Il destino è un lanciatore di coltelli. Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni
«La società in cui viviamo (in cui vivono, in particolare, gli adulti) si sta rapidamente trasformando in una società autistica: facendoci smarrire il senso dell’umana solidarietà, che trascende ogni prigione individualistica e che ha bisogno soprattutto di apertura e di speranza» (E. Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano 2001, p. 32). Queste parole di Borgna – da sempre affascinato dalla poesia come strumento di conoscenza e riflessione interiore – possono tornare utili per avvicinarci ai Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni (Garzanti 2026).
Già con La natura del bastardo Rondoni opponeva a una “purezza” di matrice simbolista una poesia terragna impastata di sacro e profano, in un viaggio sbandato che attraversava autostrade, bar, discoteche, ipermercati accogliendo – come notava acutamente Morasso – le numerose sollecitazioni vitali al pari di un «sismografo febbrile dell’esistenza» (M. Morasso, Davide Rondoni, “La natura del bastardo”, e la sua “musa vibrante e inappagabile”, «L’EstroVerso», 31 marzo 2017). Si trattava di un processo di “imbastardimento” che arrivava a toccare la lingua e le sue strutture in una progressiva contaminazione di codici, registri, stili. Con Sette canti contro lo Scontento ci troviamo di fronte a un’ulteriore deflagrazione, in una poesia totale che mescola versi e prosa senza soluzione di continuità e oppone alla «fluida perfezione» un andamento irregolare, spurio: «metropolitana, metropoli / tana / emissioni soffuse di dati, una nebbia guida / i destini […] / In queste fauci meravigliose fauci / lo Scontento li mastica lentamente / e fissandoti…». Un flusso magmatico di frammenti che potrebbe ricordare i Cantos poundiani ma qui è forse qualcosa di beat ad aggirarsi nella scrittura randagia di Rondoni, tra apparizioni metropolitane e visioni apocalittiche nello Spanish Harlem di New York: «Riparami da questo frastuono / per il resto della notte riparami / ti diceva la figura sbucata da cartoni / fradici stringendoti le mani / non lasciarmi andare via / […] La Sapienza è seduta, vecchia ebrea nera fuma la pipa fuori dalla porta. / In Occidente imperano sulla rovina delle loro menti, mentono sapendo di morire, carezzano la fine come amica».
Quella descritta da Rondoni è una civiltà al collasso dove talvolta sono proprio gli artisti «i primi a diventare nihilisti ironici futili tristi»; sono in gioco allora, per tornare alle riflessioni iniziali di Borgna, i fondamenti autentici dell’umano e delle sue profonde relazioni, le uniche che permettono di scampare «al vizio malinconico / alla esistenza triste in cui il demone invita / nel privé con occhi games e inanellate / lunghe dita». Lo Scontento che «attacca» e «saetta» come un «serpente verdesquame» è il segno visibile di questa sorta di anestesia umana e spirituale di cui i più giovani subiscono le sotterranee conseguenze: «pagherete tutto con la violenza / che cresce dentro i ragazzini». Occorre allora, ci dice Rondoni, falciare «l’erba nera del lamento» per «seminare qualcosa di buono / sotto le stelle indecifrabili», mormorare la lingua francescana della lode perché «nascere è una benedizione / non solo un trauma, non solo / l’inizio della sventura». Il poeta si muove come un rabdomante alla ricerca di sorgenti e vibrazioni sotterranee, che si tratti di attraversare metropoli italiane e newyorchesi o circoli intellettuali obnubilati dal politically correct, tutto entra nella «lingua zero» di questa poesia: «treni scassati nella notte», «bar», «call center», le «Madonne di Beato Angelico» e quelle «di Armani», “Mario” nome di «barista manutentore» e nome del Mario Luzi di via Bellariva «poeta novecentesco fedele alla vita» e ancora la cronaca con il «bagagliaio della R4» dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro e il poeta Virgilio che avrebbe voluto con la sua Eneide «essere cenere, sparire». Occorre fidarsi, ci dice Rondoni in questo scorretto e ardente libro beat, degli incontri che sostengono e rimettono in moto l’autentica speranza, che si tratti del «volto appassionato di don Giussani» o degli innumerevoli amici artisti, pittori, poeti e musicisti singolarmente citati con epiteti nelle pagine di questo volume. Come il gesto fiducioso della «donna del lanciatore di coltelli» che sa ancora guardare negli occhi il destino: «niente paura / se non mi fido completamente, se / solo d’un soffio mi faccio / di lato, millimetricamente / lui mi trafigge, mi sfigura […] / ma il destino è un lanciatore di coltelli / fissalo negli occhi fidati di lui».
(Massimiliano Mandorlo)
Davide Rondoni, Sette canti contro lo Scontento, Milano, Garzanti, 2026, pp. 178, € 19.






