Nella città che ha ispirato Mark Rothko una ricca retrospettiva del suo disegno sul mistero della vita
di Giulia Sponza
Qualcosa forse di magnetico cattura il visitatore quando impatta direttamente l’opera di Mark Rothko. Fino al prossimo 23 agosto, a Firenze presso le sale di Palazzo Strozzi, è offerta al pubblico tale opportunità.
Inaugurata il 14 marzo scorso, la retrospettiva Rothko a Firenze non si limita a stupirci con i settanta dipinti – alcuni dei quali inediti – esposti, ma ci propone anche una selezione di tavole dell’artista allestite nelle celle del museo di San Marco: si tratta di enigmatici capolavori accostati agli affreschi del Beato Angelico le cui opere a tal punto colpirono Rothko da farlo ritornare almeno tre volte dagli Stati Uniti in Italia e più precisamente a Firenze. La città italiana, riconosciuta dall’artista come inesauribile fonte di ispirazione, alimentò la sua produzione non solo a motivo del Beato Angelico, ma anche grazie all’opera di Michelangelo: la biblioteca Laurenziana, progettata dal Buonarroti nella prima metà del XVI secolo, ospita anch’essa, in occasione della mostra, alcuni dipinti dell’artista contemporaneo.
Dentro l’opera di Rothko: lo sguardo del figlio
C’è un testo prezioso, autore suo figlio Cristopher, che aiuta a penetrare l’intera produzione di Rothko. Eloquente il titolo: Mark Rothko. Dentro l’opera, Marsilio Arte, Venezia 2015. Parlo di eloquenza del titolo perché l’espressione «dentro l’opera», segnala l’intenzione comunicativa, quasi sempre implicita, che si cela nelle tavole di Rothko, intenzione che il figlio ha saputo intercettare con singolare lucidità evidenziando come, nel padre, l’uomo fosse così profondamente intrecciato all’opera da infondere ad ogni dipinto lo spirito altamente umano che lo animava.
Posto che la scelta migliore sarebbe quella di recarsi personalmente a Firenze per visitare la mostra, mi permetto tuttavia qualche suggerimento di… metodo: rimanere spiazzati di fronte a un’arte di non immediata comprensione – e quella di Rothko lo è – rappresenta infatti un rischio sempre in agguato. Innanzitutto, va detto che Rothko era un solitario. Pur conoscendo il mondo dell’arte, quando si apprestava al suo compito espressivo, sceglieva di accantonarlo. Il bisogno di intimità con la sua opera andava di pari passo con la ricerca di uno spazio interiore difficilmente sacrificabile. Afferma il figlio nell’introduzione al sopracitato volume: «Mio padre non era un eremita, ma certamente la sua ricerca della verità, fondata sulle sue riflessioni, era monacale».
Nel cuore dell’arte di Rothko
Anche per Rothko – come per altri artisti coevi – avviene il passaggio da una prima fase figurativa fino agli estremi confini dell’astrazione. E tuttavia, pur modificando modi e tecniche, lo scopo del lavoro di Rothko è rimasto il medesimo: l’espressione della condizione umana.
Di fronte all’inevitabile disagio che ti assale guardando le vaste tavole di questo artista, non è certo la comodità che va ricercata, né tanto meno il tentativo di spiegare le soluzioni tecniche perseguite. La parola detta o scritta non farebbe che disturbare l’esperienza di questi dipinti. Si tratta infatti di opere destinate ad evocare, non a descrivere. A questo proposito va ricordato che appartiene alla sensibilità e all’animus dell’artista la scelta di non titolare quasi nessuna delle sue tavole, ma piuttosto di numerarle per non distogliere il riguardante dal fissare la misteriosa vacuità di ogni superficie. Siamo così invitati ad entrare nell’opera per assaporarne la silenziosa enigmaticità e immedesimarci, come ha saputo fare il figlio Cristopher, con il geniale ascetismo del padre mentre scopriva la religiosità composta dell’Angelico e il tormento drammatico di Michelangelo.
Ognuno potrà quindi decidere come approcciare le opere di Rothko: se rifuggire il disagio che la loro vista suscita, liquidando il proprio imbarazzo fino a banalizzare tutto quanto si fatichi a comprendere, o se invece accettare la provocazione celata in ogni tavola, lasciandosi ferire dai colori accesi, dalle vibranti trasparenze, dalle mastodontiche dimensioni di quei dipinti. Rothko sembra invitare ciascuno a confrontarsi con la sproporzione destata dalle sue opere. Sproporzione che, lungi dal volerci schiacciare, si rivela piuttosto come il pertugio per ritessere un dialogo muto con il mistero.
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