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Sacro Cuore

Un docu-film di Steven e Sabrina Gunnell che indaga il bisogno fondamentale dell’uomo di oggi. Il commento di Gianni Mereghetti.

Il film Sacro Cuore di Steven e Sabrina Gunnell, da poco visibile anche nel circuito delle sale cinematografiche italiane, racconta le apparizioni del Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque (1673-1675) a Paray-le-Monial, in Borgogna, intrecciandole con testimonianze di persone che si convertono perché colpite dal Sacro Cuore e sacerdoti, teologi e filosofi che riflettono sul significato di queste esperienze. Ciò che colpisce dell’esperienza di santa Margherita Maria e delle persone che vengono raggiunte dal Sacro Cuore è che quello che accade è un fatto carnale, il cuore di Gesù entra nel loro cuore e lo riscalda, lo fa bruciare. Così cambia la vita di santa Margherita Maria, come di un cantante francese, di una ragazza che aveva raggiunto livelli alti nel gioco del calcio, di un giovane affetto da distrofia muscolare, di un ex spacciatore, di una donna che opera nelle carceri di massima sicurezza, di un discendente del pittore George Desvallières. Questo film testimonia che la devozione al Sacro Cuore così diffusa ha una base solida ed è l’iniziativa stessa di Gesù che prende il cuore dell’essere umano e lo trasforma rendendolo capace di un amore che è lo stesso Gesù a infondere nel cuore umano. L’attualità di questo film sta nel fatto che evidenzia il bisogno fondamentale dell’essere umano oggi, quello di fare esperienza di un amore che cambi la vita come testimoniano tutte le persone raggiunte dal Sacro Cuore di Gesù. Ѐ un film sulla misericordia Sacro Cuore, un film che fa vedere che nulla di ciò che fa l’uomo lo realizza, c’è sempre qualcosa che manca, una inquietudine come quella di sant’Agostino: è l’amore di Gesù che manca, l’amore che riempie la vita di senso, e come documenta il film questo amore può raggiungere oggi l’essere umano cambiandogli fisicamente il cuore e facendolo bruciare del suo stesso amore. Così Sacro Cuore è un film che parla del bisogno dell’uomo d’oggi, quello di essere preso da un amore grande che riempie la vita.

Gianni Mereghetti

La “mitezza” dell’amore che non può finire

Un musical sul mito di Orfeo e Euridice

di Laura Cioni

Con grande riscontro di interesse, la Scala di Milano ha ospitato il 19 gennaio 2025 la prima proiezione del film The Opera! Arie per un’eclissi: un'opera-musical che racconta in chiave moderna il mito di Orfeo ed Euridice ambientato nella nostra contemporaneità. L’opera è stata portata sullo schermo da Davide Livermore e Paolo Gep Cucco, con i costumi di scena firmati Dolce&Gabbana (qui anche in veste di produttori). Si tratta di un film-evento, che in seguito è stato possibile guardare, ascoltare e ammirare al cinema solo nei giorni 20, 21 e 22 gennaio 2025.

Virgilio non aveva a disposizione musica, danza, abiti e strumenti digitali quando scrisse la leggenda di Orfeo e Euridice, riproposta recentemente alla Scala di Milano in uno spettacolo ricco di suoni e colori. Aveva lo stilo, mosso da un sentimento partecipe del dolore della vita. Quella che racconta nel quarto libro delle Georgiche è una leggenda antica di millenni, a noi pervenuta soltanto attraverso la sua poesia, in sostituzione dell’elogio di Cornelio Gallo caduto in disgrazia presso Augusto e per questo epurato.
Orfeo, il mitico musico che ammansiva le fiere con la dolcezza del suo canto, ama e sposa la ninfa Euridice. Nel fuggire dall’indesiderata corte di Aristeo, ella muore per il morso di un serpente. Tutta la natura piange con Orfeo, che tenta di consolarsi cantando sulla riva deserta la sposa perduta. Grazie alla dolcezza del suo canto ottiene di varcare la soglia dell’Ade, là dove regnano cuori incapaci di essere addolciti da preghiere umane. Si inoltra nelle tenebre paurose dell’oltretomba e le tenui ombre gli si avvicinano, innumerevoli come gli uccelli che si celano nelle fronde degli alberi quando la pioggia invernale o la sera li cacciano dalle montagne; sono imprigionate dalla palude stigia e le accompagnano le Eumenidi, giù negli inferi più cupi. Tutti sono pieni di incanto nell’ascolto di Orfeo ed egli ottiene da Proserpina di riportare in vita Euridice. Sembra che la poesia, penetrata nel regno della morte, ottenga di far rivivere quello che era perduto per sempre.
Ma c’è una condizione: Euridice sale verso la vita seguendo Orfeo, che non deve girarsi a guardarla prima che entrambi giungano alla luce: ma proprio sulla soglia Orfeo viene preso da una incauta follia, viola i patti imposti dagli dei inferi e si volta a guardare la diletta sposa. Impazienza scusabile, se i Mani sapessero perdonare. In un attimo tutto è perduto. La terra trema e si ode la voce di Euridice: «Ora addio. Vado circondata da una immensa notte, tendendo a te, ahi non più tua, le deboli mani».
Invano Orfeo cerca di afferrare l’ombra, di ridiscendere per la palude. La via è sbarrata. Per lunghi mesi piange, commuovendo le tigri e le querce, come all’ombra di un pioppo l’usignolo lamenta i piccoli perduti perché una mano cattiva li ha sottratti dal nido.
Non è, come appare a prima vista, una tragedia. Ѐ l’elegia dell’amore umano, impotente davanti alla morte. È la consapevolezza che anche l’arte non riesce a riportare in vita ciò che si è perduto e che si rivorrebbe. Ma pur intriso di lacrime, è un dolore che non si ribella, che accetta il limite di cui la natura è fatta e che con questa mitezza accoglie dentro di sé la vastità della sofferenza del mondo.

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