Tag: poesia

Mappe #27

Due poesie di Giammarco di Biase, da Solo le bestie

Alla fine, una tessitura. Sembra un’unica poesia, la misura è la stessa, si fanno strada immagini ricorrenti. Davvero il libro è intessuto degli stessi fili, uno stesso sguardo allucinato e chiuso lega le parole. Scarti improvvisi, qualcosa che manca, la fine della frase si sposta spesso più in là. Come sempre, in un libro di poesia, occorre trovare da dove la voce sta chiamando e chi e cosa sta guardando. Con grazia sono nominati i parafernali dell’abuso e i medicinali della dipendenza. Ma nessun cedimento al dannatismo, a pose da rock star. Un profondo senso di tradimento è distillato in ognuna delle poesie, poesie gemelle, più che simili, dalla stessa controllatissima misura: quasi un unico testo, un unico latrato, lanciato oltre la voce, a pieni polmoni. Contro le assurdità crudeli che ci mangiano, ci inghiottono vivi, e ci sprofondano. Con voce filiale, ossia di chi legittimamente chiede, attende che gli sia dato, reclama il dono dell’esistenza, di una introduzione gioiosa, lieta, alla realtà, e invece si trova a maneggiare una distruzione, di più, una corrosione della promessa con cui veniamo comunque al mondo. Non si arrende al disastro, scopre la possibilità di rifare il mondo che si è mostrato così ostile. La voce prova le sue possibilità, come stendendo il collo e le braccia al risveglio: in tutta la Prima parte accosta immagini e si misura con la tradizione (in un sintagma come «nella stella lapidata»), cerca il proprio spazio. Poi, senza più nascondimenti, si distende e accetta il peso e il compito di dire le cose come stanno:

Ci sono colombe che sento attraversare
ed è il mio più vecchio ricordo. Tu, papà, chiuso
nella notte sul divano, adesso che sembrano
a ritmo le imposte, la luce a ghermire
il calco della colomba a ricordare che si esiste
solo premendo più fronti. Un cucchiaio sul parquet
sporco di emicranie segna l’ora dove non sono ammessi
figli ma solo medioevi fino ad arrivare al cesso
e vomitare è così splendido.

Il poeta aruspice degli uccelli, legge il volo delle colombe e la cadenza delle imposte come un invito: le stesse colombe, quelle presenti e quelle del ricordo lontano, portano in dono una scena difficile, sprofondata nella memoria eppure fondativa. Lo sguardo si posa sulle cose e ne resta a distanza, come sulla soglia. Traccia le coordinate di una stanza: il divano, le imposte, il parquet, il bagno lì vicino a qualche passo. Questa misura in fondo piccola e breve resta impossibile da attraversare: tutto è nominato da una separazione, da un’immobilità di bimbo. Nulla si deve chiedere a un bimbo, se non guardare, segnare dentro di sé una scena, dolorosa o no, adesso preziosa. La poesia trabocca di verbi infiniti, cinque, che aprono il respiro, in più occasioni preceduti dalla preposizione: nel tentativo di dare loro una direzione, uno scopo. La luce esterna prova a toccare chi era dentro, ghermisce l’abbandono di un padre «chiuso» due volte «nella notte» e «sul divano». Quel «tu, papà» non sfonda il silenzio, non è parola detta ma mentale, riporta una visione. Simbolo di una vita che inaridisce, incombe l’enigmatico «calco della colomba», il cui significato, altrettanto oscuro, è «ricordare che si esiste / solo premendo più fronti». Gli occhi inquadrano un altro oggetto inerte e tremendo per la sua incongrua collocazione: «un cucchiaio sul parquet / sporco di emicranie». È un segnale, questa volta, eloquente, decifrato: «non sono ammessi / figli». Un divieto che è obliterazione creaturale: in questa forma plurale si intravede un rifiuto troppo più grande del rifiutato, che lo supera e, in modo eccessivo, lo ignora due volte, lo calpesta. Il tragitto dal divano al cesso dà l’idea di un compimento: e resta da chiarire cos’è «splendido», se quell’ultima liberazione, pure ributtante, o il ricordo stesso.

Alla fine del libro, una tessitura insperata:  

La parola mi ha salvato. Ritorna al pane
mi ha detto, dimentica di tessere la croce

ai piedi di un figlio scanzonato. Orfano
tu che mi hai amato, tu che hai amato

tuo padre più di un tarlo respira un cielo
di cedro, una costellazione di zattere.

Ritorna al pane, alla pergamena, al filo

che piega, odora lieto lo sfogliare dei tetti

perché hai salvato il mondo con le dita.

È un nuovo invito, il mondo riacquista colore e profumo. La pergamena è un nuovo simbolo, di tessuto ancora vivo, possibile palinsesto. Si descrivono arcate, movimenti, gesti compiuti e da compiere: il «filo / che piega» è il movimento ora non più sottratto. Ma occorre dismettere una tessitura infeconda, «tessere la croce / ai piedi di un figlio scanzonato», e dare spazio a quel legno che non si inchioda al lutto: un legno che è «cielo / di cedro» e «costellazione di zattere», orizzonte e strumento. Bisogna trovare la parola che dica il nome più vero: prima di padre, prima di papà, dire figlio e orfano, riconoscere il mistero di un’alterità insuperabile, la tenerezza di un destino in fondo estraneo. Perché ci sono esistenze che restano ancorate alla loro origine, non si protendono avanti. Restano creature. E così devono essere giudicate, secondo questa loro natura. Solo le bestie scopre l’identità filiale di suo padre, e lo perdona.

(Pietro Cagni)

Giammarco di Biase, Solo le bestie, Milano, Marco Saya, pp. 68, € 12.

Lineatempo #40

Dossier

  • Anna Andreoni – Il valore formativo del romanzo
  • Alessandro Zaccuri – Breve elogio del romanzesco
  • Bart Van den Bossche – Il romanzo, genere della modernità?
  • Anna Andreoni – «Ti racconto una storia»: l’ineludibile bisogno di narrare
  • Simonetta Valenti – Émile Zola: esattezza scientifica e potenza espressiva
  • Giampaolo Pignatari – La Storia della colonna infame di Manzoni ci interroga
  • Vincenzo Rizzo – Il romanzo dostoevskiano
  • Nicola Renato Pizio – Cormac McCarthy tra filosofia e psichiatria
  • Mario Eugenio Predieri – Jon Fosse: Shining Darkness
  • Raffaela Paggi e Alessandro Baro – Jon Kalman Stefánsson, i romanzi dell’avventura della vita
  • Teresa Colombo – Del Giudice: «Scrivere fa fatica e fa paura»
  • A cura di Andrea Caspani – Intervista al direttore di Ares Alessandro Rivali

Percorsi

  • Giuseppe Botturi – Impariamo a leggere
  • Annalisa Mastelotto – Cosa (non) leggono i giovani
  • Piero Poncetta – Leggere il capolavoro di Eugenio Corti
  • Diego Picano – Leggere il reale con Il Gattopardo
  • Benedetta Crepaldi – Lontano dal pianeta silenzioso o della comunicazione

Segmenti

  • Alessandro Giostra – ISIS: ascesa e declino di un protagonista del terrorismo
  • Silvana Rapposelli – Giovanni Barbareschi, ribelle per amore
  • Fiorenza Boschi – Abaj, il poeta dei Kazaki (Parte II)

Recensioni ed Eventi

  • Byung-Chul Han: solo la narrazione apre alla speranza (a cura di Giorgio Cavalli)
  • Per incontrare Eugenio Corti (a cura di Nino Barbieri)
  • Un romanzo d’amore e di formazione  (a cura di Maria Luisa Hugnot)
  • Vittime sbagliate (a cura di Giuliana Zanello)
  • L’avventura di uno scrittore ateo in viaggio con papa Francesco (a cura di Giampaolo Pignatari)

Mappe #24

Poesia presenza del mondo: L’attenzione di Angelo Andreotti

La poesia come soglia di attenzione dove non-più e non-ancora rinnovano la possibilità dello sguardo e quindi le parole del passaggio umano. Questo ci suggerisce Angelo Andreotti, poeta ferrarese morto da qualche anno, in L’attenzione (puntoacapo, 2019), libro dall’incedere sommesso e misurato che però non intende eclissare la commozione dell’incontro tra esperienza soggettiva e realtà circostante: «all’aurora / è in te stupore. | E il quieto abbandono / dei primi altissimi voli, librati / nell’aria ancora tutta da provare, / ti è riposo nell’anima / e attenuano la paura di te stesso / nascosto dentro a un luogo profondo / che non ti è centro, neppure salvezza» (All’aurora). L’orizzonte salvifico qui sembra essere quello di una parola che si affaccia sul bianco del foglio non come esercizio di letteratura ma come traduzione del «ritmo dei tuoi passi» (Gestazione) che pone alla luce un essere nel mondo sempre situato, nella «tua nudità / quando sei tu a prender gioia dal mondo» (Dialoghi). Interrogando un taglio di luce crepuscolare – ma nell’accezione data alla poesia di Gozzano&Co., ovvero tanto di inizio quanto di fine del giorno – così come le ore notturne tradizionalmente più inquiete e fertili per l’anima, Andreotti ci invita a un viaggio heideggeriano che si fa cura delle ferite del mondo che portano tutte lo stigma de L’indifferenza («Se soltanto sfiorassi quella vita»), di una momentanea caduta del nostro essere al mondo creature presenti, compassionevoli, poetiche: «Se qui, come se questo fosse il mondo, / ed è il mondo, il tuo mondo» (Presenza). Nonostante quella che sembra una naturale vocazione al rimanere all’ombra, il poeta non viene meno al suo compito di cercare un terreno di incontro in cui la propria esperienza risuoni in quella dell’Altro e viceversa, un’«ora che ci è comune ad entrambi / e ci accoglie e ci tiene qui insieme, / […] / in quest’ora in cui ha luogo il vero» (La condivisione). È lo stesso kairos della poesia sancito dalla citazione in chiusura di Simone Weil: «L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità. A pochi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono».

(Pietro Russo)

Angelo Andreotti, L’attenzione, prefazione di Antonio Prete, Pasturana, Puntoacapo, 2019, pp. 92, € 12.

Mappe #20

La rovina e lo stupore, quasi una preghiera: L’estremo forte degli occhi di Cettina Caliò

Le parole, quando sono misurate, muovono dal respiro e dal battito cardiaco. Lo sa il monaco che con la  ‘preghiera del cuore’ raggiunge l’Irraggiungibile e lo sa Cettina Caliò artefice di una poesia pneumatica in cui la versificazione scarna e la sillabazione franta, che da sempre contraddistinguono la sua scrittura, sono al servizio di una ricerca del respiro – e qui il genitivo è da intendersi tanto come soggetto quanto come oggetto. Non fa eccezione il suo ultimo lavoro, L’estremo forte degli occhi, dove la «magrezza del fiato» della poeta si cala negli abissi della presenza e «nello spavento della durata» (p. 17). Se vogliamo, possiamo intravedervi il filo di una catabasi, uno scandaglio del pneuma-respiro nelle scaturigini del proprio manifestarsi: «il fiato, il mio ha bisogno di indugiare sull’impronta del passo» (p. 18).

Questo “viaggio” di Caliò, forse iniziatico (in un senso che denota un nuovo inizio timidamente crivellato di luce) «attraverso il giorno che / da tutte le parti cade» (p. 29), è un approssimarsi all’esattezza del respiro («Come il fiato esatto dal peso», p. 33) mediante la complicità di una parola che sta «sul ciglio labile del nulla» (p. 35) elevato a prospettiva: «per incredulità mormorare Dio / nel buio schiantato di una stanza // e rintracciare la vita / là dove era da mai / che forte così si respirava» (p. 34). Se di ri-nascita si tratta, il titolo del libro è allora una dichiarazione di resa preliminare agli intenti di poetica: «l’anima crolla / dentro il tuo respiro // nell’estremo forte degli occhi / mai si stanca la sorte di accadere» (p. 36).

Il movimento della poesia di Cettina Caliò, volto a scoprire «del corpo / uno spazio sotterraneo / e disabitato» (p. 39), ha come asse principale questo dentro a cui la realtà esterna sembra aggrapparsi nell’estremità della visione. Il respiro è confine labile che non si lascia tracciare in positivo: «in moltitudini di fiato / imparo per negazione» (p. 49). Difetto, smottamento, crollo: la semantica della “rovina” trova dunque in L’estremo forte degli occhi tutta una declinazione del fallimento del fiato («per poi scoprirci / sfiatati», p. 54) salvo poi accorgersi – in extremis, appunto – che «la stessa bolla d’aria che d’improvviso strozzava il respiro e in spasimi minacciava la vita» (p. 62) è una caduta ma non una disfatta («passa tutto / e resta», p. 70) perché sempre ci è assicurata la possibilità dello «stupor», dello stupore che tramuta lo sfracello in grazia: «In quel poco di vento / ruvido del mio respiro / c’è sempre qualcosa che sei tu // che sempre mi stai pulsante / sulle tempie come perpetuo / avvento» (p. 73).

(Pietro Russo)

Cettina Caliò, L’estremo forte degli occhi, Milano, La nave di Teseo, 2024, pp. 80, € 11,99.

Mappe #16

«La crepa che diventa una soglia». Estranei alla terra di José Tolentino Mendonça

«Coloro che pregano sono mendicanti dell’ultima ora / rovistano a fondo nel vuoto / finché il vuoto / in loro deflagra»: basterebbero questi pochi versi tratti da La strada bianca del cardinale José Tolentino Mendonça per intuire la tensione conoscitiva che percorre tutta la sua poesia, continuamente attraversata da domande radicali sul presente e sulla “terra misteriosa” che abitiamo. Mendonça, teologo e biblista con un’ampia bibliografia di opere di saggistica e spiritualità, esordisce come poeta con la raccolta Os dias contados nel 1990, anno della sua ordinazione sacerdotale, affermandosi presto come una delle voci più importanti e originali della letteratura contemporanea di lingua portoghese. Il collocarsi della sua poesia in una zona di frontiera, su una “crepa che diventa una soglia”, trova il suo più profondo compimento nella figura rivoluzionaria di Gesù, il più umano tra le creature e paradossalmente il più “estraneo” alla terra:

La figura di Gesù provoca in me uno stupore senza fine perché Egli è veramente estraneo alla terra, eppure è il più vicino all’umanità, il più umano tra le creature […] Gesù incarna nel suo stile la potenza del Verbo: sa andare oltre le frontiere, porta in sé una visione più ampia, solitaria e autentica. Controcorrente. In questo senso è davvero poeta: guarda alla realtà dislocando il suo senso in un oltre.

(Davide Brullo, La poesia è una questione di vita o di morte. Dialogo con José Tolentino, «Pangea. Rivista avventuriera di cultura & idee», 25 settembre 2023)

Estranei alla terra, pubblicato nel 2023 per Crocetti e con una prefazione di Alessandro Zaccuri, è appunto il titolo del volume che presenta al lettore italiano, con testo originale in portoghese e traduzione italiana a fronte, due dei libri più rappresentativi di José Tolentino Mendonça, La strada bianca e Teoria della frontiera. Mendonça, la cui poesia segue “le premesse della guerriglia urbana” frequentando spazi solitari e clandestini, luoghi abbandonati e in rovina o terre desolate in cui qualcosa sembra però ancora miracolosamente restare in vita, si affaccia sulla soglia della vita silenziosamente e in una posizione di radicale povertà, come leggiamo in Mani vuote: «Le mani vuote sono un soccorso nei tempi difficili / un affetto al sicuro dagli speculatori / il loro vuoto è una pietra / e a guardar bene galleggia». Così la poesia di José Tolentino Mendonça, inseguendo le tracce e i segni dell’invisibile su questa terra, si pone in una posizione di attesa e completa mendicanza, come il pellegrino che “spazza / i propri pensieri e aspetta”, guardando il vetro della sua finestra farsi improvvisamente trasparente. E, come leggiamo in Il papavero e il monaco, raccolta di haiku scaturita dall’esperienza di un viaggio in Giappone e dopo la lettura del Book of Haikus di Kerouac, con l’umile convinzione che «Adorare / è sorprendere Dio / nella più piccola briciola».

(Massimiliano Mandorlo)

José Tolentino Mendonça, Estranei alla terra, traduzione di Teresa Bartolomei; prefazione di Alessandro Zaccuri, Milano, Crocetti, 2023, pp. 181, € 17. 

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