero» di questa poesia: «treni scassati nella notte», «bar», «call center», le «Madonne di Beato Angelico» e quelle «di Armani», “Mario” nome di «barista manutentore» e nome del Mario Luzi di via Bellariva «poeta novecentesco fedele alla vita» e ancora la cronaca con il «bagagliaio della R4» dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro e il poeta Virgilio che avrebbe voluto con la sua Eneide «essere cenere, sparire». Occorre fidarsi, ci dice Rondoni in questo scorretto e ardente libro beat, degli incontri che sostengono e rimettono in moto l’autentica speranza, che si tratti del «volto appassionato di don Giussani» o degli innumerevoli amici artisti, pittori, poeti e musicisti singolarmente citati con epiteti nelle pagine di questo volume. Come il gesto fiducioso della «donna del lanciatore di coltelli» che sa ancora guardare negli occhi il destino: «niente paura / se non mi fido completamente, se / solo d’un soffio mi faccio / di lato, millimetricamente / lui mi trafigge, mi sfigura […] / ma il destino è un lanciatore di coltelli / fissalo negli occhi fidati di lui».

(Massimiliano Mandorlo)

Davide Rondoni, Sette canti contro lo Scontento, Milano, Garzanti, 2026, pp. 178, € 19.

Mappe #31

Verso l’ἀρχή della vita. Lezione di meraviglia di Daniele Ricci

«Finalmente questa notte esco dal romitorio. / Faccio ricorso al tuo φάρμακον / per varcare le porte. Vado al mare / del mio dolore amaranto» scrive Daniele Ricci nell’incipit del suo Lezione di meraviglia (Pequod 2022). A dispetto del titolo, che potrebbe far pensare ad una meraviglia intesa in senso moderno, Ricci compie con questo suo libro un nostos che risale fino alle origini dell’esperienza umana, lì dove θαῦμα è per il mondo greco antico l’angosciante stupore, la sproporzione del destino di fronte all’ignoto e all’imprevedibile: «Il mare dorato / sotto la luce bianca del cielo. / Sono solo come sempre / nella cabina 12161. / Ascolto il fragore dell’acqua / tagliata dalla nave». Un dolore ancestrale attraversa la scrittura di Ricci, chiede di essere accolto attraverso la luce intermittente della poesia che è φάρμακον quindi al tempo stesso possibilità di cura e veleno, itinerario di salvezza e distruzione: «Tutto si porta via / la scia della nave, / il caldo e i nostri futili gesti / il tuo sorriso e l’ombra della vita. / Quaeris aut quereris?». Si è come sospesi tra ricerca instancabile e dolore per la perdita, una frattura è accaduta e occorre abitarla per ritornare  ̶  come un superstite dopo il naufragio  ̶  alla terra da cui si proviene: «Vedo la notte e i citofoni muti. / Mi sono perduto / in un labirinto di metallo e fame, / la frattura mi tiene legato al mondo». Non importa se il viaggio sia pieno di insidie, ciò che conta è, luzianamente, rimanere fedeli alla vita, ascoltare la forza spirituale del proprio δαίμων perché possa guidare il destino, tenendo il timone puntato verso quell’origine da cui tutti discendiamo: «Lo schermo nero della televisione / riflette la mia immagine / il foglio di carta / l’ἀρχή della vita». Un viaggio che si compie nelle zone di confine, lì dove la forza degli elementi naturali è più viva e si manifesta nel suo principio di morte e rinascita: «Sulla torre vecchia di Fiorenzuola / il vento sferza le lancette dell’orologio, / le rupi e le falesie coperte / di cespugli secchi». Oppure fuori stagione, tra inverno e primavera, su quella linea costiera adriatica dove  ̶  lontano dai clamori dell’estate  ̶  è ancora possibile riscoprire la propria vera essenza: «Ritorno a Marotta / senza di me. / Nuoto dove l’acqua è bassa / dove nasce il dolore / e per il vento fischiano / gli alberi d’alluminio / delle barche a vela / ferme a riva».

(Massimiliano Mandorlo)

Daniele Ricci, Lezione di meraviglia, Ancona, peQuod, 2022, pp. 120, € 15.

Mappe #30

Piccole cose di questo mondo di Enzo Riboni

Di minime e familiari presenze che sostengono la vita è popolata la poesia di Enzo Riboni: «Le veglie a Capodanno / sale da ballo nel weekend / tu al centro dell’orchestra / per guadagnare un po’ di più / E poi di notte e di mattina / senza mai tregua in settimana / chino a cucire astucci / forzato a respirare / i micidiali fumi d’anilina» (p. 15). Frammenti del passato e dell’infanzia si ricompongono come tracce – umili e labili ma pur sempre segni di una «grazia ardita» – di un mondo ormai scomparso ma ancora capace di emettere segnali luminosi: «Ci trovavamo al prato / le sere d’estate / una rotonda con un po’ d’erba / tre alberi / forse / con le corse / dopo il tunnel di Greco / di noi bambini / nel profumo cieco / di un’infanzia che va in fumo» (p. 17). Sono queste le piccole cose di questo mondo che sono offerte in sorte a noi umani: una nevicata vista con gli occhi di un bambino «ai piedi di Milano / sotto le scarpe con la suola / di para» (p. 21), una Milano dimenticata e segreta con i «film del cinema ABC» (p. 22) o il naviglio della Martesana verso cui correre e bagnarsi. Lo sguardo è quello di chi è in ricerca di universi più grandi di noi, consapevole di essere solamente «un punto / ma vivo quanto vale» (p. 39) e allora occorre alzare gli occhi al cielo verso altre «frotte di stelle» (p. 40) cercando lampi di luce come nella bella poesia che porta il titolo di La spiegazione. Qui tempo, storia universale e storia individuale si fondono in una folgorante visione: «E trovai proxima Centauri / che appare con la faccia / di quattro anni avanti / e Sirio l’Alpha Canis / al tempo che Annarosa / s’iscrisse al Beccaria / e poi Procione e Altair / e Vega / lampo di luce nato / col parto del millennio / tra lo splendor di Rigel / comparsa a ricordare / la guerra al Barbarossa / così che assai lontano / brillan le luci di Deneb» (p. 40). Basta poco perché le “umane cose” possano rinascere: tornare a guardare la promessa di «un bagliore di luce di lago» (p. 86) o di «una collina verde / di fronte alla terrazza / e di notte / un presepiar di luci» a Rapallo (p. 93) perché il cuore possa riempirsi nuovamente di bellezza e riprendere finalmente il suo battito.

(Massimiliano Mandorlo)

Enzo Riboni, Piccole cose di questo mondo, Viterbo, AttraVerso, 2026, pp. 108, € 15.

Mappe #29

La poesia terrestre di Iolanda Cuscunà

Al di là delle etichette, oggi diremmo dei tag, che frazionano la realtà in contenitori senza contenuti, un filone poco battuto dalla poesia contemporanea, troppo ripiegata forse su ombelichi che quasi mai coincidono con il centro del mondo, mette in primo piano la questione del “bene comune”. Una poesia dunque da intendere come azione pubblica che nasce nella e per la polis e che vorrebbe rivolgersi a una comunità più ampia del pubblico dei lettori di versi. Con Il sogno di Esaù, Iolanda Cuscunà ci mostra ad esempio la possibilità di una poesia ecologica senza ecologismi, centrata sulla matericità degli elementi, terrestre, localizzata a partire dalla lingua (il siciliano di Catania) in una geografia che non è «terra promessa» ma spazio familiare minacciato dalla ‘bestialità’ antropica: «Sulu di omini po’ moriri un ciumi» (“Solo a causa degli uomini può morire un fiume”), scrive la poetessa nel solco di Danilo Dolci, maestro ideale di questa poesia. Così quello di Cuscunà non è il grido di allarme di una Cassandra catastrofista, bensì l’atto di amore di una creatura che pure sotto un sole feroce («U suli m’abbrucia»), «st’occh’i suli / ca non s’astuta» (“quest’occhio di sole / che non si spegne”), contrappone la veemenza sorgiva della parola alla desertificazione del rapporto uomo-ambiente. Se da una parte allora la carnalità disperata del sogno di Esaù ci riporta a un’Apocalisse imminente  («Tutta l’acqua / r’i ciumi / r’i laghi / r’i funtani, / addispirata, / si jttau ndo mari», “Tutta l’acqua dei fiumi dei laghi delle fontane, disperata, si è buttata in mare”), dall’altro la vena della salvezza continua a scorrere, anche carsica, in una umanità che si risveglia in tempo, un attimo prima di collassare: «Si sveglia Esaù / nell’aria ancora il profumo delle zagare / nelle orecchie la voce dell’acqua».

(Pietro Russo)

(Iolanda Cuscunà, Il sogno di Esaù, Nous editrice, S. G. La Punta (Ct), 2025)

Dorme Esaù
di ritorno dalla campagna
la zuppa ancora calda
nello stomaco

sogna
palummi niuri
niuri cunigghi
volare e correre nel campo
beccare, mangiare
semi di lenticchie
buoni per la zuppa

(colombe nere / neri conigli)

sogna
campi arsi
latrare una macchia
grigia e scarna
ca non avi paci e mancu abbentu

(che non ha pace nè riposo)

quattru ossa
cu na lingua longa
ca va circannu l’acqua
ma acqua non ci nn’è

(quattro ossa con una lingua lunga / che va cercando l’acqua / ma acqua non ce n’è)

Mappe #28

Cercare la polvere, cercare l’umano: il poeta Angelo Santangelo

In un certo senso si potrebbe dire che la polvere è l’unità di misura dell’umanità. Forte del magistero di Qohelet, il rito cristiano delle Ceneri ce lo ricorda annualmente in preparazione a quel tempo forte che è l’attesa dell’Evento cristologico. La Storia umana come fatto di polvere: narrazione che vede la polvere come suo soggetto e oggetto, dunque. L’indagine di Angelo Santangelo in Geografie della polvere muove da questo presupposto e sembra mirare proprio a una mappatura immane del passaggio terrestre, transitorio per antonomasia, dalla prima apparizione di carne al disfacimento molecolare («tutte / tutti e non ritorneranno più»), senza però perdere il senso generale di un orizzonte la cui profondità è dettata dalla fede, «come se oltre / ci fosse ancora una speranza: un uomo / che cammini folle immemore sull’acqua». La poesia di Santangelo, che procede per agglutinazioni di immagini e senso secondo lo stilema barocco dell’amato maestro Angelo Scandurra, si presenta nel segno del «richiamo bestiale / del corpo che vuole sobbalzare dalla sedia / ma non può», ovvero di una impossibilità a rispondere alle ragioni vitali se non per mezzo di un «sonno della ragione che non genera cerberi / draghi, ma astri e ancora astri su cui poggiare / teste dinoccolanti». La «frattura» e la conseguente fatica della ricomposizione dentro un ordine esente da conflitti emergono – e non a caso – come la cifra di Geografie della polvere; è uno «iato di poeta» che separa il dire dalla realtà. «Raccogliere e misurare la polvere / che lascia lo sparo radiale / nell’innocenza calibrata di un volto» è quanto resta da fare a Santangelo, cesellatore di tensioni trattenute: fustigatore delle miserie umane («È suddito l’uomo») e al tempo stesso cantore di improvvisi “sortilegi”, come «un sorriso a davanzale / su cui si poggia un mare / sconfinato di donna»; il tutto senza che la parola ceda di un granello alla polvere.

(Pietro Russo)

Angelo Santangelo, Geografie della polvere, prefazione di Raffaele Gueli, Milano, La Vita Felice, 2025, pp. 88, € 12,35.

Mappe #27

Due poesie di Giammarco di Biase, da Solo le bestie

Alla fine, una tessitura. Sembra un’unica poesia, la misura è la stessa, si fanno strada immagini ricorrenti. Davvero il libro è intessuto degli stessi fili, uno stesso sguardo allucinato e chiuso lega le parole. Scarti improvvisi, qualcosa che manca, la fine della frase si sposta spesso più in là. Come sempre, in un libro di poesia, occorre trovare da dove la voce sta chiamando e chi e cosa sta guardando. Con grazia sono nominati i parafernali dell’abuso e i medicinali della dipendenza. Ma nessun cedimento al dannatismo, a pose da rock star. Un profondo senso di tradimento è distillato in ognuna delle poesie, poesie gemelle, più che simili, dalla stessa controllatissima misura: quasi un unico testo, un unico latrato, lanciato oltre la voce, a pieni polmoni. Contro le assurdità crudeli che ci mangiano, ci inghiottono vivi, e ci sprofondano. Con voce filiale, ossia di chi legittimamente chiede, attende che gli sia dato, reclama il dono dell’esistenza, di una introduzione gioiosa, lieta, alla realtà, e invece si trova a maneggiare una distruzione, di più, una corrosione della promessa con cui veniamo comunque al mondo. Non si arrende al disastro, scopre la possibilità di rifare il mondo che si è mostrato così ostile. La voce prova le sue possibilità, come stendendo il collo e le braccia al risveglio: in tutta la Prima parte accosta immagini e si misura con la tradizione (in un sintagma come «nella stella lapidata»), cerca il proprio spazio. Poi, senza più nascondimenti, si distende e accetta il peso e il compito di dire le cose come stanno:

Ci sono colombe che sento attraversare
ed è il mio più vecchio ricordo. Tu, papà, chiuso
nella notte sul divano, adesso che sembrano
a ritmo le imposte, la luce a ghermire
il calco della colomba a ricordare che si esiste
solo premendo più fronti. Un cucchiaio sul parquet
sporco di emicranie segna l’ora dove non sono ammessi
figli ma solo medioevi fino ad arrivare al cesso
e vomitare è così splendido.

Il poeta aruspice degli uccelli, legge il volo delle colombe e la cadenza delle imposte come un invito: le stesse colombe, quelle presenti e quelle del ricordo lontano, portano in dono una scena difficile, sprofondata nella memoria eppure fondativa. Lo sguardo si posa sulle cose e ne resta a distanza, come sulla soglia. Traccia le coordinate di una stanza: il divano, le imposte, il parquet, il bagno lì vicino a qualche passo. Questa misura in fondo piccola e breve resta impossibile da attraversare: tutto è nominato da una separazione, da un’immobilità di bimbo. Nulla si deve chiedere a un bimbo, se non guardare, segnare dentro di sé una scena, dolorosa o no, adesso preziosa. La poesia trabocca di verbi infiniti, cinque, che aprono il respiro, in più occasioni preceduti dalla preposizione: nel tentativo di dare loro una direzione, uno scopo. La luce esterna prova a toccare chi era dentro, ghermisce l’abbandono di un padre «chiuso» due volte «nella notte» e «sul divano». Quel «tu, papà» non sfonda il silenzio, non è parola detta ma mentale, riporta una visione. Simbolo di una vita che inaridisce, incombe l’enigmatico «calco della colomba», il cui significato, altrettanto oscuro, è «ricordare che si esiste / solo premendo più fronti». Gli occhi inquadrano un altro oggetto inerte e tremendo per la sua incongrua collocazione: «un cucchiaio sul parquet / sporco di emicranie». È un segnale, questa volta, eloquente, decifrato: «non sono ammessi / figli». Un divieto che è obliterazione creaturale: in questa forma plurale si intravede un rifiuto troppo più grande del rifiutato, che lo supera e, in modo eccessivo, lo ignora due volte, lo calpesta. Il tragitto dal divano al cesso dà l’idea di un compimento: e resta da chiarire cos’è «splendido», se quell’ultima liberazione, pure ributtante, o il ricordo stesso.

Alla fine del libro, una tessitura insperata:  

La parola mi ha salvato. Ritorna al pane
mi ha detto, dimentica di tessere la croce

ai piedi di un figlio scanzonato. Orfano
tu che mi hai amato, tu che hai amato

tuo padre più di un tarlo respira un cielo
di cedro, una costellazione di zattere.

Ritorna al pane, alla pergamena, al filo

che piega, odora lieto lo sfogliare dei tetti

perché hai salvato il mondo con le dita.

È un nuovo invito, il mondo riacquista colore e profumo. La pergamena è un nuovo simbolo, di tessuto ancora vivo, possibile palinsesto. Si descrivono arcate, movimenti, gesti compiuti e da compiere: il «filo / che piega» è il movimento ora non più sottratto. Ma occorre dismettere una tessitura infeconda, «tessere la croce / ai piedi di un figlio scanzonato», e dare spazio a quel legno che non si inchioda al lutto: un legno che è «cielo / di cedro» e «costellazione di zattere», orizzonte e strumento. Bisogna trovare la parola che dica il nome più vero: prima di padre, prima di papà, dire figlio e orfano, riconoscere il mistero di un’alterità insuperabile, la tenerezza di un destino in fondo estraneo. Perché ci sono esistenze che restano ancorate alla loro origine, non si protendono avanti. Restano creature. E così devono essere giudicate, secondo questa loro natura. Solo le bestie scopre l’identità filiale di suo padre, e lo perdona.

(Pietro Cagni)

Giammarco di Biase, Solo le bestie, Milano, Marco Saya, pp. 68, € 12.

Mappe #26

Lo “sguardo straniero” del poeta: Questa notte non posso aprire gli occhi di Leda Erente

Come guarda un poeta? La domanda, solo apparentemente oziosa, si ripropone dagli albori delle comunità umane e va al cuore di una questione cruciale. Anche quando il poeta chiude gli occhi per affidarsi a una visione “altra”, per esempio impastata di sogno e di speranza nell’avvenire, giunge a un grado di comprensione che tocca il fondamento misterioso della realtà. Questa notte non posso aprire gli occhi di Leda Erente è quasi un manifesto della “cecità” profetica della poesia che vede ben al di là del visibile. Tiresia o Omero, il poeta qui «richiama gli uccelli a disperdere i suoi versi» (p. 28), ovvero innalza un canto di lode e d’amore a emulazione dei volatili: «mi farò ciotola per raccogliere il tuo verso / e risuonare nel vento» (p. 20). Anche con gli occhi non aperti il poeta «ha la vista del gheppio», come scrive Erente in uno dei testi più belli del libro: «Il tuo amore mette radici. / Ha la vista del gheppio che porta ad afferrare le cime / a contemplare una stella coperta di neve» (p. 37). Come un mendicante affamato di senso e verità, Leda Erente compone dunque un Cantico randagio che bussa con insistenza alle porte del cielo («tutta la notte ho bussato», p. 46) per far coincidere la più radicale delle domande con l’afflato da cui scaturisce la poesia: «Dove sei amore?» (p. 40). Se è vero che lo sguardo del poeta è  «straniero» poiché «diverge dal mondo» (p. 55), la scrittura di Erente procede per interrogativi che sono, in ultimo, la cifra di uno stupore bambino, vala a dire di chi si accosta con semplicità a una realtà che non è mai un possesso personale («non del tutto nostro il respiro / non del tutto nostro il battito del cuore», p. 29), bensì un dono per cui ringraziare aprendo «la porta al canto / alla sorgente di luce» (p. 96). E laddove Erente non riesce ad aprire gli occhi, è qualcun altro a farlo per lei. Essere guardati, infatti, è la speranza che infonde ali e canto alla poesia: «Senza il tuo sguardo non possiamo essere interi. / […] / La mia bocca è colma di gioia // Mi lascio cadere» (p. 89). Con questa fede Leda Erente, poeta, guarda il mondo.

(Pietro Russo)

Leda Erente, Questa notte non posso aprire gli occhi, Prefazione di Massimiliano Bardotti, Firenze Libri, Firenze, 2025, collana “Fuori stagione”.

Mappe #25

La materia verticale di Imperatrice Bruno

Un vortice di forze centripete si agita e si dibatte incessantemente nella poesia della giovane Imperatrice Bruno (Ariano Irpino 2001) che colpisce per la tensione che attraversa i versi della sua Materia verticale, un viaggio incandescente attraverso le regioni oscure ed enigmatiche dell’esistenza: «La tua natura è del sole che esplode / e che per sua natura esplode / per riesplodere / e così il muschio che ti circonda / si brucia, / i rami che a tua cornice vorrebbero vantarsi / si chinano invece ai tuoi piedi, / ogni essere grida di sorpresa e di paura / la tua natura è il profondo sud del mondo». Ha ragione Pontiggia, introducendo questo libro di ardenti e audaci visioni, a parlare di un daimon, di una «voce che detta, assegnando un destino, liberando forze che giungono da un tempo lungo. E che si muovono tra opposte tensioni, congiungendo ciò che è separato e discorde». Siamo condotti in universo ctonio, in una dimensione primitiva e mediterranea abitata da oscuri segnali e brucianti profezie: «Marzo sarà il ritorno della gente di mare, / si alzeranno i toni con Atlantide in bocca, / si chiederà dei poeti delle notti nei porti; / i poeti nascono nei porti, portano alle labbra / labbra di dolore, mani bagnate, / portano agli occhi tavole dure, / hanno la lingua bruciata». Chi scrive ci conduce sulla soglia dell’indicibile, lì dove tutto sembra vacillare e anche la parola trema, in un tempo visitato da misteriosi annunci: «Ormai è finito il nostro tempo, / tremano / i polsi sui fianchi; / nel sonno lieve / mi levi gli orecchini, / soffio che spegne / ceri bianchi».

(Massimiliano Mandorlo)

Imperatrice Bruno, Materia verticale, prefazione di Giancarlo Pontiggia, Piazza Armerina, Nulla die, 2024, pp. 120, € 15.

Mappe #24

Poesia presenza del mondo: L’attenzione di Angelo Andreotti

La poesia come soglia di attenzione dove non-più e non-ancora rinnovano la possibilità dello sguardo e quindi le parole del passaggio umano. Questo ci suggerisce Angelo Andreotti, poeta ferrarese morto da qualche anno, in L’attenzione (puntoacapo, 2019), libro dall’incedere sommesso e misurato che però non intende eclissare la commozione dell’incontro tra esperienza soggettiva e realtà circostante: «all’aurora / è in te stupore. | E il quieto abbandono / dei primi altissimi voli, librati / nell’aria ancora tutta da provare, / ti è riposo nell’anima / e attenuano la paura di te stesso / nascosto dentro a un luogo profondo / che non ti è centro, neppure salvezza» (All’aurora). L’orizzonte salvifico qui sembra essere quello di una parola che si affaccia sul bianco del foglio non come esercizio di letteratura ma come traduzione del «ritmo dei tuoi passi» (Gestazione) che pone alla luce un essere nel mondo sempre situato, nella «tua nudità / quando sei tu a prender gioia dal mondo» (Dialoghi). Interrogando un taglio di luce crepuscolare – ma nell’accezione data alla poesia di Gozzano&Co., ovvero tanto di inizio quanto di fine del giorno – così come le ore notturne tradizionalmente più inquiete e fertili per l’anima, Andreotti ci invita a un viaggio heideggeriano che si fa cura delle ferite del mondo che portano tutte lo stigma de L’indifferenza («Se soltanto sfiorassi quella vita»), di una momentanea caduta del nostro essere al mondo creature presenti, compassionevoli, poetiche: «Se qui, come se questo fosse il mondo, / ed è il mondo, il tuo mondo» (Presenza). Nonostante quella che sembra una naturale vocazione al rimanere all’ombra, il poeta non viene meno al suo compito di cercare un terreno di incontro in cui la propria esperienza risuoni in quella dell’Altro e viceversa, un’«ora che ci è comune ad entrambi / e ci accoglie e ci tiene qui insieme, / […] / in quest’ora in cui ha luogo il vero» (La condivisione). È lo stesso kairos della poesia sancito dalla citazione in chiusura di Simone Weil: «L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità. A pochi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono».

(Pietro Russo)

Angelo Andreotti, L’attenzione, prefazione di Antonio Prete, Pasturana, Puntoacapo, 2019, pp. 92, € 12.

Mappe #23

Le ragioni del canto di Massimiliano Bardotti

A lettura ultimata di A noi basti la gioia di cantare (peQuod, 2025), immagino l’autore, Massimiliano Bardotti, come la corda di uno strumento tesa nello spazio infinito dell’universo. In questo modo il Grande Cantore, pizzicandola, rinnova l’opera della creazione tramite le parole del poeta: «Si sospende così il tempo / come non ci fossero più cose accadute / e cose sperate, solo un presente / in cui tutto è avvenuto per sempre. // E per sempre canta: “ora”». Se il fare-dire della poesia non si mette a servizio di questa verità, che combacia con un’esperienza di fede nel mondo, quale traccia del nostro passaggio lasceremo? Il libro di Bardotti sembra inchiodarci continuamente a questa domanda; i versi e le prose che lo compongono possono quindi essere letti come una “meditazione” sulla morte che non ha (e non vuole avere) nessun orpello intellettuale, logico-razionale. Il punto da cui scrive il poeta è, infatti, una misura assolutamente soggettiva e universale allo stesso tempo: «Appartengo a quell’ultimo respiro / dal quale sono nato». Forte di questa appartenenza, Bardotti – “pellegrino russo” in latitudini toscane – va alla ricerca di una fonte inesauribile di senso, trovandola infine nella gioia di un cantare aperto e ferito come una preghiera: «Fammi tutto amore / non resti di me neanche una traccia, / solo amore e nulla più». Tuttavia non si pensi, erroneamente, che l’universalità (e l’universo) del canto del poeta sottragga luce alla realtà della storia e degli affetti terreni; la vita coniugale, l’amicizia, le fusa della gatta-filosofa Etty che insegna a «praticare» la felicità, le difficoltà e la fatica del quotidiano non sono un mero sfondo o una “occasione” poetica, anzi essi emergono come il terreno fertile e necessario che prepara la voce al dispiegarsi del canto. Perché, come scrive Bardotti, «e forse è già essere salvi / abitare il cuore degli altri / per accoglienza». Con questa certezza, ci facciamo allora bastare la gioia di una bocca che si apre per essere all’altezza del Creatore.

(Pietro Russo)

Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare, Ancona, peQuod, 2025, pp. 104, € 14,25.

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