Recensione di Aude Dugast, Jérome Lejeune. La libertà dello scienziato, Cantagalli, Siena 2023 (p. 478).

Nella biografia: Jérome Lejeune. La libertà dello scienziato, a cura di Aude Dugast, si legge che Lejeune

«aveva un entusiasmo indescrivibile per la ricerca della cura che avrebbe potuto aiutare i bambini affetti da sindrome down e anche di quelli portatori della sindrome “x fragile” [causa ereditaria di disabilità intellettiva e di autismo]».

Personalmente ho avuto la grazia di incontrare Jérome Lejeune nel 1985 a un incontro al Meeting di Rimini. Può sembrare banale, mi colpirono di lui “quel” suo sorriso, il linguaggio semplice e chiaro, l’amore per tutti i bambini, nati o non ancora, soprattutto per i bambini con la sindrome di down.

Nel libro della Aude, che è anche postulatrice della causa di beatificazione, vi si legge che egli prendeva in braccio i suoi piccoli pazienti per visitarli e, con i suoi occhi blu come il cielo, li guardava e li visitava con amore, comunicando ai genitori presenti un modo diverso di porre lo sguardo sui figli. Un genitore disse:

«Non siamo più soli, abbiamo questo medico con noi. Guardava Paul come se avesse un principe davanti a sé. Si vedeva come Paul avesse un valore immenso ai suoi occhi».

Jérome Lejeune credeva fermamente nel giuramento di Ippocrate e quindi il suo proposito era:

«Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale e neppure fornirò mai ad una donna un mezzo per procurare l’aborto».

Il medico infatti giura di curare, non di uccidere. Sosteneva che il cristianesimo è l’unica religione che dice che il modello per l’uomo è il bambino. Sostenitore coraggioso in tutte le sue conferenze della difesa della vita fin dal primo istante del suo concepimento, ebbe come risposta al suo coraggio spesso la diffamazione. Jérome comunque non ha mai cercato di difendersi, ma solo ha provato a correggere le menzogne e gli errori che gli venivano imputati.

Conobbe bene Giovanni Paolo II e fu colpito dalla figura di quel papa, che egli definiva estremamente buono e intelligente:

«Ha una meccanica intellettuale di qualità eccezionale. In un raduno si trovavano con lui un inglese, uno spagnolo, un italiano, due francesi, un ucraino e un portoghese. È iniziata una discussione e il Santo Padre ha parlato di un argomento insolito per lui, a ciascuno nella propria lingua, senza apparente difficoltà nel passare dall’una all’altra».

Con William Liley, lo scopritore dell’amniocentesi, grazie alla sua scoperta del cromosoma 21, avrebbe voluto portare avanti la difesa della vita in utero, invece si rese conto con grandissima amarezza che le scoperte di entrambi venivano usate non per curare, ma per sopprimere le creature ammalate. Conobbe il re Baldovino, che si rifiutò di firmare la legge che autorizzava l’aborto e affermava che piuttosto che essere responsabile della morte di uno solo dei suoi sudditi innocenti, avrebbe scelto di abdicare. Baldovino ricevette Lejeune a Palazzo Laeken per un incontro sul contenuto del quale Lejeune mantenne sempre la massima discrezione, ma in un’intervista rivelò che il sovrano, alla fine della loro conversazione, gli chiese di dire una preghiera insieme.

Ammirato e stimato ovunque nel mondo, invitato a parlare in convegni scientifici negli Stati Uniti, in Australia, Inghilterra, in America Latina e in tante altre parti del mondo, cercò tuttavia di non fare mancare mai la sua presenza in ambito familiare e quando era lontano scriveva sempre alla moglie Birthe per raccontarle ciò che accadeva. Non fece mai mancare il suo affetto e le sue premure nei confronti dei cinque figli, dei 20 nipoti e dei due fratelli che teneramente lo hanno assistito negli ultimi giorni della sua vita.