Categoria: Agorà

Amore e Morte in Mencarelli

Daniele Mencarelli riprende nel suo ultimo libro Degli amanti non degli eroi questa antica antinomia in modo assolutamente originale, con due racconti poetici in cui si intrecciano amore, eroismo (finto) e perdono. Questo testo è ben diverso rispetto ai libri precedenti. Il breve commento è un invito alla lettura problematizzante dell’unità stilistica del libro e del tema sotteso dall’antinomia.

Eros e Thanatos

Eros e Thanatos è l’antica antinomia di due realtà legate indissolubilmente: già ben nota ai greci e sempre riproposta nella nostra letteratura occidentale da Romeo e Giulietta a Tristano e Isotta a Mr Pinkerton e Madama Butterfly. A questo sembra alludere il nuovo libro di Daniele Mencarelli, Degli amanti non degli eroi (Mondadori 2024), a cui mi accosto proseguendo il paragone del mio sentire con quello dell’autore, come già accaduto in passato (https://www.lineatempo.eu/author/mario-lo-pinto/), senza pretesa di cimentarmi in una vera e propria critica letteraria. Mencarelli tuttavia allude a questo tema unendo in un libro un poemetto e una composizione per così dire “epica”, ben distinti tra loro. Il senso del primo poemetto – Storia d’amore – è presto delineato nella nota conclusiva:

Se dovessi pensare a un corredo funebre, qualcosa da portare con me nell’aldilà, sceglierei questa storia in versi, semplice, adolescente, messa in scena per raccontare l’amore nella sua dismisura.

Insieme ad un’altra osservazione significativa:

Nessun uomo riesce a consegnare nelle mani del nulla ciò che ama veramente senza soffrirne, senza sentire il desiderio che quella vita finita su questa terra continui su altre rive.

Una bellezza incarnata

Di fronte a questa esposizione così chiara, vien da chiedersi cosa si aggiunga nell’esprimere gli stessi concetti in poesia, un mezzo espressivo a cui il lettore normale reputa difficile l’accostarsi. Anch’io, soprattutto nella mia giovinezza, non sono stato attirato dalla poesia perché avevo in casa un “poeta”, mio padre, che mi sembrava un po’ ridicolo; e poi perché le poesie moderne mi risultavano quasi sempre incomprensibili. Quelle invece che studiavo a scuola, quelle con la metrica ed il lessico difficile, una volta imparate non sono affatto complicate. Anzi la forma in cui sono scritte aiuta ad esprimere il pensiero di chi le ha scritte andando sempre al di là delle intenzioni di chi le ha scritte. Cioè l’arte – il mezzo e il risultato artistico – supera l’artista e per questo lo scritto fatto di idea e forma indissolubilmente unite prende vita propria e supera nell’espressione il semplice testo che contiene. Del resto questo accade anche per le canzoni fatte di testo in musica, mentre è meno facile che accada nella prosa. E il poemetto d’amore di Daniele Mencarelli è proprio una storia in versi in cui tutto ruota attorno ad una evidenza, l’idea della Bellezza incarnata:

a un’altra grandezza del vedere
mi porti attraverso la mia casa,
tutto grazie a te si fa bellezza
[p. 24].

Vengono alla mente i poeti del Novecento che dicono le stesse cose – Donna, mistero senza fine bello di Gozzano – o addirittura Sant’Agostino: Tardi ti amai bellezza tanto antica e tanto nuova. Bellezza che alberga in un amore acerbo degli anni ‘80 che porta tutto il peso di quelle circostanze: delle droghe che hanno invaso la vita, della materialità che domina nei rapporti. Circostanze che non hanno la forza di snaturare quel rapporto che resta sempre segno di qualcosa di più grande. Il fine dell’amore, anche il più carnale, è solo quello di rimandare ad Altro:

tutto porta inciso il tuo nome [p. 27]

Amare Chi ti ha fatto viva
è la tua bellezza che lo vuole
se adorata nella sua cifra smisurata
[p. 38].

L’eroismo del perdono

Stupisce che nel libro sia giustapposta a questo primo componimento un’altra composizione apparentemente del tutto scollegata: l’inedito poema Lux Hotel, anch’esso una storia in versi. La vicenda richiama anche nei nomi dei protagonisti l’epopea antica trasposta in un presente ipotetico dove quelli che son creduti eroi liberatori della patria si rivelano personaggi violenti e menzogneri che si scannano a vicenda per una partita di poker nella suite dell’albergo. Ma il bisogno di difendere le apparenze, la gloria umana di quei soldati che devono rimanere gli eroi che tutti credono, induce il concierge dell’albergo, sopraggiunto a cose fatte, ad addossarsi ogni colpa e suicidarsi. Anche il narratore, un semplice cameriere testimone della mattanza, tace e accetta questa soluzione, ricavandone anzi qualche beneficio. L’Autore intende

disinnescare nel cuore degli uomini il bisogno di un eroismo da imitare per avviarsi a una nuova forma di umanesimo […] per arrivare a festeggiare l’eroismo del perdono, della compassione, del coraggio che soccorre [p. 84].

Il narratore-cameriere, di fronte alla scena insanguinata e ai cadaveri dei soldati, teme sia giunta anche per lui l’ora del castigo per tutti gli anni in cui ha disertato la vita fatta di impegno e di pena e si rende conto di qualcosa:

mi accorgo d’aver la presunzione
d’ogni altro uomo a questo mondo
che ogni accadimento nasca da lui
succeda per lui soltanto
[p. 75].

I nostri atti ci seguono
, diceva Paul Bourget, ma in qualche modo anche ci precedono formando il contesto e il contenuto della nostra esistenza di cui siamo responsabili di fronte a Dio e di fronte ai nostri fratelli uomini. Dunque amore e morte sono i protagonisti antinomici di questa opera che d’altra parte risulta stilisticamente molto compatta, alla ricerca di una modalità di espressione del tutto originale. Il verso infatti diventa quasi prosa per rendere le due storie sempre perfettamente intellegibili: una storia di amore e una storia di odio. Resta da chiedersi come l’ardore un poco sconsolato del primo poema riesca a rendersi alternativo al senso dell’orrido svolgersi della seconda vicenda. Riesca a dar senso al sacrificio del concierge, apparentemente assurdo ed esecrabile; riesca a sostenere il narratore «per arrivare a festeggiare l’eroismo del perdono».

Mencarelli qui mi sembra che intenda Amore e Morte non come coincidenti, come avviene per i greci e per tanti nostri autori, ma che l’uno debba tendere a superare l’altra. Anche l’amore fulgido ma inquieto e incostante dei nostri giorni deve prevalere sui bagliori di guerre sempre più incombenti dove gli atti di eroismo si confondono con quelli di viltà. Ricercare come questo possa accadere credo sia la prospettiva più adeguata per accostarsi a questo libro.

Mario Lo Pinto

Apeirogon. Uno sguardo poliedrico al dramma israelo-palestinese

Recensione di Colum McCann, Apeirogon, Feltrinelli, Milano 2021/2022

Come quelle figure che si compongono e si scompongono tra infiniti giochi di luce e di colori. Così deve apparire l’inestricabile intreccio delle terre aride di Palestina, verdi d’Israele, sotto gli occhi ignari d’innumerevoli stormi di uccelli migratori che sui cieli di Levante percorrono strade aeree cercandovi un momentaneo ristoro e trovando però, troppo spesso, trappole di morte. E così appare quella stessa terra agli occhi di Colum McCann, nato nel 1965 a Dublino dove è cresciuto, e magnetizzato dall’intrigo israelo-palestinese al seguito di numerosi viaggi in Terra Santa. Un apeirogon, letteralmente un poligono dai lati infinitamente numerabili. È questa la metafora che descrive, senza mai poterlo spiegare fino in fondo, l’infinito intreccio di torti e di ragioni che quasi meccanicamente spingono due popoli ad odiarsi. Due popoli le cui ingiustizie, subite e restituite consegnano alla vorticosa spirale di azione-reazione, di violenze gratuite il cui peccato d’origine sta – ci lascia capire l’autore attraverso i suoi protagonisti – nella negazione e nella reiterazione della Nakba: la «catastrofe» per il popolo palestinese, che corrisponde invece – come in un’immagine rovesciata nello specchio – alla «resistenza» e alla «rinascita» per il popolo israeliano. Due sguardi opposti, due linguaggi opposti che a loro volta si frantumano al loro interno in infinite spaccature politiche e ideologiche senza che vi sia un’apparente soluzione. Per sua stessa natura il linguaggio, ripete l’autore con Borges, non può essere bloccato in un luogo e pertanto non è in grado di «cogliere la pura simultaneità di tutte le cose»[1]. Con una scrittura scabra, frantumata e pirotecnica, in questo libro pubblicato in inglese nel 2020, McCann ci invita a guardare dentro al caleidoscopio di infinite storie, antiche e recenti, di infinite informazioni, spigolature, semplici reiterazioni che esplodono senza un apparente senso unitario e che pure riappaiono quando meno te l’aspetti per intrecciare nuovi nodi tra fili sotterranei di una storia dai lati «infinitamente numerabili» e che compie inesorabile il suo corso. Simile allo scavo carsico del fiume Giordano che, perdendosi e ritrovandosi, attraversa due laghi-mari – il lago di Galilea e il mar Morto – per poi riaffiorare, antico testimone nel suo travagliato fluire, del dividersi e dell’intrecciarsi di due mondi opposti destinati però a confrontarsi e a convivere, nonostante tutto.

D’altra parte un irlandese come McCann, sia pure non di Belfast, sa almeno di sponda cosa significa dover vivere la quotidiana precarietà, la quotidiana paura dettata dal perverso intreccio di guerra civile e terrorismi. Dentro a questo intreccio di storie nasce l’imprevedibile incontro di Rami Elhanan, un israeliano del ceto medio, che ha servito Israele in due guerre, ma che ora ama sfrecciare per le strade di Palestina con la sua moto piuttosto che su un carro armato, gerosolimitano da sette generazioni ma discendente da un nonno sfuggito in Ungheria alla Shoah, e di Bassam Aramin, palestinese cresciuto con la sua famiglia in una grotta vicino a Hebron dignitosamente arredata, che nel giro di una notte fu spazzata via dall’irruzione dell’esercito israeliano con le sue jeep e i suoi fucili. Bassam, uscito dopo sette anni di prigione per avere lanciato da ragazzo due granate contro una jeep militare, si sposa e ha dei figli, ma in un martedì qualunque Abir, la sua bambina di dieci anni, uscita da un negozio dove aveva acquistato delle caramelle, viene uccisa davanti a scuola dalla pallottola di gomma, sparata da un soldato israeliano di diciott’anni.

Rami e Bassam, incontratisi quasi per caso, stringono amicizia partecipando alle attività di Combattenti per la Pace (www.cfpeace.org), un’associazione che dal 2005, inizialmente in modo clandestino, unisce tra loro soldati israeliani e militanti palestinesi che dopo essersi reciprocamente combatutti cominciano a pensare che deve pur esistere per la loro terra un’altra via, un altro destino. Decidono così di combattere l’Occupazione e di uscire dalla spirale di violenza con la forza noviolenta della parola. «Un israeliano e un palestinese che viaggiano insieme. Non solo. Un israeliano contro l’Occupazione. Un palestinese che studiava l’Olocausto. Come tenere insieme le due cose»[2].

Otto anni dopo la morte di Abir, una mattina a Gerusalemme Smadar, la figlia quattordicenne di Rami, viene devastata da un attentato suicida alla bomba organizzato da Hamas. Quella pallottola di gomma, dice Bassam al suo amico Rami, era rimasta nell’aria per ben otto anni. «Una storia che si trasfigura in un’altra»[3]. L’amicizia tra i due si rafforza, ed entrambi ora si ritrovano insieme anche nell’associazione Parents’ Circle Family Forum (www.theparentcircle.org), che riunisce palestinesi e israeliani che intendono trasformare il loro dolore non in vendetta, bensì in arma di dialogo e di pace. Entrambi girano per scuole, biblioteche, centri culturali, conferenze sulla pace, si recano in Germania, in Sud Africa, in Irlanda, incontrano personalità mondiali, Bassam incontra il senatore Kerry alla Casa Bianca. A tutti e ovunque parlano di un possibile futuro in cui i due popoli possano convivere sulla medesima terra, alla pari. Un sogno, contro il quale non vi sono però altre alternative che possano dirsi davvero realistiche. Dice Rami:

Per quanto sembri strano, in Israele non sappiamo cosa sia davvero l’occupazione. Sediamo nei caffè e ci divertiamo, e non dobbiamo farci i conti. Non abbiamo la minima idea di cosa significhi dover superare un checkpoint ogni giorno. O vedere confiscata la terra della nostra famiglia. O svegliarci con un fucile puntato in faccia. Abbiamo due ordini di leggi, due ordini di strade, due ordini di valori. Alla maggior parte degli israeliani questo sembra impossibile, una bizzarra distorsione della realtà, ma non è così. È che noi, semplicemente, non lo sappiamo. Per noi la vita è bella. Il cappuccino è buono. La spiaggia è libera. L’aeroporto è lì a due passi. Non abbiamo alcun accesso all’effetto che fa vivere in Cisgiordania o a Gaza. Nessuno ne parla. Non ti è permesso mettere piede a Betlemme, a meno che tu non sia un soldato. Guidiamo lungo le nostre strade percorribili solo dagli israeliani. Scansiamo i villaggi arabi. Costruiamo strade sopra e sotto di loro ma solo per farne gente senza volto. Forse la Cisgiordania una volta l’abbiamo vista, durante il servizio militare, o magari la vediamo di tanto in tanto in tv, il nostro cuore sanguina per mezz’ora, ma non sappiamo quello che succede là veramente. Finché non accade il peggio. E a quel punto ti si capovolge il mondo. La verità è che non può esserci occupazione che sia compassionevole. Non esiste proprio. È impossibile. Ha a che fare con il controllo. Forse dobbiamo aspettare che il prezzo per la pace si alzi a un punto tale che la gente comincerà a capire[4].

Dice Bassam:

Da bambino pensavo che essere palestinese, musulmano, arabo, fosse una punizione divina. E me la portavo dietro come un grosso peso intorno al collo. Da bambino non fai che chiedere perché, ma da adulto, di chiedere perché te lo sei ormai dimenticato. Accetti e basta. Hanno distrutto le nostre case. Accetti. Ci hanno ammazzato attraverso i checkpoint. Accetti. Ci hanno detto di ottenere permessi per cose che loro hanno ottenuto gratis. Accetti. Ma in prigione cominciai a riflettere sulle nostre esistenze, sulla nostra identità, in quanto arabi, e questo mi portò a riflettere anche sugli ebrei. E a quel punto compresi che l’Olocausto era reale, era successo per davvero. E cominciai a pensare, all’inizio con riluttanza, che gran parte della mentalità degli israeliani doveva essere scaturita da quello, decisi così di provare a capire chi fosse davvero quella gente, quanto avesse sofferto, e perché nel ‘48 avesse scaricato la sua oppressione su di noi, e avesse continuato a farlo, rubando le nostre case, portando via la nostra terra, infliggendoci la nostra Nakba, la nostra catastrofe. Noi, i palestinesi, eravamo diventati le vittime delle vittime. Volevo saperne di più […]. E dopo un po’ ebbi una conversazione con una delle guardie. Mi domandò: «Come può un tipo come te diventare un terrorista?»[5].

In prigione Bassam cominciò a studiare l’ebraico, e poi lesse i testi di Gandhi, di Martin Luther King, e di Mubark Awad, palestinese teorico della nonviolenza. Fu rilasciato nel 1992 e si sposò nel 1994, mentre erano in corso gli illusori Accordi di Oslo, che presto si sgretolarono. Scoppiò così la seconda Intifada, col suo strascico di terrorismo e di vendette. Commenta Bassam:

I peggiori errori politici, strategici e morali che abbiamo mai commesso […]. Cominciai a rendermi ancora più partecipe, dicendo che era necessario cambiare i nostri metodi. Lessi sempre più su nonviolenza e impegno politico. Pian piano mi resi conto che la violenza era proprio quello che i nostri oppositori volevano che noi praticassimo. Preferiscono la violenza perché con quella possono fare i conti. Sono enormemente più evoluti con la violenza. È la nonviolenza a essere difficile da gestire, che sia praticata da israeliani o da palestinesi o da entrambi. Li confonde. Non fraintendetemi, non avevo rinnegato quello in cui credevo. Il mio obiettivo era quello di sempre e che sempre sarà fino al giorno della sua realizzazione: la fine dell’Occupazione israeliana. Vedete, l’Occupazione agisce in ogni aspetto della tua vita, ti sfinisce, ti amareggia in un modo che nessuno da fuori riesce davvero a capire. Ti sottrae il domani. Ti impedisce di andare al mercato, all’ospedale, alla spiaggia, al mare. Non puoi camminare, non puoi guidare, non puoi raccogliere un’oliva dal tuo stesso albero che si trova dall’alta dall’altra parte del filo spinato. Non puoi nemmeno alzare lo sguardo al cielo. Lassù hanno i loro aeroplani. Possiedono l’aria che sta sopra e il suolo che sta sotto. Per seminare la tua terra devi avere il permesso. Con un calcio spalancano la tua porta, prendono il controllo della tua casa, mettono i piedi sulle tue sedie. Tuo figlio di sette anni viene preso e interrogato. Nemmeno puoi immaginarlo. Sette anni. Fai che sei padre per un minuto e pensa a tuo figlio di sette anni che viene preso davanti ai tuoi occhi. Bendato. Ammanettato coi lacci ai polsi. Condotto al tribunale militare di Ofer. La maggior parte degli israeliani nemmeno lo sa che succedono queste cose. Non che siano ciechi. È che non sanno quello che viene fatto in loro nome. Non viene permesso loro di vedere. I loro giornali, le loro televisioni queste cose non gliele dicono. Non possono entrare in Cisgiordania. Non hanno alcuna idea di come viviamo. Ma questo succede ogni giorno. Ogni singolo giorno[6].

Rami e Bassam sono persone reali, come reali sono queste loro parole, che troviamo al centro del libro e che McCann ha trascritto direttamente dalla loro voce registrata in una serie di interviste rilasciate a Gerusalemme, New York, Gerico e Bei Jala. Da queste interviste si dipanano in modo simmetrico storie remote e prossime che come per circoli concentrici si avvicinano sempre più all’indicibile, conducendo, quasi per un destino inevitabile, alla morte – e poi all’interminabile, reiterato lutto – di due giovanissime vittime, due bambine piene di vita, cariche di futuro, di sogni e progetti recisi da una somma infinita di casualità e di intenzionalità assassine, infinite come infinite sono le ragioni e i torti di due popoli costretti a convivere sulla medesima terra.  

Cinquecento pagine mirabili, di un romanzo che non è solo romanzo, di un saggio che non è solo saggio. Cinquecento pagine di storie che si intrecciano, si dipanano, si allontanano e si riavvicinano, mostrandoci una terra che ogni giorno ripropone a se stessa l’alternativa tra promessa e disperazione. Cinquecento pagine dentro ai nodi dell’inestricabile matassa della questione israelo-palestinese, che non ci consegnano però un trattato di politica che conduca a prendere posizione per gli uni contro gli altri. Queste pagine ci restituiscono piuttosto il grido vivo dell’umano che da entrambe le parti emerge nonostante tutto, aprendo vie di speranza prorio là dove – oggi più che mai – questa parola sembra voler essere esiliata per molto tempo ancora.  

Una domenica di prima mattina, mentre il villaggio palestinese di Anata ancora dormiva, una squadra di 33 israeliani, vestiti in modo sobrio, passò il checkpoint ed entrò con diverse auto e un pullmino fin davanti alla scuola di Abir, dove la bambina era stata uccisa proprio da uno dei loro ragazzi in divisa. Silenziosamente si misero al lavoro fino a sera. Tornarono in un centinaio nel fine settimana successivo, lavorando tutto il giorno sotto il controllo di un pallone sonda israeliano. Sullo zoccolo di cemento già solidificato misero in posa il tappeto di gomma e un palo col canestro da basket. Fu il primo e unico campo giochi di Anata. Alla fine dei lavori gli amici di Rami e di Bassam posero un cartello: Il giardino di Abir. Abir significa, in arabo antico, “fragranza del fiore”. Smadar significa, nel Cantico dei Cantici, “il grappolo della vigna”, cioè il fiore che si schiude.

Rumi, il poeta ispiratore del sufismo, scrisse un giorno: «Ben oltre il giusto e lo sbagliato c’è un campo, ti aspetterò là»[7]. Agli albori di questo anno 2024, il mondo ha bisogno più che mai di artigiani di pace che come Rami Elhanan e come Bassam Aramin, e come i loro figli Ygal e Araab che già ne raccolgono il testimone, ci indichino la strada verso quel campo.

C’è una unicità formale in questo libro intriso di scienza come di poesia, di immaginazione come di realtà, nel quale McCann mescola infiniti contributi di amici sparsi nel mondo – primi fra tutti Rami e Bassam – in un turbinio di aneddoti storici, notizie di cronaca, immagini fotografiche, informazioni fisiche, chimiche, ornitologiche, geografiche e perfino vuoti grafici che si rimandano in 1001 paragrafi – come le Mille e una notte – che si distendono simmetricamente in ordine crescente e poi decrescente incontrando antichi schemi matematici, come per esempio il misterioso gioco a specchio prodotto dai paragrafi 220 e 284, «numeri amicabili» le cui somme dei divisori si rimandano l’un l’altro[8].

Le forme dei matematici, come quelle dei pittori e dei poeti, devono essere belle; le idee, come i colori o le parole, devono combinarsi in modo armonioso. La bellezza è la prima prova: la brutta matematica non ha alcun posto nel mondo[9].

Apeirogon è un libro costruito a spirale, che rinnovando all’infinito il dolore per la morte di due bambine ci conduce, quasi in modo ossessivo, a prendere atto dell’impossibilità della via del conflitto permanente. Una spirale che si avvita faticosamente intorno ad un unico bisogno di ritrovamento dell’umano, un libro che vuole già essere in qualche modo esso stesso profezia di pace, non solo futura. Come l’autore fa dire ad Araab Aramin, che aveva quattordici anni quando spararono a sua sorella Abir: «Noi non parliamo della pace, noi facciamo la pace. Pronunciare insieme i loro nomi, Smadar e Abir, è la nostra semplice, genuina verità»[10]. Una verità purtroppo ben poco condivisa sia da parte di chi vede in questa forma di amicizia tra vittime una sorta di svendita della causa palestinese[11], sia da parte di chi invece pone la “sicurezza” dello stato di Israele al di sopra di ogni considerazione umanitaria.


[1] Colum McCann, Apeirogon, Feltrinelli, Milano 2022, p. 505.

[2] Ivi, p. 450.

[3] Ivi, p. 501.

[4] Ivi, p. 258.

[5] Ivi, pp. 268-269.

[6] Ivi, pp. 271-272.

[7] Ivi, p. 273.

[8] Ivi, pp. 119, 152, 367, 400.

[9] Ivi, p. 369. Citazione di un saggio del 1940 di G.H.Hardy.

[10] Ivi, p. 416. Da questa idea di unire i nomi di una vittima israeliana e una vittima palestinese è nata The Abir-Smadar Foundation.

[11] Si veda la dura critica mossa a questo libro da parte della scrittrice palestinese Susan Abulhawa, che su «Al Jazeera» dell’11 marzo 2020, criticando la cessione dei dirittti a Spielberg per la realizzazione di un film, scrive: «È chiaro che McCann abbia fatto lunghe ricerche, incluse lunghe conversazioni con i personaggi principali di questo libro e forse, presentando una storia vera, ha tentato di indicare la via in merito ai temi etici che riguardano l’appropriazione. Ma c’è un messaggio coloniale complessivo che si presta alla propaganda sionista» (in: https://zeitun.info/2020/03/16/apeirogon-un-altro-passo-falso-colonialista-delleditoria-commerciale).

Il GIUSTO? non uno “contro” ma sempre “PER”!

Si è svolta (10 marzo) in località Pontecurone (c/o Tortona) un’affollata manifestazione studentesca per la Giornata europea dei Giusti (6 marzo). Nel centro del paese è stata posta una targa a futura memoria di ben 8 nuovi Giusti, riconosciuti dalla Yad Vashem di Gerusalemme, tutti regolarmente religiosi appartenenti al carisma di San Luigi Orione, che è nato qui a Pontecurone. Questi religiosi, durante il II conflitto mondiale, precisamente dopo l’otto settembre, mentre c’era l’occupazione tedesca dell’Italia del Nord, hanno salvato centinaia di ebrei con relative famiglie dalla deportazione nei lager nazisti del Nord Europa.

La famiglia orionina su input di Pio XII aveva costituito una rete clandestina di uomini coraggiosi, ancorché preti o suore, che da Torino a Genova a Roma e nella zona di Alessandria operava, anche a rischio della propria vita per nascondere o far espatriare gli ebrei: don Carlo Sterpi, don Gaetano Piccinini, don Giambattista Lucchini, don Enrico Sciaccaluga, don Giuseppe Pollarolo, sr. Maria Manente, don Lorenzo Nicola, sr. Stalislaa Bertolotti. L’iniziativa degli studenti ha poi acquistato un significato particolare perché questa targa era stata “vandalizzata” l’anno scorso ad opera di balordi e poi perché nella targa è stato aggiunto un nome che prima non c’era, don Carlo Sterpi, che lo Yad Vashem di Gerusalemme solo di recente ha riconosciuto Giusto tra le nazione. A rendere particolarmente degna di nota l’iniziativa di quest’anno è stata la presenza-oltre un folto numero di abitanti- di ben 87 studenti delle scuole De Amicis e Zanardi di Pontecurone con i rispettivi insegnanti. Pur presenti le autorità, dal sindaco di Alessandria a quello di Pontecurone e i rappresentanti di numerose associazioni cittadine, sono stati gli studenti i protagonisti che, prendendo in pubblico il microfono, hanno fatto conoscere le gesta di questi Giusti, che loro avevano studiato in classe nelle ore di storia. E poi c’è stata per la prima volta la presenza del nuovo Vescovo di Tortona, Guido Marini che ha fatto capire ai ragazzi come oggi si diventa giusti. Prendendo lo spunto dai Giusti si è chiesto da dove questi abbiano potuto trovare il coraggio di rischiare la vita per gli altri, ebrei e non. La risposta poteva sembrare scontata: forse perché amando Cristo non potevano nn soccorrere il prossimo? Troppo scontato! Il vescovo ha precisato invece che bisogna stare attenti a quel che diceva don Carlo Sterpi, l’ultimo dei Giusti che è stato inserito nella nuova targa restaurata. Don Sterpi diceva sempre a se stesso : ” se seguo quell’uomo anch’io diventerò come lui”: si riferiva a San Luigi Orione, un gigante nell’aiutare il prossimo. Di lui si ricorda infatti che nel terremoto di Messina del 1908 si era precipitato laggiù – all’epoca un viaggio pericoloso- per assumere il ruolo di coordinamento dei soccorsi! Che dire poi anche del terremoto della Marsica dove si era occupato degli orfani ( adottandone un bel po’) che avevano perso i genitori sotto le macerie? Don Sterpi vedeva in don Orione un vero uomo. Il vescovo ha voluto con questi riferimenti sgomberare il campo da ogni equivoco: non si diventa uomini veri o non si va a Dio a forza di volontà e scrupoli ma seguendo il fascino e l’attrattiva di qualcuno che è vero, che è “giusto”. Tutti possiamo esser giusti, non solo perché ci si educa -come a scuola- con gli esercizi o, meglio, allenandosi a riconoscere volta per volta (e perciò a non tradire) ciò che è vero, che è buono, che è bello e giusto ma soprattutto seguendo chi su questa strada è più avanti di noi. E c’è sempre qualcuno che ci precede nell’essere più vero. Da qui l’invito del Vescovo Guido a fare ogni giorno la cosa “giusta”: seguire una amicizia giusta, amici giusti che son capaci di studiare- giocare- divertirsi avendo come scopo che nulla è più bello, perciò più umano, che dare la vita per gli altri, come lo stesso Gesù ha insegnato per primo …a tutti e anche a questi otto giusti!! Alla fine sono stati lanciati verso il cielo tanti palloncini quasi a ricordare che sotto questo stesso cielo ancora oggi muoiono tanti innocenti in terra ( vedi guerra in Ucraina e non solo) e in mare (vedi la tragedia di Cutro).

Kharkiv: la bellezza ferita

Memoria di un viaggio del 2016 nell’Ucraina orientale

Nella foto: Kharkiv 2016, piazza della Costituzione

Nell’ottobre 2016 mi recai per qualche giorno a Kharkov, Kharkiv in ucraino. Una città bellissima, russofona ma non russofila, nella quale tra la gente che cercava di costruire un proprio destino pacifico giungevano gli echi di un fronte di guerra già attivo da due anni nel Donbass. Vi andai in quei giorni con un popolo di pellegrini: russi, bielorussi, ucraini, italiani, per recare nella cattedrale ortodossa un dono prezioso della diocesi di Milano: erano le reliquie di don Carlo Gnocchi – portate di persona da don Maurizio Rivolta, rettore del santuario a lui dedicato -, “un beato per l’Ucraina”, come lo aveva definito il filosofo Aleksand Filonenko. Don Carlo Gnocchi su quella terra aveva accompagnato da cappellano militare i suoi alpini, a vivere e a morire.

Kharkov, Cattedrale cattolica, 2016: ingresso alla mostra dedicata a don Carlo Gnocchi

Tornai da quel breve, intenso viaggio, nel quale si era anche celebrato un convegno sulla disabilità, con negli occhi la bellezza di un mondo di frontiera che cercava una propria identità nel prisma delle nazioni d’Europa, dove si respirava il senso della libertà ritrovata dopo la lunga cappa sovietica, dove anche la “comunità volante” – un’altra efficace definizione dell’amico Filonenko – sapeva riunire in un cuor solo e in un’anima sola giovani e adulti, ortodossi e cattolici, convenuti dall’est e dall’ovest con l’unico ideale di testimoniare una rinnovata presenza cristiana in un’Europa concepita con Giovanni Paolo II dall’Atlantico agli Urali.

Kharkov 2016, davanti cattedrale cattolica alla cerimonia di consegna delle reliquie di don Gnocchi

Tra questi pellegrini vi era padre Mauro Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense, don Francesco Braschi, allora presidente di Russia Cristiana, padre Amvrosij Makar, parroco archimandrita della vivace chiesa ortodossa S. Ambrogio di Milano, Constantin Sigov, filosofo di Kiev, Aleksandr Filonenko, filosofo di Kharkov, il suo amico Franco Nembrini, scrittore ed educatore, Dmitry Strotsev, poeta bielorusso conosciuto anche in Russia, Silvio Cattarina, un uomo che dedica la sua vita a risollevare, come un padre, tanti nostri figli caduti nelle sabbie mobili delle droghe, Irma Missaglia, che con i suoi collaboratori inventa idee sempre nuove per costruire sostegni tecnologici alla vita delle persone disabili, e poi lo splendido coro SAT, giovani universitari che non vogliono lasciar morire la bella tradizione dei canti degli alpini, e tanti altri ancora, più o meno noti, compresi gli educatori i ragazzi disabili di Emmaus. Il convegno aveva per titolo “un cuore più forte della guerra”, e in quell’occasione venne presentata la pubblicazione del “Dolore innocente” di don Carlo Gnocchi, tradotto in ucraino e in russo.

Kharkov, visita guidata alla città con Anna Carminati. Tra gli altri don Maurizio Rivolta e Silvio Cattarina

Voglio parlare anche di Katia Klyuzko, Francesca Perrucchini, Anna Carminati e di tutte le altre splendide educatrici e traduttrici del progetto “Figli della Speranza”, attraverso il quale nacque una bellissima collaborazione di Famiglie per l’Accoglienza con gli amici ucraini per offrire un’ospitalità estiva di sollievo nelle famiglie italiane ai bambini e ai ragazzi sfollati con le loro famiglie dal Donbass verso altre città dell’Ucraina. Fu un’esperienza che durò quattro anni, fino alla chiusura del Covid. Poi la guerra.

Ricordo che tornai da quel viaggio con la bellezza negli occhi e nel cuore. Agli amici raccontai di avere visto qualcosa che mi parve essere come fu la prima Chiesa degli Apostoli allo stato nascente. Che ne è ora, di tutto questo?

Kharkov, 2016. Allestimento in memoria dei caduti ucraini nel Donbas

Simone Weil, nella sua opera teatrale incompiuta “Venezia Salva”, racconta di una congiura seicentesca ordita dagli spagnoli per distruggere Venezia. Ma il cuore di un capo dei congiurati, Jaffier, si mosse a tanta bellezza di quella città, e la congiura fallì. Non c’è stato, nella corte del nuovo zar, né poteva esserci, uno Jaffier che si sia lasciato commuovere dalla bellezza di Kharkiv, ma restano comunque tanti Jaffier sconosciuti dentro al cuore stesso dei popoli d’Europa, dall’Atlantico agli Urali.

Kharkov, 2016, monastero ortodosso

In viaggio da Firenze a Ravenna

La figura di Dante vista con gli occhi di Giovanni Boccaccio

All’età di 84 anni, Pupi Avati ha deciso di mettersi alla prova con un compito “da far tremar le vene e i polsi”, (la citazione l’ha fatta lui stesso in una delle presentazioni del film). Affrontare la vita di Dante facendone un prodotto didascalico o scadere nell’enfatico sarebbe stato molto facile, ma il regista bolognese dalla lunga carriera si è saputo mantenere su un percorso lineare e sobrio che, pur con qualche cedimento ai luoghi comuni sul Medio Evo e qualche trascuratezza narrativa, riesce egregiamente a farci comprendere lo spirito del tempo in cui la storia si svolge.

Il regista utilizza come traccia un romanzo da lui stesso scritto, il recente L’alta fantasia. Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante (Solferino). Il racconto è una sorta di diario dello scrittore Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto), incaricato nel 1350 dai Capitani di Orsanmichele – la confraternita che radunava le corporazioni fiorentine – di raggiungere Ravenna e consegnare a suor Beatrice (Valeria D’Obici), figlia di Dante, la somma di dieci fiorini d’oro, a titolo di risarcimento per i torti subiti dal padre: la condanna, la confisca di tutti i beni, la minaccia del rogo se si fosse ripresentato a Firenze, l’esilio che lo vide ramingo per le signorie d’Italia.

Il compito che Boccaccio si assume, e il viaggio che ne consegue, anche se per un uomo nemmeno quarantenne, sono per lui quasi il compito della vita (e come ogni uomo coscienzioso del suo tempo, prima di avviarsi anche solo da Firenze a Ravenna, fa testamento).

Il profondo legame che Boccaccio sente nei confronti di Dante si riflette nelle aspettative per l’incontro con l’ultima testimone della vita del Poeta, figura venerata come un padre che non si è mai conosciuto di persona, ma che risulta sempre presente. Il viaggio, svolto in compagnia del fido Donato (Enrico Lo Verso), è un percorso che gli permette di imbattersi in chi diede riparo e accoglienza a Dante mentre era in fuga. Boccaccio sosta negli stessi paesi, nei castelli, nei conventi; ad ogni sosta il regista attraverso dei flashback ricostruisce la vita di Dante: la giovinezza (qui Dante è interpretato da Alessandro Sperduti), l’incontro con Beatrice (Carlotta Gamba) e il suo innamoramento, fino alla morte di lei. Poi l’amicizia con Guido Cavalcanti, l’accettazione di incarichi pubblici per poter mantenere la famiglia, l’impopolare decisione di bandire da Firenze anche l’amico Guido per scongiurare altre battaglie, scelta che gli attirò l’avversione di Papa Bonifacio VIII e dei governanti della città.

La scelta degli interpreti è quanto mai centrata: Castellitto incarna un Boccaccio conscio dell’importante incarico “civile”, ma al tempo stesso timoroso ed emozionatissimo ad ogni incontro che gli permetta di saperne un po’ di più su quell’uomo di cui egli stesso continua a ripetere “mi è padre”. Enrico Lo Verso è una spalla discreta ma precisa, come pure gli altri interpreti di tutti gli incontri (ed è bello che di Paolo Graziosi e Gianni Cavina questo resti l’ultimo ricordo al cinema, essendo scomparsi poco dopo le riprese). Qualche perplessità la suscita la scelta di attrici chiamate a impersonare donne anziane ma che mostrano evidentemente sul viso l’opera del chirurgo plastico, che genera un’impressione veramente stridente.

Avati ripropone nel film un’immagine del Medioevo già esplorata in altri suoi film come Magnificat I cavalieri che fecero l’impresa, rappresentando un mondo con interni bui e scarni, nel quale il regista alterna scene oniriche (come quelle che riguardano il rapporto di Beatrice con Dante) e invenzioni volutamente inquietanti, come la bambola crepata che fu di Beatrice e che Boccaccio compra per la figlia. L’impianto, a volte un po’ troppo televisivo (giustificato probabilmente dalla futura destinazione dell’opera) si riscatta però in un finale realmente poetico e anche visivamente commovente.

Beppe Musicco

www.sentieridelcinema.it

Dante di Pupi Avati: solo un uomo come tanti?

Io penso che non basti una accurata ricostruzione storica per considerare un film ben riuscito.

La scelta attenta dei luoghi, dall’interno di una pieve affrescata alle stradine tortuose di un borgo fino agli interni ricostruiti in modo verosimile grazie alle testimonianze pittoriche, permette allo spettatore di immergersi veramente nella quotidianità di Dante, per non parlare degli abiti, delle armature, dei finimenti dei cavalli, del cibo di cui si nutrono i personaggi. Tutto ciò è molto accurato e va apprezzato insieme alla bravura di alcuni attori, ma, come dicevo, non basta.

Qual è lo scopo del film? Farci conoscere qualcosa di Dante, suppongo, visto anche il titolo. E che cosa scopro di Dante grazie al film? In prima battuta direi che scopro il grande amore di Boccaccio per Dante, un amore che lo porta, nonostante le sue precarie condizioni di salute, ad accettare un impegnativo incarico da parte delle autorità cittadine: andare da Firenze a Ravenna per consegnare alla figlia di Dante, monaca in quella città, una consistente somma di denaro, a tardivo riconoscimento del merito del padre. Il viaggio è faticoso, ci si deve inerpicare con un carretto su e giù per l’Appennino lungo strade appena tracciate e confidare nella frugale ospitalità di qualche convento. Boccaccio gioisce nel recuperare le tracce del passaggio di Dante esule e versa lacrime di sincera commozione su un breve autografo conservato da un uomo che ancora si ricorda del fiorentino in fuga, come pure piange a dirotto nel colloquio finale rievocando il padre con la di lui figlia.

Ma che cosa scopro di Dante? Quello che Pupi Avati ha scelto di mostrare nel film, (e sicuramente non è poco!) è un uomo innamorato della poesia e di Beatrice (ma non è nulla di più di una cotta adolescenziale!), immerso in un’epoca violenta e fratricida, alle prese con i debiti per cui l’elezione a priore potrebbe portare un po’ di sollievo; un idealista che spera, con il viaggio dal papa, di riportare la pace a Firenze, poi un uomo ramingo e solo nelle asprezze dell’esilio. Come molti altri a quel tempo.

Che cosa nel film mi aiuta a capire perché Dante è Dante e meriti ancora la nostra attenzione a settecento anni dalla sua morte, al di là degli ossequi di rito? Quello che noto di più è una mancanza, c’è infatti un aspetto che viene completamente ignorato dal film, e che secondo me non si può proprio fare a meno di tralasciare se si vuole veramente rendergli giustizia, e cioè il fatto che Dante fosse indubitabilmente un uomo eccezionale. Non avrebbe potuto scrivere la Commedia se non fosse stato un grande poeta e, soprattutto, un uomo di fede. Ebbene, nulla nel film fa anche solo sospettare che lo fosse, tutt’al più troviamo un generico misticismo, visto che a lui morente viene messo in bocca un verso del 33° canto del Paradiso: «al fine di tutti i disii mi appropinquava» oppure il fatto che la figlia monaca, finalmente raggiunta da Boccaccio a Ravenna, chiude il film con la battuta: «Lui conosceva il vero nome delle stelle», una bella epigrafe, un pochino romantica.Non è certo moralismo chiedersi che cosa resta se a Dantetogliamo la sua grandezza, come poeta e come credente, e ci limitiamo a prendere atto di tutte le esperienze drammatiche che la sorte gli ha riservato. Ma il senso di tutte quelle esperienze ci sfugge.

Se ancora oggi parliamo di Dante non è certo perché era un uomo del suo tempo (e come avrebbe potuto non esserlo?) ma proprio per quel tratto di eccezionalità, di grazia, di cui però nel film non si sospetta neppure l’esistenza.

Non sono un regista, quindi non so dire come sia possibile rendere in immagini e con una sceneggiatura determinati aspetti della personalità di un personaggio, in particolare quelli più profondi e misteriosi; forse la questione è proprio qui, si può ‘dire’ l’eccezionalità di una persona con il linguaggio del cinema?

Pupi Avati ha fatto una scelta precisa, ricostruisce intorno a Dante ambienti e situazioni in modo filologicamente ineccepibile e lascia sullo sfondo la questione invitandoci a fidarci delle lacrime di un Boccaccio-Castellitto che inevitabilmente ci muove a commozione. A noi spettatori decidere se ci basta.

“Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore”

Dante per Pupi Avati? “Quando l’espressione più pura del talento si tira fuori nel dolore!”

Pupi Avati con questo film ha ricostruito innanzitutto storicamente l’epoca del Due/Trecento in cui è vissuto l’Alighieri e lo fa in modo magistrale . Pochi frame e si viene catapultati nel “presente” di Dante (1265-1321) e Boccaccio. Già solo per questo, il film avrà un impatto positivo nelle scuole e tra gli studenti. Ma sì, perché questa, la ricostruzione storica, è cosa formidabile quando è fatta bene: davvero sublime “arte” è questa del fare cinema! Se non si tiene conto di questa evidenza si rischia nel giudizio su questo film di scivolare in astratte disquisizioni dantesche, e si finisce col dire soltanto quello che il film “non dice”, senza accorgersi invece di quello che il film dice e Avati qui ne dice di cose e belle pure e potenti! Poi è tutto vero quel che lo stesso regista sostiene nelle sue interviste, rilasciate ai vari “media”: si è tenuto lontano dalla Divina Commedia in quanto allegoria, perché ha voluto avvicinare Dante al nostro presente come uomo e come poeta e… c’è riuscito!! Era difficilissimo affrontare un film sul Nostro e lui l’ha saputo fare, percorrendo la sola strada percorribile per farlo cioè non “produrre” un film scontato e pacchiano: ha imboccato la strada di tutti quei bravi insegnanti ( cioè quelli che sanno suscitare nei ragazzi ammirazione passione e curiosità negli studi e per la cultura ) che per far incontrare i ragazzi con l’autore (e la sua opera) sono loro stessi per primi a fare l’incontro personale con l’ autore e la sua opera. Avati è un genio. Ad esempio, ha fatto “duettare” nella recitazione, con sobrietà per nulla scolastica quel capolavoro della Vita Nova, che è la poesia “Tanto gentile e tanto onesta pare”, tenendo sulla scena, visivamente alla distanza, Dante e Beatrice in un gioco di sorrisi e sguardi, che veniva esaltata ora dai versi ora dalla bravura dei due attori (Carlotta Gamba e Alessandro Sperduti) totalmente calati nei panni dei loro personaggi. Il film rispetta il genere propriamente biografico, ma in controluce vi si può leggere l’ispirazione- proprio nella narrazione della vita di Dante – che è alla base delle stesse tre cantiche della Commedia ( la dis/peranza ovvero la disperazione come luogo dell’Inferno; l’espiazione ovvero la speranza – certezza che è il purgatorio; e il compimento della speranza che è l’incontro con l’oggetto proprio del desiderio dell’uomo, che è Dio, ovvero il fine di tutti i “desiri”). Quante cose suggerisce questo film!! Non ultima quando si parla degli odii di cui vivevano i fiorentini, e non solo loro, al tempo delle lotta tra guelfi e ghibellini e che oggi prende mille forme sia nella politica, quando si diventa manichei e l’Altro diventa “il” nemico ( papa Francesco parlerebbe di cainismo!) o in tema di religione, quando ci si erge a “cristianisti” ovvero a inguaribili moralisti, per cui più importante dell’incontro vivo con una Presenza è discriminante la guerra senza quartiere alla modernità atea e immorale e alla depravazione di cui si tinge la secolarizzazione. In entrambi i casi-politica o religione– come nelle battaglie di Campaldino o di Montaperti o come nella “sacrilega e diabolica” guerra in Ucraina – in gioco c’è la folle alternativa : “o noi o loro!”. Dante ha creduto che si potesse andare “oltre e attraverso” l’assurdità di tale contrapposizione con il dare carne alla pax di Cristo, scommettendo tutto sulla bellezza e la poesia! Nessuna critica dunque al film?… certo che sì, di critiche ce ne sono ma non per metterlo sotto processo – sarebbe ingeneroso – per tutte quelle cose che Avati non dice. E non dice perché Egli ha voluto restituirci il Dante uomo, un Dante che si è consumato negli ultimi 20 anni di vita nel dolore e nell’amarezza, esiliato dalla sua patria, per motivi politici (per mano dei guelfi Neri e la complicità di Bonifacio VIII), un provvedimento che prevedeva pure la condanna a morte, ancorché profondamente ingiusto. Un Dante tirato giù dal piedistallo cui gli pseudo – dantisti lo avevano messo- altra forma di esilio, questa? – svestendolo della sua umanità, facendone un mito lontano dalla realtà e dal popolo di cui resta addirittura “padre per sempre” nella lingua! E comunque sollevare ciò che il film non dice non sarebbe onesto, ché la provocazione positiva è stare a quello che il film invece dice e vuol dire … a noi, e non divagare! Attori da Castellitto a Gamba a Sperduti tutti ben compresi nel loro ruolo e quindi tutti credibili, Sergio Castellitto su tutti … che in realtà è Pupi Avati sotto mentite spoglie: infatti la sceneggiatura è sua. Il film dura 94 minuti ma volano via e la colonna sonora del duo Gregoretti – De Rosa è in sintonia con le immagini e le loro “aure” vagheggiano in modo superbo il Medioevo.

Lettera dopo 77 giorni di guerra

Cari amici,

davanti a questa orribile guerra in Ucraina, è forse il caso di ricordare le parole con cui papa Francesco ci invitava un paio d’anni fa a far fronte alla pandemia: “peggio di questa crisi c’è solo il fatto di sprecarla”! Ma allora come viverla? E che significa “vivere” una situazione in cui si assiste impotenti ad una ferocia inaudita che non risparmia città e civili innocenti? In queste ultimi giorni poi si sono aggiunte reali avvisaglie di guerra mondiale.

Fallita finora ogni via d’uscita sul piano diplomatico, non è affatto ingenuo né fuorviante ricorrere ad un “tipo di diplomazia” che nulla ha a che fare con quella tentata finora da turchi, israeliani e dalla Santa Sede.

La stessa preghiera e il digiuno sono parte della possibile soluzione del conflitto ma non sono la soluzione. Sarebbe ridicolo infatti pensare che Dio possa risolvere i nostri problemi: l’immagine di un Dio tappabuchi non ci riguarda.

E poi la “libertà” Lui non la tocca – tanto meno “deve” (semmai “può”) toccare il “cuore” dei responsabili coinvolti nel conflitto. In questa direzione va un recente Tweet di papa Francesco: «Preghiera carità e digiuno non sono medicine solo per noi, ma per tutti: possono infatti cambiare la storia, perché sono le vie principali che permettono a Dio di intervenire nella vita nostra e del mondo. Sono le armi dello Spirito!».

La prima chiarezza da fare è quella di prendere consapevolezza che dobbiamo assumerci questa “guerra” (altro che operazione speciale!) come una situazione che ci riguarda in prima persona, direttamente. Sull’eterno vizio di schierarsi a cui nessuno di noi è immune, deve prevalere “una posizione umana” che nell’invasione criminale di Putin identifichi, prima ancora che un evento politico-militare, un fatto di natura morale, un “male” senza misura e senza alcuna giustificazione!

Putin è un poveraccio ma è un problema… “nostro”! Il che non autorizza né all’acquiescenza, come vorrebbero i pacifisti che caldeggiano la resa dell’Ucraina (da respingere anche se la stessa Ucraina per assurdo fosse favorevole), né allo “scivolamento” progressivo, come già nel ’39 con Hitler, in una escalation verso una guerra mondiale.

Al riguardo non ci sono le condizioni storiche per istituire un paragone tra l’escalation hitleriana e questa putiniana. Ma c’è un’analogia per lo scivolamento in un contesto conflittuale tra blocchi mondiali contrapposti. Così come c’è un analogo senso di impotenza, per un aggressore a cui si contrappongono una serie di nazioni che non hanno alcuna intenzione di lasciar correre – e le annessioni della Crimea e del Donbass, sono atti di una provocazione e sopraffazione che ci umiliano tutti.

Occorre il realismo “diplomatico” del pregare e dello sperare cristiano. Mi spiego. Non l’atto squisitamente religioso del pregare come fuga, ma come giudizio aperto a ogni mezzo pensabile e possibile, “creativo” come ha dichiarato il Papa.

Un giudizio quindi che non discende da una volontà esasperata di chi non sa come venir fuori da questa situazione disperante, in un utopico tentativo di tenere sotto controllo la realtà. Il Dio cristiano viene a cercarci (“Lui ci ha amati per primo”), a immischiarsi nelle nostre vicende umane, anche quelle troppo umane e scandalose come la guerra. Ma questo giudizio del pregare e sperare cristiano implica un diverso modo di concepire l’affronto dei problemi … il Signore non può risolvere nulla se, una volta cessato il conflitto (magari perché Lui ha saputo “suggerire una via di uscita” a qualcuno), noi ritorneremo quelli di prima!

Perché? ma perché tanto si ripresenterebbe da capo la tentazione “putiniana” della sopraffazione (forse con altri nomi).

E quindi…? saremmo daccapo! Pertanto, è il momento di cogliere l’occasione – tutti – di cambiare atteggiamento e sguardo sulla realtà, avremo così le condizioni perché il Signore ci venga in aiuto

Perché di questo si tratta: di morte e distruzione o vita vera! Ad esempio, gran cosa sarebbe che in Occidente si correggessero almeno due false idee:

  • una, che la libertà di scelta sia “la” libertà, mentre una libertà senza un contenuto è un inganno, una menzogna, un vuoto a perdere!
  • l’altra è la visione dell’uomo senza un destino ovvero la convinzione che sia lui stesso l’artefice del proprio destino. Che non ci sia un partner per il proprio destino è un’altra menzogna. Che se ne abbia uno di destino appare evidente in questa circostanza senza via d’uscita.

È pertanto il caso di non aspettarsi un miracolo ma un cammino di cambiamento. Pregare e sperare cristianamente non è né un’uscita di sicurezza né una soluzione di comodo. È un autentico dramma! Davanti a questi nuovi venti di guerra abbiamo un impercettibile e flebile soffio di speranza, che Dio diventi un reale partner nel nostro destino, in modo da aprire scenari alternativi al sempre più probabile “incenerimento” nucleare.

La storia per un cristiano e per uomini che siano degni di questo nome, non è mai un dejà vu … ritengo che sarebbe più facile per Dio far finire questa guerra (di Putin) che cambiare il nostro cuore!!

Potrebbe perfino essere che Egli “permetta” una guerra nucleare per riuscire a cambiarci … e immischiandosi così nelle nostre vicende, Egli non sarà stato colui che decide o determina il nostro destino, ma soltanto uno dei partner nel nostro destino!!

Senza questo soffio di speranza, non ci resta che chiedere alla polvere, parafrasando un famoso romanzo di John Fante … o forse più realisticamente “alla cenere”, come recita il Qoelet.

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I profughi e noi. Un’esperienza di accoglienza familiare

Quando noi abbiamo conosciuto Kapi e Mamadou non c’era in Italia attorno a loro e a tutti quelli come loro quel moto universale di solidarietà che si è espresso nei confronti dei profughi di guerra ucraini. C’era un clima fortemente polarizzato, condizionato ideologicamente.

Eppure le guerre africane o quelle medio orientali non sono state (e non sono) meno terribili del conflitto in atto in Ucraina. I milioni di profughi di queste guerre si sono riversati nei paesi limitrofi, come sta accadendo ora in Europa con gli sfollati ucraini. E di fronte a queste tragedie non è scattato un moto di solidarietà collettiva, ma solo paura e recriminazione per l’arrivo di quei pochi in Europa.

Lo stesso slancio umanitario verso il popolo afgano dopo l’evacuazione dell’esercito americano si era già del tutto spento quando le truppe russe hanno iniziato ad invadere l’Ucraina e gli stessi afgani avevano già da tempo iniziato a percorrere la rotta balcanica.

Queste considerazioni ci hanno aiutato a capire che ha senso e può essere utile raccontare oggi la nostra storia di accoglienza, e quindi di aiuto e di accompagnamento. Anche se particolare e diversa da quelle che prenderanno forma con donne e i bambini ucraini, in essa è documentato come nella nostra vita personale e famigliare si sia introdotto un cambiamento, inaspettato, ma sostanziale e durevole, che ci ha aperto nuove prospettive.  

L’incontro con Kapi e Mamadou ha rappresentato per noi un nuovo inizio e quando qualcosa di nuovo accade c’è un prima e un dopo. A fronte di una accoglienza più o meno lunga, ma sempre temporanea, almeno nelle modalità iniziali in cui si manifesta, c’è un “per sempre”. Nulla si perde.

La storia personale di Kapi e Mamadou e le vicende che hanno contrassegnato tragicamente la loro migrazione sono simili a quelle di tanti altri, come le problematiche e le difficoltà che hanno incontrato in Italia. Ma Kapi e Mamadou non sono “migranti”. Sono Kapi e Mamadou: unici al mondo.

Il nostro impegno non è iniziato per una motivazione sociale o civile, anche se la nostra azione ha indubbiamente una ricaduta in questo senso. Noi abbiamo deciso di accompagnare due persone conosciute ad un certo punto del loro percorso, ascoltando e cercando di venire incontro alle loro necessità, anche particolari e concrete, grazie all’aiuto della rete delle nostre amicizie. Man mano che i problemi emergevano e si rivelava la complessità della loro situazione, è stato indispensabile prendere contatto con gli operatori e le strutture preposte all’accoglienza.

Né all’inizio né in seguito abbiamo agito solo seguendo un impulso emotivo, ma per un desiderio consapevole di condivisione della loro vita e per amore al loro “destino”. Abbiamo agito per un senso di responsabilità.

È scaturita così una storia che ha coinvolto tanti altri, che, grazie al nostro gesto di accoglienza, sono stati aiutati ad incontrare a loro volta, in modo diretto e personale, una realtà vista fino a quel momento da lontano e da cui forse anche si tenevano lontano.

Per chi desiderasse conoscere la nostra storia è disponibile la dispensa “L’inaspettata convenienza della famiglia. L’esperienza di accoglienza familiare di Kapi e Mamadou” edita dalla Associazione Famiglie per l’Accoglienza sede regionale Emilia Romagna, che è scaricabile QUI.

Antonia e Gianfranco

La Pira, politico cristiano

Ripubblichiamo gli appunti dall’incontro dell’11 marzo 2022, apparso sul sito della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Canegrate.

“Io non sono un ‘sindaco’, come non sono stato un ‘deputato’ o un ‘sottosegretario’: non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro […]. E la ragione di tutto questo è così chiara: la mia vocazione è una sola, strutturale, direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo […]. La mia vocazione, la sola, è tutta qui!”.

Così ha lasciato scritto di sé Giorgio La Pira. In realtà possiamo dire, ancora meglio, che lui è stato, contemporaneamente, tutto quello di cui si parla nel brano riportato, in piena unità, senza separazioni né esclusioni. È stato il testimone di una fede viva, totalizzante, incarnata nella realtà concreta. Una fede non a lato, sovrapposta al flusso dell’esistenza, ma fatta coincidere con i doveri del suo stato di vita, con il suo impegno professionale, di docente universitario e di servitore del bene comune; una fede messa in rapporto con l’attenzione ai problemi di tutti i fratelli uomini, vicini e lontani, animata dallo slancio appassionato per venire incontro ai disagi, alle fatiche e alle contraddizioni proprie della società di oggi, con il desiderio creativo di fornire risposte adeguate, veramente efficaci, arrivando fino al livello dell’elaborazione delle regole della convivenza sociale, fino alla produzione delle leggi, partecipando al governo della società, con l’esercizio di una responsabilità politica e amministrativa di primissimo piano. In nome di una fede così moderna e impegnata, si è calato dentro la realtà del mondo per cambiarlo, per smuoverlo dal suo interno, senza nessun complesso di inferiorità, orgoglioso della sua identità di credente. Era capace di agire da cristiano sia facendo il professore, sia il sindaco o il deputato. Anzi, faceva tutte queste cose in un certo modo proprio perché cristiano, facendole derivare dal centro della sua persona, del suo cuore e della sua intelligenza.

La Pira era nato a Pozzallo, nei dintorni di Siracusa, nel 1904. Crebbe in Sicilia e qui iniziò i suoi studi. Prese il diploma di ragioneria nel 1921 e l’anno seguente anche il diploma di maturità classica, a Palermo, lasciandosi convincere a concentrare poi i suoi interessi sulla giurisprudenza.
Da adolescente e giovane, più che dalla proposta cristiana fu attratto dai letterati alla moda e dalle correnti culturali allora di avanguardia. Subì il fascino delle novità che sembravano più fresche e promettenti, con tutte le aperture al futuro che racchiudevano. Ma intorno ai vent’anni, arrivò per lui una svolta decisiva: rimase colpito dall’incontro con persone che incarnavano un modo autentico di vivere il cristianesimo, non un cristianesimo tradizionalista, di facciata, ma qualcosa che rivoluzionava l’esistenza (si parla di una comunità di suore, di un monsignore di qualità particolare…), e da questi incontri si trovò spinto in modo fulmineo verso la riscoperta della fede come scelta matura, consapevole. Fu l’inizio di un percorso totalmente nuovo: una vera conversione, che rimase impressa per sempre nella sua memoria, collegandosi alla data del 1924. In una famosa lettera di diversi anni più tardi, La Pira ricorda quei momenti cruciali come l’aprirsi di “un’alba nuova della vita”:

“Io non dimenticherò mai quella Pasqua 1924, in cui ricevei Gesù eucaristico: risentii nelle vene circolare una innocenza così piena, da non potere trattenere il canto e la felicità smisurata”.

La riscoperta della fede cattolica si tradusse in un desiderio di consacrazione totale della persona a Dio. Divenne terziario domenicano già nel 1925, mettendosi alla scuola dell’ideale di vita che proponeva l’ordine dei frati predicatori. Più tardi si fece anche terziario francescano, dopo essere entrato in rapporto con Agostino Gemelli, il rettore che si era messo alla guida dell’Università Cattolica, da poco avviata. Ma La Pira prese queste decisioni continuando a vivere sempre come laico nel mondo, senza pensare a una scelta di tipo religioso.

Nel 1926 si trasferì a Firenze per condurre a termine gli studi universitari nel campo del diritto, e subito si inserì nella strada della carriera accademica. Nel 1927 divenne professore supplente di diritto romano, nel 1933 ottenne la cattedra. A fianco degli studi e dell’insegnamento, molte delle sue energie erano assorbite dall’impegno per i poveri e da un’intensa partecipazione alle battaglie culturali. Sentiva il bisogno di incidere sull’opinione pubblica, in particolare attraverso la stampa, anche per contribuire allo sviluppo di una linea critica nei confronti del regime fascista, che si andava consolidando nel Paese. Dopo la liberazione e la fine della guerra l’attività in campo politico occupò uno spazio sempre più rilevante, perché La Pira aveva compreso che la politica era ormai diventata una realtà fondamentale con la quale era indispensabile fare i conti se si voleva proporre dei valori credibili nella società del suo tempo. La politica a cui lui pensava era una missione nobile e alta:

“Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa ‘brutta’! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico ‒ è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta intessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.”

G. La Pira, La nostra vocazione sociale

Nel 1946 La Pira venne eletto per entrare a far parte dell’Assemblea Costituente e si legò in particolare al gruppo di politici cattolici guidato da Giuseppe Dossetti, in cui militavano altre personalità di punta come Amintore Fanfani e il milanese Giuseppe Lazzati, destinati a segnalarsi nei decenni seguenti per il loro ruolo di primo piano nella società e nella Chiesa italiana. Il loro scopo era inscrivere nella legge fondamentale del nuovo stato repubblicano i princìpi di una visione dell’uomo coerente con il patrimonio della tradizione cristiana, ma allo stesso tempo capace di promuovere la trasformazione del mondo in un senso più giusto e più fraterno, a partire dalla tutela dei diritti inviolabili della persona, dalla centralità del suo bene e da uno spirito di solidarietà spinto fino a favorire il miglioramento delle basi materiali della vita collettiva.

Nelle prime elezioni politiche del 1948 La Pira fu eletto alla Camera dei deputati, venendo poi nominato sottosegretario al Ministero del lavoro e della previdenza sociale nel governo presieduto da De Gasperi, a fianco del ministro che era l’amico Fanfani. Tre anni più tardi, nel 1951, fu eletto per la prima volta sindaco di Firenze, carica in cui fu riconfermato, dopo una breve interruzione, nel 1961 e che detenne fino al 1965.

Sotto la sua guida amministrativa, la città di Firenze divenne il laboratorio di un ardito tentativo per creare una convivenza umana più armoniosa e inclusiva, accogliente per tutti e in particolare per i più deboli e i più fragili. Per portare avanti con serietà questo ideale La Pira prese a cuore il risanamento delle periferie, ampliò la disponibilità delle case popolari, si interessò a fondo del miglioramento dell’edilizia scolastica, della tutela del mondo del lavoro e del diritto di tutti a una occupazione dignitosa, dell’educazione dei giovani, della piena valorizzazione della grande tradizione artistica e culturale della città. Firenze, d’altra parte, non stava fuori dal contesto più generale della vita dell’Europa e dell’intero pianeta. Il bene generale e la prosperità della propria comunità ristretta erano interconnessi. La Pira guardava sempre in grande e sentì fin dall’inizio del suo mandato la necessità di adoperarsi infaticabilmente per la pace e la sicurezza dei popoli, fronteggiando i rischi di conflitto e i momenti di crisi che videro contrapporsi, sullo sfondo della Guerra Fredda, i due blocchi dei vincitori della Seconda guerra mondiale: il blocco occidentale filoamericano e quello comunista egemonizzato dall’Unione Sovietica.

Nel 1952 organizzò il Primo Convegno Internazionale per la Pace e la Civiltà Cristiana (per lui, i due aspetti non potevano essere separati). Con i suoi collaboratori si attivò in ogni modo per favorire i contatti e il dialogo tra gli esponenti politici di tutti i paesi, al di là della diversità delle loro posizioni ideologiche e dei loro contrasti di interesse. Dedicò speciali premure ai sindaci. Si interessò a fondo per la questione della stabilità nel mondo mediterraneo creando occasioni di incontro per arabi e israeliani, inseguendo l’obiettivo della pace in Terrasanta, cercando di risolvere l’arduo problema palestinese.

Nel 1959 fu invitato a Mosca e poté parlare davanti al Soviet Supremo, la roccaforte del comunismo mondiale, a favore della distensione e del disarmo, contro la corsa agli armamenti nucleari con cui le grandi potenze si bilanciavano a vicenda sotto la minaccia di una sfida mortale. Si mobilitò anche contro la guerra del Vietnam, recandosi di persona ad Hanoi dopo aver visitato Varsavia, Mosca e Pechino, nel tentativo di promuovere un negoziato capace di porre fine a uno scontro che mieteva vittime senza sosta e creava distruzioni a causa delle rivalità per la conquista del primato a livello mondiale.

L’impegno instancabile come sindaco non interruppe del tutto la carriera politica a livello nazionale: La Pira fu eletto di nuovo deputato nelle elezioni del 1958 e una terza e ultima volta nel 1976, sempre nelle file del partito della Democrazia Cristiana. Già malato da qualche tempo, morì a causa di un’improvvisa emorragia cerebrale il 5 novembre del 1977.

I frutti della sua operosa esistenza continuarono a maturare dopo la sua scomparsa. Se quando era in vita tanti lo avevano criticato per la radicalità delle sue posizioni e il suo idealismo cristiano, ancora più tenace si impose il convincimento di aver perso colui che appariva ormai come un “sindaco santo”. Nel 1986, sotto papa Giovanni Paolo II, si diede avvio alla causa di beatificazione e nel 2018 papa Francesco ha dichiarato La Pira “venerabile”, riconoscendo l’eroicità delle sue virtù.

Siamo arrivati al momento in cui potrà diventare beato, una volta che sarà stato accertato un miracolo dovuto alla sua intercessione.

Pensieri conclusivi

La Pira è stato certamente un grande sognatore. Un uomo di lungimiranti utopie, ma di utopie non astratte, perché spingevano a operare, a immergersi nella realtà dei problemi.
Il suo è stato un attivismo che ha un qualcosa di prodigioso, attraversato dalla volontà di costruire, di guardare avanti, anche a costo di sfidare le incomprensioni, senza la paura di andare controcorrente, con un enorme coraggio e una grande, generosissima fantasia. Nello stesso tempo, La Pira era un uomo aggrappato al tesoro della tradizione, attaccato alle radici, divorato dal bisogno di abbeverarsi sempre alle fonti più vitali, più fresche e autentiche, della vita cristiana: la Bibbia, san Tommaso, che è stato il vertice della cultura cristiana dei secoli scorsi (La Pira ne fu un lettore accanito e studioso attento delle sue opere: ci resta la copia della Summa Theologica tutta postillata a mano da La Pira con tantissime note e osservazioni), e insieme ai libri e ai testi della parola scritta più autorevole, le altre forze trainanti erano per lui il patrimonio della liturgia, il gusto della preghiera più disinteressata e gratuita, l’amore per il Mistero che si rende presente.
Moltissimi che lo hanno conosciuto hanno descritto La Pira come un “contemplativo nel mondo”, un “mistico dell’azione”. Il colloquio con il divino raggiungeva in lui il livello della visione profetica e si univa a una povertà radicale (anomalia eccezionale per un uomo di potere come di fatto è stato), all’accettazione del sacrificio, all’offerta continua di sé, senza risparmio. Si può dire che è stato un uomo sempre orientato alla gioia e alla speranza, che viveva immerso in una letizia fiduciosa, dominata dal registro del positivo, nonostante il cumulo delle difficoltà incontrate, nonostante le tragedie e anche gli insuccessi umani con cui dovette misurarsi.
Basta guardare alle fotografie e ai filmati che ce ne ricordano l’immagine per convincersene: lo vediamo sempre con il volto sereno, spesso sorridente, capace di ispirare naturalmente simpatia, di attrarre per l’intensità di un fascino carismatico.
La Pira ha fatto riemergere il lato più bello, più luminoso e solare del cristianesimo: il cristianesimo come compimento dell’umano, come redenzione e salvezza per l’uomo in carne e ossa, come conquista di un bene destinato a spalancarsi in senso universale, per tutti, dentro i segni della storia.

Il nucleo del suo ideale sta proprio qui: rimodellare la convivenza umana, fra i singoli, nella società, tra i popoli, inserendo nella realtà del mondo, dilatando nello spazio del tempo umano un anticipo, un piccolo germe dell’aldilà divino. Qualcosa che deve per forza avere a che fare con la circolazione della carità, con una fraternità veramente vissuta, per avvicinarsi almeno un po’ al grande miracolo, impossibile da realizzare per le sole risorse umane, del diventare “una cosa sola”.

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